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6.2.5 Megastrutture: tra Habitat 67 e Osaka

Parte 6: 1956-70,  Capitolo 2: Poetiche della contestazione 1966-1970

2.5 Megastrutture: tra  Habitat 67 e Osaka

Nell’ ottobre del 1966 esce un numero monografico de L’architecture d’aujourd’hui dedicato alla ricerca architettonica. Si apre con un ricordo dell’inesauribile creatività sperimentale di  André Bloc , appena scomparso. Seguono i progetti di due architetti che, sia pur orientati verso una dimensione professionale, perseguono una ricerca d’avanguardia; sono Paul Rudolph e John Johansen. Il primo, nonostante figuri con tre progetti di stampo brutalista,  sta indirizzando la  ricerca verso forme sempre più plasticamente espressive e la sperimentazione di macrostrutture con componenti tridimensionali industrializzati: “la casa mobile-afferma- è il mattone del XX secolo”. John Johansen, ribelle e sperimentatore, sta orientandosi verso un’architettura polifonica, mobile, esplosa spazialmente, battezzata Action Architecture.

Una pagina è dedicata a Maurizio Sacripanti che con il suo Teatro Totale, propone una macchina teatrale composta da piccoli blocchi mobili operando sui quali è possibile produrre un numero pressoché illimitato di configurazioni spaziali. ” Non posso pensare- afferma l’architetto- che spettacoli così esaltanti quali i balletti di John Cage, possano essere mortificati dalle squallide scene teatrali tradizionali”

Sono illustrati, poi, i progetti di macrostrutture di Alfred Neumann e di Zvi Hecker  per un centro civico e per una sinagoga. Segue un resoconto delle esercitazioni degli studenti di Leonardo Ricci della Facoltà di architettura di Firenze, organizzate su principi situazionisti, metabolici, macrostrutturali .

Verso la fine del numero vi è il piano per una città satellite a prevalente sviluppo verticale di Arnold Kircher, il progetto di una città-megastruttura   fondata su enormi coppie di lastre triangolari di Stanley Tigerman e una proposta del giapponese Kiyoshi Kawasaki per l’ organizzazione dell’Expò di Osaka del 1970, mediante slanciati cavalletti strutturali in acciaio.  Conclude un rendiconto sulle tensostrutture e le costruzioni reticolari, dal titolo emblematico: Architectes, ingénieurs. Vi compaiono, tra gli altri,  studi e progetti di Makowski, dell’allora giovanissimo Renzo Piano, di Frei Otto, di Roger Tallibert, di Serge Kétoff. 

Il fascicolo de L’architecture d’aujourd’hui  – una pubblicazione attenta al nuovo, ma prudente nella difesa dei valori oramai consolidati del Movimento Moderno- registra e sancisce uno stato di fatto: le ricerche di Buckminster Fuller, dei  Metabolisti e degli Archigram sono, sul volgere della metà degli anni Sessanta, entrate in circolo. Tanto che su questi argomenti la stessa rivista  ritornerà più volte e, in particolare, con il numero dedicato all’ Habitat (n.130 del 1967) e alle strutture (n.141 del 1969).  E anche  le riviste Domus, Forum, Casabella, The Architectural Review con sempre maggior frequenza si diffondono sul tema delle macrostrutture, dei tralicci reticolari, della prefabbricazione tridimensionale.  Nonostante il crescente interesse della stampa specializzata, però,  le realizzazioni di prototipi sono ancora  limitatissime.

L’occasione per realizzarne uno è l’ Esposizione Mondiale di Montreal del 1967, quando viene affidato al giovanissimo Moshe Saftie l’incarico di progettare una struttura abitativa sperimentale.

Moshe Saftie é  uno studente prodigio della McGill University che ha lavorato per un anno a Montreal con l’olandese di Sandy van Ginkels che lo introduce alle problematiche dei CIAM e alle teorie del Team X e, poi, a Filadelfia presso lo studio di Louis Kahn. Di Kahn, ammira i Richards Laboratory e la Office Tower, due progetti ancora intessuti dell’estetica brutalista e aperti alla riflessione macrostrutturale. Ma lo deludono le opere successive. Così, nel 1963 ricevuto da van Ginkels l’invito a tornare a Montreal per occuparsi dell’ Expò, lo lascia.

