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Critiche al manifesto – interviene Hans Leo Höger

 

Stilare un manifesto – espressione di un programma, di princìpi, di posizioni – indica esigenze e a volte anche emergenze di riflessione e dibattito in ambito politico, professionale, creativo. Nascono così l’invito e l’opportunità per la condivisione e il confronto. Condividere liberamente i propri pensieri, le proprie posizioni e magari anche le proprie incertezze è fondamentale in una democrazia. Voglio proporre e condividere alcuni personali commenti e riflessioni a proposito del Manifesto per l’Architettura di AIAC – punto per punto, tesi per tesi. Voglio cercare di essere breve e conciso. Accadrà, quindi, che formulerò a mia volta posizioni, domande o semplicemente associazioni (pensieri relazionali) che non sono e non vogliono essere risposte ultime (semmai tali risposte esistessero). Un membro degli architetti tedeschi “Baufrösche” [rane costruttrici] disse una volta: Nessuno ha l’ultima parola. 

Recuperare il grado zero

Esiste una scrittura neutra? Non credo. É possibile e auspicabile che i contenuti si emancipino dalle forme che li rendono percepibili? Non penso. Indagare intenzionalità e obiettivi aiuta a distinguere tra linguaggio ragionato e formalismo arbitrario. Usare la forma grammaticale di certi sostantivi al singolare è problematico, ai giorni d’oggi. ‘Il’ rapporto con ‘la’ realtà di una volta si è trasformato nei rapporti con le realtà (odierne e del futuro). Nostalgia è un’emozione che non necessariamente manca di senso ed energia. Un conto sono isolati ricordi, un altro la memoria. La Storia è fatta di storie (cfr. Erodoto, Bertolt Brecht etc.). Storie rappresentano sempre determinati punti di vista, di osservazione, di esperienze personali e/o collettive. Vanno, quindi, ascoltate con attenzione. 

Contenuti, linguaggio

Giudicare è un compito necessario, seppur difficile. Personalmente preferisco la parola ‘valutare’. Ogni architettura è espressione dei tempi in cui nasce. Questo non è, di per sé, né positivo né negativo; è semplicemente un fatto (cfr. Watzlawick, tra gli altri). Valutarne i legami maggiori o minori con esigenze e desideri sociali e collettivi è compito di chi cerca di interpretare e comprendere sia le opere sia i tempi e contesti in cui esse nascono. L’uomo deve stare al centro della cultura di progetto. Chi nega questo, si occupa forse di edilizia (e delle relative speculazioni), ma certamente non di architettura. 

La Critica

Amo e spesso mi conforta il porto dell’etimologia quando cerco di comprendere il senso di certi termini che facilmente finiscono per essere mere etichette di comodo (processo profondamente nutrito dall’ignoranza, dal non conoscere o non voler conoscere). La Critica è un requisito di civiltà, ed è tale solo quando è operativa. Tutto il resto sono chiacchiere. La voce del critico possono e devono far sentire coloro che sono in grado di differenziare, di distinguere. La qualità di un progetto non è opinabile (cfr. Enzo Mari), ma è certamente sottoponibile ad una critica qualificata (e qualificante). 

Contro le derive del disegno

In ogni opera creativa si riscontra un certo grado di autoreferenzialità. Neutrum non datur. Anche Leon Battista Alberti, fornendo importanti e tuttora attuali definizioni di ‘disegno’, è stato in una certa misura autoreferenziale. Nei casi, però, in cui l’autoreferenzialità prevale o diventa addirittura obiettivo a cui aspirare, il carattere relazionale della progettazione si riduce a vanità – e quindi ad un atteggiamento vano nel contesto della cultura di progetto. Disegnare uno spazio è un’operazione riuscita quando tale spazio possiede le qualità per essere designato, accettato e vissuto come luogo. 

Bisogno di Utopia

Voglio usare (in modo analogo a quello della tesi sulla Critica) la ‘U’ maiuscola per parlare di Utopia e Progetto – un argomento e un nesso che negli ultimi anni acquisiscono nuovamente attenzione e rilevanza (sia da parte di vari attori della cultura di progetto – certamente non solo limitati ai cosiddetti ‘addetti al lavoro’ – sia in base a reali situazioni da affrontare il prima possibile per evitare che diventino definitivamente irreversibili). Anche qui, la finalità non consiste a mio parere “soltanto” nella costruzione di spazi reali, ma nella realizzazione delle prerogative per nuovi luoghi fisici e virtuali, di comportamento e di comunicazione (da condividere e vivere con le azioni umane giorno dopo giorno). 

