presS/Tletter
 

Entropie – di Claudia Ferrini

Entropie – di Claudia Ferrini

“It’s getting faster, moving faster now, it’s getting out of hand…” cantava Ian Curtis nel 1979 e l’eco di “Disorder” è una preghiera sentita e profonda, priva di disperazione ma sempre carica di tensione, che battezza oggi un progetto d’arte con lo stesso nome del brano dei Joy Division.

“Disorder” è un concetto complesso, che abbraccia l’idea di crisi, come suggerito dalla saggezza antica occidentale e orientale, in quanto scelta o ambivalenza di pericolo e opportunità, soffermandosi sul momento in cui si sperimenta una metamorfosi, valorizzando il potenziale creativo del passaggio da uno stato all’altro. Se vi si applica un filtro mutuabile dalla cultura punk, cioè il ruolo di alternativa rispetto alla cultura ufficiale rivestito dalle reti underground di resistenza e dalla controcultura giovanile, si ispira un atteggiamento attivo e organizzato, niente affatto rinunciatario, che procede a esorcizzare la staticità, la noia e l’abulia inducendo spontaneamente all’interazione, alla comunicazione nonché all’ibridazione dei linguaggi, in un processo ineludibile di produzione d’energia generata dal caos. Che è nello, specifico, il tipo di Disorder cui fa riferimento l’associazione internazionale  BJCEM, un network che promuove lo scambio tra culture oltrepassando le frontiere politiche e incoraggiando il lavoro comune col fine di unificare l’Europa con i paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Affidata esclusivamente alle nuove generazioni di artisti, trenta giovani under 30 provenienti da quindici paesi diversi, l’iniziativa si è recentemente espressa a Torino, dal 9 all’11 novembre in occasione della fiera The Others, a Milano, presso la Fabbrica del Vapore dal 14 Novembre all’11 Dicembre (curata da Marco Trulli e Claudio Zecchi) e coinvolgerà anche la città di Marsiglia ad Espace Culture lungo la celebre Canébiere dal 16 novembre al 22 dicembre.

Sarebbe pressappochistico definire Disorder una mostra. Si rivela ontologicamente come piattaforma di riflessione e laboratorio, come movimento finalizzato al confronto artistico e alla costruzione di idee inerenti ai campi di indagine della fotografia, della pittura, installazione e performance, del disegno spaziale che sconfina nel design. Coinvolge il visitatore in un circolo virtuoso di pensieri e interazioni in un dialogo interdisciplinare la cui spiegazione si incentra nel dato che è possibile indurre uno stato di cose transitorio nel quale ogni modello politico e culturale viene convertito in un nuovo ordine improbabile. In altre parole, si incide nel microcosmo dell’intimo fino a spaziare nel macro, in una società delle relazioni che è documentata e testimoniata, ma soprattutto reinterpretata attraverso la fantasia e l’idea che collaborazione e cooperazione siano il motore del miglioramento.

Si condividono le responsabilità e le angosce avvertite rispetto alle stasi e alle perturbazioni socio-politiche, in atto o auspicate, della cultura di appartenenza e dei tempi di cui si è figli, incontrando il lavoro di artisti che, come critici eticamente impegnati, severi ed appassionati, ricercano nelle realtà sommerse quei fatti che smentiscono ogni ipocrisia e ogni teoria falsamente graziosa. Operano in un sistema di significazioni e informazioni sempre intellegibili a stratificazioni diverse, attraverso segni iconici e astratti suscettibili di descrizioni mediante un preciso nucleo di omologie: il rinvio tra presenza e assenza di denuncia e di speranza. Scardinano ogni parametro di valutazione per esautorare quegli accorgimenti che impediscono l’individuazione di un problema nella sua poliedrica entità, unanimemente motivati a non occuparsi di feticci privi di contenuti, ma a isolare, evitando di trattarli come clichè, alcuni aspetti della realtà cui sarebbe inaccettabile rassegnarsi. Come la guerra, la dittatura, le regole imposte dalle autorità politiche e religiose che limitano l’esercizio del libero arbitrio.