Nel 1964 Saftie propone due organismi sperimentali , uno di 12 e l’altro di 22 piani, a forma piramidale,  composti da cellule tridimensionali prefabbricate per 1200 unità abitative e un hotel da 350 camere, due scuole e un’area commerciale.  Dopo innumerevoli vicissitudini , che paiono vanificare il progetto, gli viene concesso di realizzare appena un decimo di quanto proposto-158 unità abitative- con un budget assolutamente insufficiente.

Saftie, che nel 1963, quando inizia l’avventura di Habitat 67,  ha appena 25 anni  monta insieme 365 moduli tridimensionali prefabbricati. Prevede 15 differenti tipi di abitazioni che vanno dalla suite di 57 mq. alla casa con 4 stanze da letto di 160 mq. Utilizza serramenti in plastica normalizzati della ditta Geon. Prevede un bagno tridimensionale in fiberglass lucidato. Contratta con la Frigidaire un blocco cucina.

Realizzato per tempo, l’edificio ha un impatto enorme. I critici sparano a zero sulla frastagliata e inconsueta forma del complesso, gli entusiasti sottolineano che, grazie agli strani incastri previsti dall’architetto, ogni appartamento gode di ottima vista e si apre su un terrazzo o su un giardino. Fatto sta che l’edificio diventa ben presto  un  riferimento  ideale per i progettisti impegnati nel campo delle macrostrutture.  E insieme alla cupola geodetica del padiglione americano progettato da  Buckminster Fuller e alla tensostruttura del padiglione tedesco ideato da Frei Otto sarà l’edificio più osservato dalle frotte di  giapponesi che si recano a Montreal per trarre idee per l’esposizione che si terrà, a distanza di tre anni, ad Osaka, il  secondo importante banco di prova per il partito delle macrostrutture.

A progettare il master plan di Osaka è l’abile Kenzo Tange, che ideerà per i 33 ettari del parco espositivo un sistema  infrastrutturato da una avveniristica rete di trasporti (monorotaia, tapis roulant, funicolare, taxi elettrici…) ma sufficientemente elastico per lasciare massima libertà spaziale e compositiva ai 53 padiglioni stranieri e ai 32 nazionali.  Centro focale dell’ Expò , il cui tema è ” Progresso e armonia per l’umanità”, è una grande piazza , progettata dallo stesso Tange con la consulenza strutturale di Yoshikatsu Tsuboi caratterizzata dalla grande copertura di 108×291 metri supportata da sei leggeri piloni e eseguita con un sistema tridimensionale di travi reticolari, semplice e molto elegante nonostante le dimensioni gigantesche. Appesi alla struttura, sistemi edilizi di scala minore -capsule, passerelle, scale, gradonate- che mediano la scala superumana della costruzione con quella umana degli utenti e garantiscono lo svolgimento all’interno della piazza di numerose attrazioni. E anche la possibilità di  visitare la stessa copertura e di godere dall’alto della vista del pubblico dell’ Expò che così diventa esso stesso oggetto di interesse e curiosità. Leggermente decentrata rispetto al centro della piazza, vi é , inoltre, una colossale statua totem -la Torre del Sole- che, protesa verso l’alto, sfonda la copertura. Accessibile all’interno, permette allo spettatore di percorrere un cammino simbolico che va dal passato, collocato sotto terra, al presente, lungo il piano della piazza, sino al futuro ubicato nei piani più alti.

Giudicata dai critici come il capolavoro dell’Expò di Osaka, la piazza di Tange è il punto di confluenza delle ricerche dei gruppi d’avaguardia metabolisti e neofuturisti, alcuni dei quali ne partecipano direttamente alla costruzione e all’allestimento. Il metabolista Kurokawa, per esempio, installerà nel tetto alcune capsule abitative  fatte di elementi tridimensionali componibili e all’occorrenza sostituibili e integrabili. Gli Archigram vi presenteranno la mostra Dissolving city, una indagine sull’ habitat del futuro, caratterizzato da nuovi sistemi di protezione dalle intemperie, quali le cupole geodetiche di Buckminster Fuller o la stessa piazza di Tange, che rendono di fatto superata l’architettura tradizionale.