Liberare

La maggior parte di grandi progetti architettonici è ormai in mano ai cosiddetti ‘project developers’ – corporations internazionali che gestiscono un progetto di grandi dimensioni economiche dalla A alla Z: chiavi in mano. Se l’architettura come ambito professionale vuole riconquistare i terreni della sua etica e delle competenze intrinseche al suo operare, deve effettivamente riuscire a liberare se stessa (nei sensi della sesta tesi del Manifesto). Leon Battista Alberti sosteneva (parafrasandolo) che l’architettura è un mestiere pubblico. Oggi, invece, è diventata in gran parte un servizio che asseconda interessi privati. I veri protagonisti sono diventati coloro che nutrono e finanziano tali interessi. 

Sconfiggere l’ossessione del controllo

L’ossessione del controllo è dannosa e controproduttiva. Reprime dialogo e creatività. Allontana le persone invece di integrarle e farle sentire coinvolte, come parti di un insieme di idee e azioni con cui identificarsi e per le quali vale la pena lavorare, dando il meglio di sé. 

Il paesaggio si costruisce

Per costruire un paesaggio (nel senso dell’ottava tesi del Manifesto) occorrono rispetto, sensibilità, capacità di osservare, competenza di analizzare, volontà di intervenire e abilità di attuare. L’ambientalismo aggiornato sta ridefinendo se stesso ormai da tempo, diventando sempre più pragmatico, innovativo e incisivo (penso, ad esempio, a Cameron Sinclair e ‘Architecture for Humanity’, per citare solo un esempio fra tanti). Consiglio come lettura ‘Next Nature: Nature Changes along With Us’ – a cura di Hendrik-Jan Grievink (Next Nature Network, Amsterdam), Actar 2011. Usare il termine ‘ecologia’ al plurale è fondamentale (mentre il termine libertà ha vero valore solo se usato al singolare). 

Recuperare e trasformare

Un recupero intelligente equivale sempre ad una trasformazione del presente, guardando al futuro. La conservazione del ‘falso storico’, invece, è semplicemente simulazione. Una memoria ragionata e ragionante ci aiuta a capire che cosa abbandonare e che cosa, invece, trasformare. In presenza di sbagliati interventi irreversibili, la documentazione digitale dello stato preesistente è di poca consolazione (anche se cmq. meglio di niente…). Uno tra i diversi esempi riusciti riguarda, a mio avviso, Perugia. 

Innovare

“Cambiare il mondo non basta. Lo facciamo comunque, ed esso avviene anche senza la nostra collaborazione. Nostro compito è interpretarlo per cambiare il cambiamento, affinché il mondo non continui a cambiare senza di noi.” – Günther Anders

Cfr. Ezio Manzini: Changing the Change!

“La cosa più importante è il bosco, non gli alberi.” – José Samarago 

Pensare ad una nuova geografia e definire il livello di intelligenza

Connettività e interazione sono valori chiave delle architetture e dei luoghi odierni e futuri. Garantire l’accesso a tali qualità e servizi è fondamentale (cfr. Jeremy Rifkin. The Age of Access. New York 2000). 

Varcare la soglia del buon senso

Francamente non me la sento di mettere ‘tout court’ sulla panca degli “imputati” personaggi cosi diversi come Koolhaas e Libeskind, Hadid e Tschumi, Holl e Coop Himmelb(l)au, Nouvel e Gehry (l’ultimo lo aggiungo io). Per quanto riguarda il panorama italiano, voglio ricordare che celebri e anche meno celebri architetti lavorano spesso di più all’estero che in Italia (e non per “semplice” scelta loro), contribuendo in ogni caso con le loro opere anche al dibattito italiano intorno a possibili strade per un futuro da percorrere. 

Formazione e educazione (una sorta di epilogo, aggiunto da me)

“Fermare la diffusione del sapere è uno strumento di controllo per il potere: perché conoscere è saper leggere, interpretare, verificare di persona e non fidarsi di quello che ti dicono. La conoscenza ti fa dubitare. Di ogni potere.” – Dario Fo

Saper relazionarsi in maniera comprensibile e fruttuosa con i “non addetti al lavoro” è fondamentale per il progredire di un mestiere pubblico. 

Hans Leo Höger

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