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Critiche al manifesto – interviene Ettore Maria Mazzola

Critiche al manifesto – interviene Ettore Maria Mazzola

Il 6 gennaio u.s., la vecchina sulla scopa ha portato un regalo a tutti gli architetti internauti, una bozza di quello che vorrebbe essere ilManifesto per l’Architettura elaborato dalle menti eccelse ed innovative dell’Associazione Italiana di Architettura e Critica … un’associazione che prevede appunto il connubio indissolubile tra architetti e critici, connubio necessario per poter essere o meno inclusi nel “cerchio della fiducia” di questa bistrattata professione.
Certo che, per come vanno le cose a livello professionale, ma anche economico e ambientale, un Manifesto che si prenda cura di come dovrebbe svolgersi questa professione, specie alla luce del background culturale dell’Italia, dovrebbe essere quanto meno auspicabile, del resto si parla di un settore che potrebbe risollevare le sorti di un Paese devastato dalle politiche economiche della globalizzazione.
La necessità del cambiamento del resto è evidente a chiunque risulti in grado si rendersi conto del fatto che, da quando è stato esplicitamente imposto di guardare ovunque, tranne che alla nostra gloriosa tradizione, la produzione edilizia italiana, e i problemi socio-economici, abbiano subito un drastico peggioramento.

E allora, agli occhi di chi è stufo oltre settant’anni di follie utopiche in materia architettonico-urbanistica, risulta chiaro che, piuttosto che continuare ad affannarci nell’imitazione di folli ricerche futuristiche alla base delle problematiche sociali, economiche ed ambientali che attanagliano il pianeta, risulterebbe più che logico provare a ripartire da dove avevamo smesso.
… Ma sarebbe chiedere troppo, sarebbe come voler chiedere alla Monsanto di rimettere in discussione i pesticidi e le modifiche genetiche dei campi di mais, sarebbe come chiedere ai fondamentalisti religiosi di provarsi ad aprire al dialogo interreligioso con i presunti nemici.
Ecco quindi che il “nuovo” Manifesto per l’Architettura proposto da Luigi Prestinenza-Puglisi, coadiuvato da Anna Baldini, Diego Barbarelli, Roberta Melasecca, Giulia Mura, Marco Sambo e Zaira Magliozzi, si viene a configurare non solo come la conferma – se mai ce ne fosse stato il bisogno – dello status-quo della materia architettonica, ma sembra addirittura voler essere una patetica riproposizione, a 98 anni di distanza, di quelle assurde teorie già contenute nel Manifesto dell’Architettura Futurista di Sant’Elia … ma con un’aggravante: Antonio Sant’Elia aveva dalla sua parte un periodo storico e artistico molto particolare, e non aveva alcuna idea dei drammatici effetti collaterali prodotti dalle sue folli idee reazionarie. Quindi, sebbene condannabile, il Manifesto del ’14 possiede una miriade di attenuanti. Il nuovo Manifesto invece – forse a causa della miopia di LPP & co. nel guardasi alle spalle (sarebbe da “passatisti”), o vuoi perché come tutti i “guru” pensa di poter derivare le proprie conoscenze da se stesso (in base alla “necessità di azzerare la storia“) – non può trovare alcuna clemenza da parte della corte, poiché si tratta di una pianificazione lucida e intenzionale di manipolazione della realtà mirante a rafforzare il ruolo dei critici (lui in questo caso), rispetto agli architetti: se stai con me sei “IN”, se non condividi sei “OUT”!

Giustamente, nel post precedente di Pietro Pagliardini su De-Architectura, egli ha, con grande acume, fatto un giustissimo raffronto con Socrate, scusandosi “in contumacia” con l’ateniese. Nel suo testo, Pagliardini ha giustissimamente detto: «se ci trovassimo nell’antica Atene a dover votare su di lui, scriverei il suo nome sul coccio per decretarne l’ostracismo, non territoriale ma dal consesso della critica, con la motivazione di “corruzione di giovani architetti”».

Si noti che tempo addietro, tra FB e i vari blog in giro nella rete, LPP e diversi suoi sostenitori e/o emuli, hanno organizzato svariate iniziative tese a rafforzare, o a dare un senso, al ruolo dei critici di architettura nel XXI secolo.
… Verrebbe da pensare che, se c’è poco lavoro per gli architetti, figuriamoci per i critici, e allora sì che bisogna inventare qualcosa di nuovo, qualcosa che rafforzi il ruolo dei secondi rendendo i primi dipendenti da quelli … il potere mediatico è fondamentale!

Del resto per come vanno le cose di questi tempi in Italia – dove a causa di un generalizzato atteggiamento intellettualoide si vive in un contesto dove una presunta e autoproclamata élite colta ha il diritto di parlare, mentre la massa incolta ha il dovere di accettare passivamente – questo programma rischia di avere un discreto margine di successo … ma la cosa non è assolutamente una novità come si vuol far credere.

