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Critiche al manifesto – interviene Emmanuele Jonathan Pilia

Critiche al manifesto – interviene Emmanuele Jonathan Pilia

Nel commentare l’iperproduzione estetica che connota la nostra epoca, Mario Perniola giunge a chiedersi se non vi sia concretamente «il rischio di scambiare tutta questa attività per vera ricchezza speculativa» [1] Per egli, la domanda da porsi infatti è:

«Il fatto di essere contemporanei fa velo all’imparzialità e ci induce ad una supervalutazione ingiustificata?» [2]

Una preoccupazione condivisa da molti operatori culturali legati al settore dell’architettura, i quali vedono con sempre maggior preoccupazione il proliferare di vacue scritture. Il paesaggio è coperto da una nebbia fittissima, ogni suono è coperto da migliaia di voci. Aver riconosciuto ed affermato chiaramente ciò è forse il maggior che va riconosciuto all’annuncio [3] del 26 dicembre 2012 che Luigi Prestinenza Puglisi ha lanciato sul sito presstletter.com con lo scopo di anticipare un Manifesto per l’architettura, pubblicato poi il primo giorno del 2013:

«Imperversa il disimpegno teorico e trionfa la mentalità eclettica. Cioè un atteggiamento inclusivista che pesca forme ed etimi da direzioni contrastanti e schizofreniche: si è una volta minimalisti e un’altra parametrici, una volta ecologici e un’altra high tech oppure si è un po’ di tutto allo stesso tempo […]. Tutto va bene in vista di un prodotto di successo piacevole, vario e tranquillizzante».

La conclusione è che il processo di democratizzazione dei saperi e delle forme espressive avviata con l’illuminismo si è arenata con l’assimilazione della produzione architettonica nei rigurgiti dello spettacolo e della comunicazione. Persa oramai qualsivoglia funzione pedagogica e propagandistica, l’azione teorica è passata a svolgere un ruolo più prossimo al marketing, assecondando la necessità di avvolgere qualsivoglia prodotto culturale di quella sottile patina di gradevolezza che sembra appartenere alla promozione delle merci.

Ed è proprio tra queste due derive, in cui sembra naufragare la critica e la teoria dell’architettura, che si incunea l’operazione promossa da Prestinenza Puglisi. Un’operazione che si svela, con la puntualità promessa, essere in realtà un work in progress aperto per la durata di un anno: attorno una colonna vertebrale di dodici tesi [4] , proposte da un gruppo di lavoro vicino all’associazione AIAC, il manifesto si presta ad accogliere protesi ed innesti da chiunque volesse, tradendo di fatto, già dall’ipotesi di lavoro, il ruolo programmatico e perentorio di un manifesto. Un manifesto deve definire ed esporre, in modo chiaro e/o poetico, principi ed obiettivi di un movimento o di un gruppo. La sua apertura indiscriminata (la chiamata è aperta ad un generico tutti) difficilmente preserverà la struttura delle dodici tesi iniziali, che di marmoreo hanno ben poco. Se è vero che questa affermazione ha un carattere meramente previsionale, è altrettanto vero che l’inclusività di quel tutti è in aperto contrasto con il documento che accompagna le tesi.

Se, semplificando la formulazione kantiana, il compito della critica è quello di fare chiarezza, condannando all’oblio certi fenomeni affinché altri vengano portati alla luce, oggi questo compito è gravemente ostacolato proprio dal vanesio tentativo di chicchessia a dire la propria. La condanna all’oblio di una grossa fetta della produzione culturale degna di attenzione sembra infatti essere certa, dato che l’oblio è in grado di inghiottire non solo ciò che è stato sottratto, ma anche ciò che è stato sommerso. Si potrebbe controbattere che l’insieme dei tutti, implicitamente è allargato unicamente a  coloro che concordano con le idee espresse. Ma questa limitazione renderebbe inutile l’operatività aperta, dato che il risultato porterebbe ad un consenso pressappoco plebiscitario. Qualcosa di non eccessivamente utile alla critica, date premesse sullo stato dell’arte. Ma anche quest’ultima critica resta nel campo delle ipotesi.

