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Avere a che fare con la legna – di Maria Clara Ghia

Provate a dare a dei naufraghi su un’isola queste due notizie: la prima è che è stata scoperta della legna per fare il fuoco, e per quella notte non patiranno il freddo; la seconda è che, all’orizzonte, sta passando una nave.

Secondo voi, quale interesserà?

Andrea Oppo

 

Per definire la specificità dell’architettura si dovrebbe passare da un registro all’altro, dal piano filosofico al piano sensibile, dal piano scientifico a quello artistico, perché l’architettura non può che configurarsi come sintesi dei diversi registri, culturali, naturali, artistici, tecnici, e gli architetti dovrebbero saper attuare questa sintesi meglio di chiunque altro. Di fronte a questa mole di responsabilità, si è venuta marcando una divisione: da una parte gli architetti che si rifugiano nell’individualismo autoreferenziale, scavando una separazione fra architettura e società. Dall’altra gli architetti che si gettano nel sociale, sperando di riuscire a portare con sé, magari in un secondo momento, anche l’architettura. Da una parte i creatori di forme, dall’altra gli architetti engagés. Troppo raramente i due aspetti riescono a coesistere.

La divisione è segnata dal modo in cui ognuno di noi cerca di rispondere alla famosa domanda dell’Idiota di : “È vero, principe, che una volta avete detto che il mondo sarà salvato dalla bellezza?”. Una frase ambigua dell’autore più ambiguo di tutti, una frase che non a caso il principe idiota non pronuncia mai direttamente, un’allusione cui non si accenna che di sfuggita. L’arte nelle sue espressioni più alte, una sorta di magia che, appunto, solo in pochi sono in grado di compiere. Una bellezza che tutt’al più consola, un forte analgesico. Ma l’idea di una salvifica bellezza rimanda ancora a un al di là, a un altro mondo nel quale saremo salvi. Noi di mondo ne abbiamo uno solo, questo. Questo mondo, la bellezza, il più delle volte se la inghiotte.

L’attitudine etica consiste proprio nell’avere a che fare con la legna, non nell’aspettare la nave. Nel non cercare una salvezza al di fuori dall’ordinario. Nel concepire la realtà come processo organico e relazionale in cui è sempre e per tutti insita la possibilità di scelta, e con essa la libertà.

L’architettura non può che situarsi all’interno della vita reale, non può che esistere orientata verso gli altri, le cose e la Terra. Aprire alla dimensione temporale vuol dire restituire al progetto un senso: un’origine, ossia l’individuo, la società, la Terra e una direzione, espressa dalla domanda, formulata dall’individuo, dalla società e dalla Terra, a cui l’architettura può provare a rispondere come prefigurazione del futuro.

Hannah Arendt in Vita activa scrive che la libertà dell’agire è impossibile da trasmettere in un mondo che non attribuisce senso all‘agire in pubblico. La crisi è riportata sempre alla relazione con la fondamentale lacuna dell’agire, lacuna che si configura tanto come interruzione della tradizione, quanto come privazione di uno slancio costruttivo e prefigurativo verso il futuro. Se l’essere umano non può aprirsi al mondo, allora nella sua esistenza e nella sua cultura si genera una frattura che origina la crisi dell’autorità, della libertà, dell’istruzione, persino del pensiero. Vale la pena ricordarlo, circondati come siamo, in architettura come in politica come per le strade come accanto al portone di casa, da individui mossi maniacalmente da interessi privati, da egotismi, da deliri solipsistici, tanto che ormai il concetto di pubblico sembra a rischio di perdere anche l’ultimo barlume di senso.

 

Gli uomini, anche se devono morire, sono nati non per morire ma per incominciare.

 

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