Come infatti ho avuto modo di scrivere nel mio Architettura e Urbanistica – Istruzioni per l’Uso(1):

Le università si sono comportate esattamente come una la congregazione la quale, al pari delle peggiori sette religiose, sotto l’ispirazione di una presunta intelligenza superiore, emette una dottrina ritenuta immutabile e procede, per raccogliere aderenti, per iniziazione: l’insegnamento distorto che è stato esercitato negli ultimi settant’anni, è stato mirato alla sottomissione delle intelligenze ad una dottrina, in vista di un risultato concepito in anticipo che non si chiama MODERNITÀ ma MODERNISMO!
[…]
Vista l’analogia storica, e per meglio comprendere quello che accade in determinate situazioni, parafraserò, attualizzandolo, quanto ebbe acutamente modo di osservare nelle sue “Conversations sur l’Architecture” Eugène Viollet-Le-Duc(2) all’epoca in cui fu vittima dell’ostracismo da parte del sistema Beaux-Arts.
L’influenza esclusiva che può assumere una congregazione irresponsabile nei riguardi di un potere esecutivo responsabile è talmente grande da rischiare di non poter essere controllata: cosa può opporre un’amministrazione non competente all’opinione di un’università o un ordine professionale che lo Stato stesso (poiché è lo Stato che li sostiene) considera del tutto competente? Come ammettere che un’amministrazione che non è artista, si accinga ad assumersi le responsabilità di affidare, per esempio, la costruzione di un monumento pubblico a un uomo che rifiuta un corpo che si ritiene si recluti nell’élite degli artisti? […]
Per i grandi incarichi, comunque, dovendo rispondere a delle Normative di trasparenza e non potendola fare proprio […], l’amministrazione trova più semplice, e meno compromettente, ripararsi dietro l’opinione dell’organo colto (commissione giudicatrice decisa dall’Ordine degli Architetti o da chicchessia che, comunque, sarà composta come al solito dagli adepti della “setta” e mai dalla gente comune che dovrà vivere ciò che le si costruisce), che però non è responsabile e non è minimamente tenuto, nei confronti del pubblico, a rendere conto dei reali motivi che lo fanno agire, e ben si guarda dal rivelarlo, se lo farà argomenterà le sue decisioni con le tipiche frasi arcane miranti a far sentire il popolo come una massa di sudditi ignoranti per i quali lo Stato “buono” produce. Si capisce che in tali condizioni, in un’amministrazione che “non se ne intende” di speciali questioni d’arte, gli affari della lobby vadano alla grande. Così queste amministrazioni si trovano ben presto completamente alla mercé dei capi della congregazione e circondate dai suoi aderenti, impiegati ad ogni livello. Questi ultimi divengono tanto più numerosi e sottomessi allo spirito del corpo, quanto più sentono che la sua influenza si accresce e che il suo potere si rinsalda in tutti i servizi dei lavori pubblici. Poiché tali servizi ormai intendono esprimere una sola opinione su tutto, e visto che tutti gli “oppositori del regime” sono stati costretti a tirarsi fuori dalla mischia, credono in perfetta buona fede di essere nel giusto … fino al momento in cui, per un caso fortuito, si assiste ad un brusco risveglio. È solo a questo punto che questa responsabilità – che l’amministrazione credeva potesse accollare al corpo protetto – viene invece a ricadergli addosso come un macigno, a questo punto il corpo irresponsabile se ne lava le mani. Così facendo, si suppone, l’istituzione statale dovrebbe divenire per lo Stato imbarazzante, tuttavia inizia un tira e molla di scaricabarile finché, col tempo, ci si dimentica e si ricomincia come se niente fosse stato!
La forma dittatoriale silente che caratterizza l’ambiente dell’Architettura di oggi è assolutamente inimmaginabile alla gente che vive – o sopravvive – nelle città: gli architetti e gli studenti di Architettura si trovano in una situazione particolare a dir poco vergognosa: ripudiare le proprie idee, qualora tali opinioni e tali idee non siano ammesse dal Corpo protetto dallo Stato, o essere condannati a una specie di ostracismo se mantengono le loro idee e le loro opinioni personali. […].
È esattamente come nella riflessione di Giulio Magni a proposito dell’impostazione Beaux-Arts del suo tempo: «[…] colui che deve lavorare si trova nel bivio difficilissimo, se cioè fare come la ragione lo guida o come il generalizzato sentimento gli impone … affrontare l’impopolarità è certo un eroismo! […]».
Si rifletta sul fatto che un qualsiasi corpo (in questo caso gli Ordini Professionali) sottomesso a una dottrina, (in questo caso la Teoria Modernista imperversante nelle Facoltà di Architettura), che dipende dallo Stato tramite un legame qualsiasi, tenderà sempre a servirsi fatalmente dello Stato per far trionfare la propria dottrina! Quando a questo si aggiungono le riviste specializzate – su cui ovviamente scrivono i grandi luminari dell’Architettura e i loro emuli – che bombardano in maniera monotona e dittatoriale i lettori con architetture astruse – la frittata è fatta.
Chi si ribella a questo circolo vergognoso viene immediatamente annientato da chi comanda abusando della sua posizione protetta e privilegiata. Gli studenti, e/o i giovani architetti che provano ad emanciparsi imparano subito, a loro spese, cosa costi. Se non seguono la strada uniforme tracciata dal cameratismo, si trovano le porte chiuse; se non cozzano contro un’ostilità dichiarata, vengono condannati dalla cospirazione del silenzio: se lo studente prova a divergere dall’idea del docente non passa, o passa a stento, e dopo lunghe sofferenze, l’esame progettuale; se un giovane architetto ha la fortuna di realizzare, o semplicemente progettare un intervento tradizionale, nessuna rivista lo prende in considerazione.