Si comprende in tale ottica l’esperienza del collettivo artistico riunito da Delphine Leccas, condensata in un mosaico di trenta immagini tratte dal web e da facebook per dar voce agli attivisti e individuare i gruppi anonimi dell’ attuale scena artistica siriana. E’indicativo il fatto che le opere siano, formalmente, delle stampe dei files inviati dalla curatrice agli organizzatori di Disorder, con la pretesa che queste vengano distrutte al termine di ogni esposizione. Oltre al fatto che la maggior parte degli autori di Syrian Anonymous Exhibition non risiedano più in Siria ma siano lontani dalla terra natia soltanto la “sostenibile” distanza di un pensiero volontario e costante. Il web accostato come strumento di sensibilizzazione e bacino di reperimento, per conoscere e veicolare informazioni, raccontare luoghi, eventi, drammi e patologie della realtà che è oggetto della loro osservazione, si conferma come mezzo democratico, utile perfino ad evitare la censura che è solitamente riservata a contenuti di forte impatto, a testimonianze particolarmente violente o movimenti di protesta che interpretano un malessere plurale e condiviso. La firma anonima ma collettiva apposta con moto sincero e commosso sull’installazione (unanimemente riconosciuta nel suo status di opera d’arte in quanto esibita in mostra e artificata da un progetto curatoriale ben definito) contribuisce a evitare ogni eventuale responsabilità penale e a spostare l’esigenza di protagonismo esclusivamente sugli elementi semiofori cui si vuol dar rilevanza. Sulla guerra civile siriana e sul futuro del Medio Oriente, su cosa significhi un’azione artistica piuttosto che su chi sia l’esecutore di un’opera, senza sfogare vocazioni da artistar o fare arte per pochi intenditori.

Mohamed Alaa, egiziano, descrive in un video-performance del 2010, lo sforzo fisico sofferto nel processo di distruzione di un muro per mezzo di un martello. Metaforicamente, la fatica immane che contrae i muscoli e i lineamenti del suo viso e del suo corpo, che provoca gemiti e acuisce il desiderio ossessivo di rimuovere un ostacolo, allude alla mancanza di speranza e alla stanchezza mentale provocata dalle ingerenze di un regime dittatoriale che fa del guadagnarsi – letteralmente – un legittimo Peace of bread un sacrificio crudele, un diritto violato. E la conquista di un’alternativa, che è collocata idealmente oltre il muro, infonde sollievo manifestandosi già dalle prime crepe, ma rivendica anch’essa un dispendio di fatica che introduce alla metafora del parto, inteso come ri-nascita. E’ un eroe sfibrato che si ammanta di solitudine e compie un rito di passaggio, mentre scivola attraverso le pieghe di un minuscolo spazio vitale nel tentativo di riconquistare la sua identità, la sua dignità. Similmente, l’assenza di speranza è riconosciuta e ripudiata da Fatmir Mustafa, giovane kosovaro costretto alla fuga nel 1999 durante la guerra, che ha realizzato un’installazione apposita per Disorder intorno alla tematica dell’esodo, reperendo in loco e impacchettando con perizia scultorea numerosi oggetti di uso casalingo e quotidiano dentro una carriola: il bagaglio dell’esule in fuga che contrasta con l’immobilità di una patria insensibile.

E’ immutabile e sorda anche Vienna, deserta e quieta come la scena perfetta di un sinistro accadimento. Johan Lurf ne rompe il silenzio bombardando con dodici esplosioni il buio delle strade e della notte, spettacolarizza suoni e colori che apportano modifiche effimere al paesaggio ma restano di fatto invisibili e inudibili, non scuotono e non generano allarmi. La polizia prosegue la sua ronda come se nulla fosse accaduto mentre gli operatori coinvolti nella registrazione del video fuggono istintivamente, lasciando l’artista solo con il conforto della sua arte ineffabile, alimentata dalla malinconica pulsione per cui la libertà di esprimersi va esercitata anche se nessuno è disposto a prestare attenzione. Invece Ester Strauß, con un’installazione interattiva, consegna al visitatore un’idea e una cartina geografica scomposta in oltre 200 elementi di tessuto, mimetici rispetto alle forme dei paesi e delle isole del globo. Sistemandoli sul pavimento della sala espositiva e esortando la partecipazione attiva del visitatore nell’esecuzione dell’opera, illustra come la mappatura del mondo sia un costrutto culturale, in continuità con le osservazioni di Lucy Lippard riguardo alla variabilità dei punti di vista. Le spazializzazioni e le rotazioni dell’universo, quindi il riposizionamento dei frammenti, determinano un nuovo processo di creazione, atea e contemporanea, per cui la crosta terrestre è ordinata e disordinata con i moti convettivi del pensiero individuale e delle scienze umanistiche.

