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Trasgressioni sul tema – di Maria Clara Ghia

 

La questione era come evitare che gli architetti guardassero all’architettura come a un prodotto conforme alla società dominante e far sì piuttosto che vedessero la propria professione come catalizzatrice del cambiamento.

B. Tschumi, Architettura e disgiunzione, 1996.

 

Pensare che a Zurigo esiste un posto dove in strada non ci sono semafori, strisce pedonali, corsie preferenziali e neanche il marciapiede. Un posto dove, ogni estate, un bar mette i tavolini all’aperto, proprio in mezzo alla strada, e nessuno batte ciglio. Un posto dove le multe sono salatissime, ma non c’è bisogno di farle, perché ognuno rispetta lo shared space. Pensare invece al trailer del film di Antonio Albanese: Cetto Laqualunque parla al cellulare a voce alta, una voce fuori campo timidamente dice: “parlare al telefono qui è vietato” e Cetto risponde alzando la voce ancora di più, ammiccando per la complicità del pubblico e del suo interlocutore e concludendo: ”qui le regole sono due. La prima: non si può parlare al telefono. La seconda: fatti i c… tuoi”.

Regola e trasgressione. Mi pare proprio che abbiamo perso di vista il senso delle parole. Anche in architettura.

Tanto i critici marxisti quanto Henri Lefèbvre e i situazionisti hanno dichiarato nel maggio parigino il loro scetticismo sul fatto che l’architettura potesse arrivare a incidere sulle strutture politiche e sociali esistenti. Architettura è piuttosto assoggettamento di uno spazio ai poteri in atto: Michel Foucault ha espresso meglio di chiunque altro la facilità con cui le istituzioni accolgono anche gli atteggiamenti ribelli, traducendoli in ulteriori espressioni del potere dominante. La questione da cui prende le mosse la riflessione di Bernard Tschumi verte sulla possibilità di invertire il postulato: da “condizionare il progetto” a “progettare le condizioni”.

Lo scopo non è la realizzazione dell’oggetto architettonico quanto il rivelare attraverso l’architettura la realtà e le sue contraddizioni. Un tentativo che si avvantaggia dei contrasti interni alla società proprio perché essi esistono da sempre anche all’interno dell’architettura.

L’architettura riguarda due termini che si escludono a vicenda: il concetto di spazio e l’esperienza dello spazio, ossia lo spazio e l’evento, lo spazio e il suo uso. L’incontro fra questi due termini può essere piacevole o violento, avere luogo in armonia o provocare attrito. L’uso scorretto dello spazio può servire come una mina per smuovere anche gli elementi più conservatori della società. Escludere che nell’uso dell’architettura siano implicite incertezze, dovute ai movimenti imprevedibili dell’uomo, significa negare all’architettura la possibilità di essere fattore di cambiamento sociale.

Il concetto ideale di spazio è il prodotto di processi mentali, mentre lo spazio reale è il prodotto della prassi sociale. L’impossibilità di risolvere simultaneamente questi due aspetti rende l’architettura l’inevitabile espressione di una perenne mancanza, di una non-integrità. In effetti, la giustificazione e il limite del discorso di Tschumi sullo spazio esperienziale risiede nel fatto che questo spazio non si può dire come oggetto astratto, trasformato dalla coscienza. Si può solo dare come prassi, come attività umana immediata e concreta, con tutti i suoi risvolti soggettivi. Eppure, come nell’esperienza interiore e nell’erotismo di Bataille, l’esperienza dell’architettura fa interagire il piacere dei sensi e la ragione. In che modo? Attraverso operazioni di trasgressione: la trasgressione comporta sia consapevolezza che trasporto sensuale. La trasgressione in architettura consiste nel simultaneo ricorso al concetto di spazio e all’esperienza dello spazio. Questa trasgressione porta con se l’ambiguità della posizione dell’architettura, fra autonomia e impegno, fra contemplazione e uso, fra estetica e etica.

Spazi ed eventi trasgrediscono gli uni le regole degli altri. Superamento di un limite e conseguente reperimento di nuove regole, per rinnovare il piacere dell’architettura. L’antitesi fra controllo e follia è parallela a quella fra regola e trasgressione. La follia del saltatore con l’asta che decide di lanciarsi all’interno della Cappella Sistina, quella dell’abitante della casa che decide di pranzare in camera da letto e di fare l’amore in cucina, quella di una folla di giovani che balla la techno nel Palazzo delle Esposizioni durante Dissonanze.

La trasgressione di cui parla Tschumi non ha nulla a che vedere con la pornografia di molte immagini attuali che promettono il soddisfacimento di ogni desiderio, non ha nulla a che vedere con l’ostentazione dell’uomo (La)qualunque cui tutto è concesso, perché è una trasgressione che ha bisogno di regole, a cui rispondere e semmai da sovvertire. Piuttosto che un’operazione pornografica, quella messa in atto dall’architettura dovrebbe essere un’operazione seduttiva: mettere in moto l’inconscio, non esteriorizzare i desideri della società ma accoglierli, farli confluire. E tentare ogni volta un superamento dei limiti, spaziali, sociali, anche psicologici ed emotivi, posti al soddisfacimento di tali desideri.

L’architettura non deve far altro che accogliere la gamma più ampia di possibilità e l’architetto può metterle in relazione inserendole in un insieme di combinazioni possibili. Un’affermazione che definisce il minimo possibile e che include il più possibile. Una definizione minima di architettura.

 

 

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