Ora quindi, con questo nuovo Manifesto, ci troviamo davanti ad un documento non solo assurdo, ma per alcuni versi pericoloso a causa del contenuto di alcune delle sue 12 tesi.
Per esempio la Quinta Tesi, la cui pericolosità è già insita nel suo nome: Bisogno di utopia: … ma non sono bastate le follie del secolo trascorso per comprendere che sarebbe meglio stare con i piedi per terra?
O la Sesta Tesi, intitolata Liberare, dove si inneggia al bisogno di libertà superando il mito della produttività e dell’efficienza economica a tutti i costi. 
Oppure la settima, che si intitola Sconfiggere l’ossessione del controllo … come dire, niente regole, siamo architetti!!
L’ottava poi, intitolata Il paesaggio si costruisce, arriva a decidere che, “così come un albero può, come il cemento, diventare un materiale da costruzione, il cemento può, come un albero, diventare un frammento di paesaggio” … dunque viva l’ambiente!
La più impressionante è però la nona tesi, definita Ecologie, dove si arriva all’assurdo per eccellenza: qui gli autori, scopiazzando in maniera ancora più folle le elucubrazioni visionarie e consumistiche della Ville Radieuse e del Manifesto dell’Architettura Futurista, arrivano ad affermare che 

!!! «La vita è produzione e consumo di energia. Non ha senso risparmiarla» !!!

Andando avanti, ovviamente, non può mancare l’attacco alla tutela del patrimonio, sicché la Decima Tesi, dal titolo Recuperare e trasformare, si spinge alla necessita di demistificare le ideologie del recupero a tutti i costi e del falso storico e pensare che attraverso il nuovo e la competizione tra le migliori idee si possa migliorare l’esistente. Occorre puntare alla stratificazione degli interventi considerando anche le nostre come tracce del susseguirsi delle epoche.
È chiaro che con questa tesi, a parte l’inesistenza della “novità”, si voglia rafforzare l’idea del “famolo strano, famolo contemporaneo”, senza punto porsi il problema del rischio di perdere per sempre quel patrimonio che il mondo ci invidia e che dovrebbe darci da campare, sicché la l’undicesima tesi, intitolata Innovare, non fa che rafforzare quella precedente, scimmiottando la Carta del Restauro di Atene del 1931:

«Bisogna perseguire l’innovazione e la sperimentazione, come fonti di continue sorprese e aperture concettuali».

Appare quindi paradossale che, a conclusione del Manifesto, LPP presenti quello che lui definisce “testo di accompagno”, un documento che inizia con le parole “Varcare la soglia del buon senso”, il paradosso risiede nel fatto che, dati i contenuti, se mai questo Manifesto dovesse prender piede, tutti coloro i quali svolgono la professione di architetti, di urbanisti e di restauratori basandosi sulle ferree regole del buon senso e della disciplina professionale, risulterebbero banditi!
Ma è chiaro l’intento del documento, in questo primo scorcio di secolo, dove gli sforzi degli architetti sensibili alle tradizioni hanno fatto emergere dall’oscurità la loro presenza suscitando l’interesse del pubblico, c’è il timore che la gente sana di mente possa fare un confronto e discernere il bene dal male, e allora è necessario operare nuovamente un lavaggio del cervello che ricordi come la storia vada, necessariamente, periodicamente riazzerata … hai visto mai che gli architetti “ignoranti per vocazione” debbano rimettersi sui banchi a studiare per poter continuare a fare la professione?

Note:
1) E. M. Mazzola, Architettura e Urbanistica, Istruzioni per l’uso – Architecture and Town Planning, Operating Instructions, (prefazione di Léon Krier) Gangemi Edizioni, Roma 2006
2) Per la traduzione italiana: Conversazioni sull’Architettura – Edizioni Jaca Book S.p.A. op. cit.

4 Comments

  1. ettore maria mazzola 15/01/2013 at 10:39

    grazie Luigi, è sempre un piacere poter avere un dibattito sano e civile su certi delicatissimi argomenti

  2. antonio 15/01/2013 at 17:50

    entretiens.

  3. Sandro Lazier 15/01/2013 at 22:03

    È sempre una meraviglia, unita a un sincero senso di vertigine, calarsi nelle pronditá d’analisi di Mazzola. Teoricamente impeccabile, addiruttura cinico nello spaccare in quattro il capello delle minchiate.

  4. antonio 16/01/2013 at 22:34

    noto con dispiacere che avete censurato il mio precedente e innocuo commento.
    lo ripeto, nella sua forma originaria, perché tanto basta e chi vuol capire capisca:

    entretiens

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