L’installazione temporanea site specific di Mathias Isouard modifica i percorsi dello spazio e le percezioni visive giocando invece  con il trompe l’œil e creando un’anamorfosi architetturale nello spazio. Con l’estensione del disegno finalizzata allo sviluppo di volumi tridimensionali illusionistici agganciati a una reale struttura piana, o alla costruzione di una quarta dimensione intorno a un volume tridimensionale,  il lavoro viene contestualizzato in relazione allo spazio che abita  simultaneamente al cambiare del punto di vista dello spettatore. Partecipe di un simile interesse, la performance ideata da Martina Conti “A reading sculpture”, si rivolge all’estetica del corpo posto in relazione al libro, inteso come oggetto e come medium sociale. La bibliofilia come prerogativa ancor più seducente dell’amore per la tecnologia (indipendentemente dal riconoscimento dei suoi vantaggi e meriti), importata all’interno di uno spazio espositivo, determina un accostamento metodico tra il valore scultoreo dell’oggetto fisico e del corpo intento nella lettura, la dimensione del tempo e le coordinate dello spazio stabilito, la cognizione dell’osservatore esterno all’azione e l’indipendenza intellettuale di tutti gli individui. Ad ogni pagina sfogliata i lettori della performance alterano la propria relazione con lo spazio in una lenta sequenza di movimenti, ciclicamente si siedono, si rannicchiano, camminano in bilico funambolico tra due piani: quella fisico-corporale e quella immaginario della narrativa. E l’intimità dell’azione non risulta inficiata dalla collocazione in un luogo pubblico perchè non esiste negazione della persona. Gli attori del processo restano scultori di se stessi, artefici del loro rapporto con l’altro perché perfettamente consapevoli di chi sono e dove si trovano, nonostante il tentativo di estrapolazione dal contesto operata dal libro sui soggetti. Se interrotti da una domanda rispondono, e in questo anche la voce partecipa all’estetica del corpo.

Muna Amareen proviene dalla Giordania, e invece di soffermarsi esclusivamente sui diritti delle donne per la dignità, trasferisce la questione della coesione sociale, il rifiuto delle pratiche discriminatorie e il binomio ordine-disordine in una provocazione acuta e bidirezionale sul sovvertimento delle regole. Presenta la fotografia di una donna musulmana che indossa un consueto burqa mentre è seduta affianco ad un uomo occidentale, caratterizzato da numerosi piercing e tatuaggi sul corpo. I soggetti sono modelli convocati intenzionalmente per la realizzazione dello scatto, e non amanti di fatto, partecipano tacitamente ad un’indagine che intende rompere in modo equo le regole delle rispettive culture, riassumibile nei quesiti: quanto è probabile che una donna musulmana si innamori di un uomo completamente tatuato, e viceversa? Il portato culturale di cui entrambi sono rappresentanti, rende questo incontro un’ingenua utopia? Potrebbero loro innamorarsi nel rispetto degli ordini e delle restrizioni in cui vivono? L’order è più forte del disorder?

 Sappiamo bene che ordine e disordine nella caotica e irrazionale realtà del mondo non sono concetti assoluti. Che valorizzare alcune situazioni non implica eliminarne delle altre e che nell’ordine può esserci assenza di logica così come presenza di logica nel disordine. Non si tratta banalmente di tentar di riscrivere le regole del caso e della relatività, neppure di privilegiare il non finito rispetto al finito, il progressismo rispetto al conservatorismo. Gli artisti di Disorder intendono sollevare uno stato di agitazione intellettuale che contempli anche le più improbabili ipotesi dell’alterità nella scelta della posizione da assumere e delle alleanze da onorare. Per far chiarezza nel sistema dei valori e inventare qualcosa di meglio. 

Leave A Response