Sorvolando sulla genericità dell’invito, di cui riconosco la parzialità della critica sopra riportata, il vero problema del Manifesto per l’architettura sono le dodici tesi presentate. In generale, queste non portano alla luce nessuna verità sconvolgente, essendo tutte moderatamente condivisibili. Talmente condivisibili che ci si chiede il perché sia stata pubblicata una versione di un work in progress così acerba. Inoltre, risulta poco chiaro l’accostamento tra le tesi e il testo di accompagno: se l’obiettivo è quello di cercare di parlare di teoria e critica di architettura, le tesi sono superflue. Piuttosto, occorrerebbe invece aprire il dibattito sullo specifico tema. Se l’obiettivo è, invece, offrire strumenti operativi per l’architettura, la critica all’assenza di una teoria è un semplice corollario, e non è poi così utile al discorso che si vuole mettere in piedi.

Andando ad analizzare più nel dettaglio le singole tesi, non è difficile avvertire un fastidioso senso di déjà vu. Molte di esse sono infatti trasposizioni più o meno fedeli di alcuni punti dell’impianto teorico di Bruno Zevi, che, sottratte dal loro contesto e private di elementi unificanti al quale agganciarsi, vengono depotenziate dall’assenza di un fulcro che le inserisca in un unico orizzonte. Allo stato attuale, le dodici tesirestano indipendenti e poco comunicanti tra loro, se non in certi punti che spesso sono tra loro in lieve contrasto.

La prima tesi svela immediatamente da dove derivi l’eredità del manifesto, facendo riferimento all’immagine spesso utilizzata da Zevi del Grado Zero di Roland Barthes. Ma il breve commento che esplica la tesi contraddice se stesso, dato che consiglia di svincolarsi dalle nostalgie.

Anche la seconda tesi risulta contraddittoria, accusando molta architettura contemporanea di vuoto formalismo, la quale farebbe meglio a ricercare nuovi contenuti sociali per aderire meglio ad essi. Tesi assolutamente condivisibile, ma che non dà indicazioni riguardo quali possano essere tali contenuti sociali, ricadendo ancora una volta nell’inclusivismo. Uno stesso contenuto può essere approcciato in maniere tra loro agli antipodi. Un uomo laico, libertario e di orientamento transumanista, ed uno credente, liberale e di orientamento bioluddista, difficilmente utilizzeranno lo stesso approccio per la progettazione di uno spazio con particolare rilevanza simbolica. Qual è la condotta da seguire? Per il manifesto, è sufficiente adottare nuovi contenuti.

La terza tesi cade sulla difficoltà di definire esattamente quale dovrebbe essere il ruolo della critica, confondendo diversi piani. Si afferma che la critica dovrebbe «prefigurare prospettive con la consapevolezza che queste non coincidono con quelle delineate dalle mode», la quale è una posizione assolutamente legittima, ma, ancora una volta, non fornisce gli strumenti con cui tale critica dovrebbe operare. Si afferma che la critica deve essere operativa, senza spiegare il significato di tale affermazione. Il termine critica rimanda alle azioni dello giudicare e dello scegliere. L’etimo dopotutto deriva dal grecoκρὶνω, traducibile come distinguo. Se la critica deve offrire nuove prospettive operative, è tramite tali strumenti che può agire, onde evitare di cadere nella curatorialità da un lato, o nella speculazione teorica dall’altro. Le commistioni tra questi tre poli sono legittime ed anzi auspicabili, ma non si può non far finta di non vedere i danni provocati dall’auto destituzione della critica: alla volgarità di una produzione architettonica che non conosce altro obiettivo che costruire più alto, più contorto, più invadente, più colorato, la critica ha risposto rinunciando all’eleganza ed alla tessitura di sottili discorsi, esprimendosi, nelle migliori occasioni, con belle parole che nessuno è più in grado di contestualizzare.