Tra i padiglioni spicca tra tutti quello americano  progettato da Davis, Brody, Chermayeff, Geismar e de Harak: una struttura ovale lunga circa 150 metri, quasi completamente interrata e caratterizzata, all’interno, dallo scorrere continuo dell’acqua e delle immagini proiettate lungo le pareti e, all’esterno, da una copertura traslucente in vinile e fibra di vetro parzialmente supportata dalla pressione dell’aria interna.

Dedicato all’ecologia è il padiglione scandinavo, mentre alle immagini è quello olandese.

Vi sono poi, tra gli espositori privati, numerosi padiglioni iperfuturisti: ma spesso così superficiali da rasentare il kitsch. Fa eccezione il padiglione del Fuji Group : una struttura pneumatica composta da lunghi tubi accostati l’uno con l’altro, ognuno dei quali ha un diametro di circa 4 metri e una lunghezza di 85.

La partecipazione dei metabolisti è nutrita.

Yoshisazaka Ryusei presenta nel padiglione nazionale  giapponese il progetto per una città del domani composta da torri verticali di servizio e grandi superfici orizzontali per vivere o abitare ( ma il progetto pare che abbia scarso successo tanto che i giapponesi lo soprannominano, invece che City of Tomorrow, cioé città del domani, City of Sorrow, cioé città del dolore).

Kurokawa propone tre opere emblematiche: sono le capsule abitative di cui abbiamo già parlato, il Takara Beautillion e il Toshiba Ihi Pavillon.

Il Takara Beautillion è un edificio interamente prefabbricato in struttura d’acciaio e solai in cemento armato. Si monta in pochi giorni ed ospita capsule prefabbricate in acciaio inossidabile  sulle cui pareti sono proiettate immagini del repertorio pop e al cui interno  sono collocati gli stand espositivi.

Il Toshiba Ihi Pavillon è una struttura composta da 1444 tetraedi che, montati,  contengono al loro interno un teatro per 500 spettatori. Montabile e smontabile anch’esso in pochi giorni, affascina per la sua forma inconsueta, leggera, vibrante.

Per il padiglione italiano vi è polemica. Bandito in ritardo un concorso viene scelto il progetto di Tommaso e Gilberto Valle la cui  struttura avveniristica e’ firmata da Brusa Pasquè con la consulenza tecnica di Sergio Musmeci. La motivazione è equivoca: ” la commissione giudicatrice, pur riscontrando nel progetto degli architetti Monaco e Ligini superiori qualità di ordine estetico e funzionale, e nel progetto presentato dagli architetti Sacripanti e Nonis spiccati caratteri di originalità inventiva, ha deliberato di assegnare il premio al progetto presentato dall’ architetto Tommaso Valle e dall’ ing. Gilberto Valle che, nelle particolari circostanze di luogo e di tempo, dà invece nei confronti dei precedenti maggiori affidamentidi poter essere realizzato in Giappone nei limiti di tempo e di spese previsti”.

Tralasciamo il progetto Monaco e Ligini; resta che viene cassato per l’ennesima volta un progetto di uno dei più geniali protagonisti dell’avanguardia italiana: Maurizio Sacripanti. Questi, prevedendo un sistema di cilindri e di dischi rotanti, supera il discorso delle macrostrutture e proietta la ricerca architettonica verso riflessioni spaziali e tecnologiche estremamente raffinate-intersezione di spazi complessi, movimento dei componenti, fluidità delle immagini- per riprendere le quali occorrerà aspettare gli anni ottanta e novanta.

Accanto al progetto realizzato dai Valle, vi è anche uno spazio espositivo di modeste dimensioni che viene notato dall’attento critico del The Architectural Review: è una elegante struttura prefabbricata in ferro e con pareti e tetto in tessuto di poliestere progettata da Renzo Piano. E’ la costruzione più rappresentativa sinora realizzata dal giovane progettista italiano, prima del Centro Pompidou, il cui concorso vincerà inaspettatamente l’anno dopo (1971), insieme a  Rogers e Franchini.

