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Affinità elettive POSATE – di Francesca Gattello

Affinità elettive POSATE – di Francesca Gattello

Prima erano i denti, le mani, le dita. Gli incisivi per lacerare e sminuzzare. Mani unite e raccolte a creare una forma concava adatta a raccogliere i liquidi. Tre dita per afferrare le pietanze, come suggerì pure Ovidio, prendi i cibi con la punta delle dita. Poi vennero realizzati gli strumenti e progressivamente comparvero il coltello, il cucchiaio e la forchetta, oggi oggetti scontati, accorpati nella triplice entità definita posate, ciascuno con un forte carattere individuale e una ricca storia personale. 

Alcuni aneddoti accompagnano l’evoluzione di queste tre protesi corporali, quasi fossero personaggi dotati di vita propria, attanti attivi nell’umana commedia. Il coltello, usato principalmente per infilzare i cibi, acquista nel Medioevo il ruolo di fedele arma da caccia e combattimento per onore o per difesa, diventando un oggetto personale decorato per dichiarare lo stato sociale del proprietario. All’inizio del 1600 compaiono i primi coltelli a punta arrotondata in concomitanza con il diffondersi delle regole del galateo, per porre fine alla pessima abitudine di stuzzicarsi i denti con la punta. L’utilizzo della forchetta inizia a diffondersi tardi, dopo il 1700, grazie alla diffusione di un tipo di pasta a forma filiforme, lo spaghetto, che per la sua natura scivolosa provocò le ire del re Ferdinando IV di Borbone. Il ciambellano trovò una soluzione per facilitare la presa degli spaghetti e così la forchetta assunse l’attuale conformazione a quattro rebbi, perdendo la sfortunata assonanza formale con l’infernale tridente che la fece addirittura definire strumento di lusso diabolico e dalla raffinatezza scandalosa. Un’altra importante funzione risiedeva nel ruolo simbolico di coltello e cucchiaio durante i riti liturgici, come la secespita, coltello sacrificale romano, e il cucchiaio di consacrazione, utilizzato dalle religioni greco-orientali. Il cucchiaio è anche protagonista in una storia raccontata da Gandhi in cui viene spiegata la differenza tra inferno e paradiso: nel primo attorno ad una tavola rotonda colma di delizie, siedono uomini con attaccati alle braccia cucchiai dai manici lunghissimi, e con un aspetto livido e triste perché non riescono a portare il cibo alla bocca; nel secondo intorno alla stessa tavola siedono commensali, anch’essi con i cucchiai legati alle braccia,ma felici e ben nutriti poiché, non potendo portare il cibo alla propria bocca, ciascuno lo porta alla bocca degli altri, scoprendo così la solidarietà. Il cucchiaio diventa l’oggetto simbolo attraverso cui si realizza la condizione umana.

Per il design le posate e i singoli elementi, coltello, cucchiaio e forchetta costituiscono una sconfinata fonte di sperimentazione per funzioni, forme, ergonomia, materiali, decorazioni e combinazioni colore. Tutti i grandi maestri si sono cimentati nella progettazione di posate, tra cui Giò Ponti, Enzo Mari, Angelo Mangiarotti, e ancora oggi i designer si confrontano con essi in relazione alle mutevoli abitudini comportamentali e al tema della sostenibilità, arrivando a presentare posate provocatorie come quelle di Alexa Lixfeld, che gioca sul paradosso materico di forchette in metallo che sembrano per forma e dettagli le industriali forchette in plastica, o il Moscardino di Giulio Iacchetti e Matteo Ragni; oppure soluzioni geniali come il cucchiaio per vasetti Sleek, disegnato da Achille e Pier Giacomo Castiglioni per Kraft. Esistono progetti che raggiungono lo stadio di poesia, come Silver Sugar Spoon dello Studio Makkink & Bey, dove le posate diventano un groviglio di fili di zucchero e argento che ne suggerisce la forma archetipica. Per arrivare a veri e propri episodi di espressionismo come nelle Forchette Parlanti di Bruno Munari dove l’usabilità perde ogni importanza a favore di un giocoso intervento artistico.

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