Ma è nella coppia formata dalla quarta e quinta tesi che emerge la contraddizione più evidente e forte. Mentre la quarta tesi invita legittimamente a sospettare delle «ideologie del disegno sia manuale che digitale quando diventa pratica autoreferenziale piuttosto che strumento per vedere e rappresentare lo spazio», subito emerge una nuova necessità utopica di cui proprio il disegno dovrebbe essere portavoce, a patto che prefiguri uno spazio reale. Il disegno viene così privata della sua funzione di luogo della sperimentazione, ma contemporaneamente deve poter suggerire nuove strade che viaggino in direzione dell’utopia e della realtà. A questo punto, viene da chiedersi se un autore come Aldo Rossi, di certo non tra gli architetti preferiti da Prestinenza Puglisi, debba essere considerato come un esempio da seguire, dato che pare essere un campione di entrambi le tesi, mentre altri come Lebbeus Woods o Michael Sorkin sarebbero esclusi dal novero degli architetti utopisti che meriterebbero di seguire.

Concentrandoci unicamente sulla tesi numero cinque, personalmente sono tra i primi a sentire la necessità della rinascita di un sentimento utopico. Ma anche qui, la genericità dell’invito è talmente aperto da poter far entrare tutto ed il contrario di tutto. Le utopie sono fenomeni reazionari, che vanno incontro ad uno stato di cose ideale per sfuggire ad una criticità ben precisa. Le utopie socialiste, ad esempio, nascono in funzione del riassetto sociale, urbanistico ed economico causate dalla rivoluzione industriale, proponendo soluzioni radicali a nuove problematiche. L’esprimere il bisogno di un’utopia, senza specificare quali siano i caratteri di tale utopia, è un punto di partenza ancora troppo vago. Vale sempre l’esempio del liberale e del libertario, che si farebbero portatori di istanze utopiche totalmente divergenti. Il quinto punto, così formulato, eccede anch’esso di inclusivismo. Un inclusivismo che diventa addirittura esplicito nella tesi nove sulle ecologie, nella quale viene prima affermato che «non esistono alternative a un approccio ecologico», e poi che «non esiste una sola ecologia, esistono molte ecologie, spesso in contrasto, da contemperare tra loro». L’ossimoro formale è una pratica ormai entrata nel linguaggio contemporaneo, ma senza ulteriori dettagli su quali siano limiti e possibilità dell’accostamento di contrasti emerge nuovamente il rischio di mischiare tutto con tutto, in una melassa indistinta.

La sesta, la settima, l’ottava, la decima, l’undicesima e la dodicesima tesi sono quelle maggiormente propositive, e, a parte il sapore un po’ polveroso delle asserzioni e qualche lieve contrasto interno (come ad esempio l’invito ad evitare un’architettura del controllo della tesi sette, unito alla volontà di creare un’architettura connessa alle reti di comunicazione, che sono strumenti di controllo, anche se qui la contraddizione è più semantica che di sostanza), sono quelle che presentano meno problemi. Occorre però capire dove vi sia la necessità di inserire, in un manifesto che vuole far tornare a parlare di architettura, delle affermazioni così facilmente condivisibili, mettendo in campo delle reali problematicità solamente alle tesi dieci e dodici. Problematicità che però sono in campo ormai da qualche decennio.

Confuso, contraddittorio, a tratti demagogico, il manifesto firmato da Anna Baldini, Diego Barbarelli, Roberta Melasecca, Giulia Mura, Marco Sambo, Zaira Magliozzi, nonché, ovviamente, da Luigi Prestinenza Puglisi, aspira a catalizzare un discorso attorno la crisi della teoria architettonica nella contemporaneità, cadendo in molte delle trappole che hanno generato tale crisi, e potendo mirare, tutt’al più e purtroppo, a far discutere dello stesso manifesto, più che dei suoi contenuti.

 

Note

1.  Mario Perniola, L’estetica del Novecento, Il Mulino, Bologna 1997, p. 7.

2.  Ivi.

3.  L’articolo può essere consultato all’indirizzo: http://presstletter.com/2012/12/manifesto-per-larchitettura-uscira-il-1-1-2013/

4.  Il manifesto e le sue tesi possono essere consultate all’indirizzo: http://presstletter.com/2013/01/manifesto-per-larchitettura-associazione-italiana-di-architettura-e-critica/

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