L’esposizione di Osaka ha un immenso successo di pubblico: si stima che sia stata visitata da 60 milioni di spettatori di tutti i paesi. Per il Giappone, che al culmine del suo boom economico cerca  di trovare nuovi mercati e  affermare la propria immagine internazionale, è un notevole successo. Per i metabolisti e l’internazionale delle macrostrutture è il pretesto per mostrare i propri prodotti e ottenere un’apertura di credito da parte dell’opinione pubblica, sancita dalla successiva costruzione di numerosi edifici sperimentali. Per ricordare solo alcuni tra i più famosi: nel 1971 lo Sky Building  di Youji Watanabe, nel 1972 il Nakagin Capsule Tower di Kurokawa, nel 1973 il Kibogaoka Youth Castle di Tatsuhiro Nakajima e Gaus .

Le macrostrutture impazzano. E in Italia trovano tre interpreti d’ eccezione: Manfredi Nicoletti, Aldo Loris Rossi, Luigi Pellegrin.

Manfredi Nicoletti già nel 1966 propone eleganti macrostrutture per il Principato di Monaco  e nel 1968  un avvincente grattacielo elicoidale, alto 500 metri, prodigiosamente calcolato da Sergio Musmeci.

Aldo Loris Rossi  nel 1967 progetta un futuristico immobile di abitazioni e uffici a Napoli; poi, nel 1970, a trentasette anni,  insieme con Donatella Mazzoleni, che ha appena 27 anni,  vince il prestigioso concorso internazionale “per una città nuova” bandito dalla rivista Construction et Humanisme. Propone un edificio fortezza di 300 piani alto 800 metri, lungo un chilometro, profondo in media 48 metri. Previsti 2500.000 abitanti che abiteranno negli ultimi 207 piani. Gli altri 97 piani sono così suddivisi: primo piano libero e lasciato al circuito territoriale; secondo destinato ai mercati generali e al commercio;  nel terzo amministrazione civica e sedi politiche, nel quarto, attività culturali; dal quinto in poi attrezzature per il tempo libero, compreso un parco pubblico e un giardino zoologico.  Luigi Pellegrin propone città che si sollevano su piloni esilissimi. Tra queste una città lineare che flotta nell’aria, attraversando incontaminate pianure e scavando montagne per non alterare, se non con la purezza del proprio segno, il territorio e offrire, attraverso nuove e vertiginose visuali, un nuovo rapporto tra uomo e paesaggio.

Il tentativo di Pellegrin di unire ecologia e macrostrutture è però destinato a fallire. Richiede, infatti, una troppo elevata sensibilità architettonica e paesaggistica che solo pochi progettisti riescono a padroneggiare e un controllo dei processi economici e fondiari che di fatto è irrealizzabile in società non rigidamente organizzate e pianificate.

Vi è poi la paura, certamente motivata, che , al di là delle previsioni dei progettisti, strutture così irregimentanti  possano  portare alla costruzione di inumane megalopoli, simili a enormi quanto anonimi alveari. Così  contro le macrostrutture si  coalizzano un insieme di forze che di fatto le emargineranno progressivamente dalla ricerca architettonica degli anni a venire. Sono, innanzitutto, coloro che , contro la dimensione inumana del nuovo, rivendicano l’equilibrio e la misura umana della città storica: abbiamo già citato il libro celebberrimo della Jane Jacobs, The Death and Life of Great American Cities  apparso già nel 1961, e ricordiamo che il testo L’architettura della città  di Aldo Rossi è del 1966.

Ma a prendere le distanze dalle macrostrutture sono anche gli utenti, che a questi ingombranti edifici in ferro e cemento  preferiscono la villetta a schiera in mattoni, e i giovani hippies  il  cui ideale è il sacco in spalla e la tenda da piantare in aperta campagna.

Se vogliamo, con una data, segnare l’inizio del declino  della ricerca macrostrutturale possiamo fissarla al 1973 quando si svolge presso l’università di Lehigh in Pennsylvania un convegno contro gli edifici alti. Ecco alcuni dei capi di accusa: alterano la fisionomia dei luoghi, compromettono il paesaggio, accrescono l’alienazione, sono trappole in caso d’incendio, pongono problemi speciali nelle zone sismiche, creano il caos urbano, incoraggiano la criminalità, richiedono, per il loro funzionamento, troppa energia. Ovviamente, non tutte le accuse sono fondate. Ma così vengono percepite dall’opinione pubblica e dalla ricerca accademica, che , dopo tante aperture “avventuristiche”, sente l’esigenza di tornare verso i più tranquillizzanti sentieri dello storicismo e del recupero della tradizione disciplinare.

 

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