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Critiche al manifesto – interviene Ugo Rosa

Critiche al manifesto – interviene Ugo Rosa

un parere sul manifesto AIAC

Caro Luigi, cari redattori,

mi chiedete un parere che forse va molto al di là delle mie possibilità; io ci vedo male e il tracciato, così a me sembra, non è ancora chiarissimo.

Comunque proverò a orientarmi in base ai rami secchi che, tra le nebbie, vedo pendere ai due lati del sentiero sperando che una di queste venerabili frasche non mi precipiti sulla testa.

Allora cominciamo proprio con quella nostalgia che non vi piace, ma cui, fin dalla prima tesi, rendete l’onore delle armi.

* * *

Grado zero.

Sì, mi ricordo dei gemelli Barthes.

Io frequentavo il minore (gli piaceva prendere per il culo i giornalisti e si rideva una bellezza) e il maggiore (gli piacevano le foto e si stava a guardarle per ore come i fessi).

Il mezzano no.

All’amatissima mammà, il secchione, era riuscito peggio degli altri: con quell’aria professorale e la voglia di far carriera accademica con la “scienza delle significazioni”, quel ciabattare annoiato tra gli arcifonemi e gli assi del linguaggio, portandosi dietro (ché non si sa mai…) il rotolone lungo dei Lacan e Levi-Strauss e fornendo d’ufficio al docente perfino le formule per la lezione alla lavagna: (ERC) RC eppoi C/ERC eppoi ER (ERC) dove per E s’intende il piano d’espressione, per C il piano di contenuto e laddove la significazione coincide con la relazione (R) dei due piani…perché, insomma parliamoci chiaro “un metalinguaggio è un sistema in cui il piano del contenuto è esso stesso costituito da un sistema di significazione”. E così via, mentre io e gli altri due già ci si allontanava sul lungosenna masticando noccioline e sputacchiando semi.

Insomma quelle cose che, sapete bene, tanto piacquero dalle nostre parti, in particolare al professor Umberto Eco il quale, infatti, acquistò tutto lo stock a prezzo di realizzo e, con quel materiale, si costruì un meraviglioso cenotafio sferico che ancora oggi allieta il nostro paesaggio culturale emanando fosforescenze narrative assai redditizie per il residente in loco.

Ma, ecco, del “Grado Zero della scrittura” (che appartiene al fratello minore) mi ricordo (ah, che nostalgia!) lo incipit fulminante:

“Hébert non iniziava mai un numero del “Père Duchene” senza infilarci dentro qualche “cazzo!” e qualche “troiafottuta!”.

Queste imprecazioni non significavano niente, ma segnalavano.

Che cosa?

Tutta una situazione rivoluzionaria.”.

Strepitoso eh?

Altri tempi.

Ora, dice, bisogna recuperarlo questo grado zero, anche perché (sempre a proposito di nostalgia…) l’aveva detto Zevi (la tentazione di chiamarlo San Bruno, come facevano Marx ed Engels con Bauer, è fortissima ma me ne asterrò rigorosamente).

Bene, purtroppo credo di conoscere un poco i miei polli: ho sotto gli occhi e ben dentro le orecchie, gli squartamenti e le urla dovuti alla semplice parolina “decostruzione” che la buonanima di Derrida, incolpevolmente ma con un poco di leggerezza, lasciò in pasto agli architetti e prima ancora le stragi raccapriccianti che furono consumate sotto la bandierina del postmoderno che l’altra buonanima di Lyotard e qualche altro avevano fatto, quasi solo per divertimento, sventolare al vento della fin des grands récits.

Grado zero, spero di potermi permettere di rilevare, non è “azzeramento” dello stile, né azzeramento della forma. Barthes, ovviamente, era troppo intelligente per crederlo e anche solo per sostenerlo ma gli architetti, invece, no e, state tranquilli,chez nous finirebbe a tarallucci e vino.

Vedo all’orizzonte ecologismi, naturalismi e naturismi, vegetarianismi, ecosostenibilismi, poverismi, case fatte col bambù e col cartone pressato, fondi di bottiglia riciclati e bucce di banana ricucite insieme, emeriti nulla certificati e spacciati per ricerche universitarie con tanto di premio europeo al risparmio energetico, scemenze a rinfrescamento naturale e a basso consumo di ogni genere e tipo. E, infine, già m’immagino il furbo di turno (olandese, tedesco forse perfino italiano purché si esprima in quell’inglese appiccicoso e stucchevole che costituisce la lingua madre di tutti quelli che hanno da dire la loro) che, dopo una vita passata in aereo e senza neppure avere idea di cosa voglia dire mettere due frasi in sequenza, scrive un libro di mille pagine gonfio di tutti pensierismi sull’azzeramento dell’azzeramento, lo intitola XLLXLLX e lo vende a tutti i frequentatori di master e workshop intercontinentali guadagnandosi il Pritzker sul campo e venendo acclamato come nuovo, possente genio del millennio.

E’ successo e succederà di nuovo ma non è il caso di affrettare i tempi e darsi la zappa sui piedi.

Perciò io, col grado zero, ci andrei pianino, anche perché quando Barthes vi fa riferimento, non bisogna, capite bene, prendere troppo sul serio né la “scrittura parlata” (Queneau) né quella “bianca” (Camus), l’una e l’altra sono infatti manifatture letterarie (proprio come sopraffina manifattura letteraria è la scrittura di Totò e Peppino: “Veniamo noi con questa mia addirvi che noi ci fanno specie che questanno cèstato grande moria di vacche…salutandovi indistintamente i fratelli Caponi, che siamo noi”) tanto più artificiose quanto più intenzionalmente triviali, comuni, apparentemente neutre.

Queneau, naturalmente, fu uno stilista e, probabilmente, uno dei più arzigogolati e barocchi che si ricordino (e di sicuro la sua scrittura è incomparabilmente più artificiosa e studiata di quella di un Borges, di un Nabokov o, in Italia, di un Savinio che sono invece additati come lontanissimi dal “grado zero” e prosatori di stampo “tradizionale” o “classico”) per cui già riferirsi alla sua come a una “scrittura parlata” è assolutamente fuorviante, non solo perché è evidente che nessuno parla come Zazie nel metrò, ma perché, soprattutto, se anche qualcuno parlasse in quel modo la sua parlata, una volta messa per iscritto, diventerebbe, appunto, prosa, cioè puro e semplice “stile”.

E lo stesso vale, naturalmente, per tutta l’architettura.

Non c’è alcuna possibilità di azzeramento formale: perfino le flatulenze, fatte da un architetto o da qualcuno che s’è convinto d’essere tale, assumono valenza stilistica.

Non se ne esce: per l’architetto l’innocenza è perduta all’atto della scelta di essere architetto e si dà il caso che qualsiasi cosa faccia, nasca già con il marchio del peccato originale dello stile e conseguente foglia di fico per le vergogne.

Perciò se proponendo “il grado zero” ci si vuol rifare una verginità allora meglio lasciar stare, l’operazione è impossibile.

Se invece grado zero è, per dirlo con Marina Cvetaeva, il paese dell’anima e per dirlo con lo stesso Barthes (che in tutto il saggio che pure porta quel titolo non ne azzarda mai una definizione diretta…) “il modo di esistere di un silenzio” (pag. 56 nell’edizione che ho io) allora dovrebbe essere proprio quella never land nella quale noi dispersi e naufraghi siamo di casa e in cui null’altro si cerca né si trova se non un’alternativa a se stessi.

Un’alternativa, forse impossibile e forse no.

Non credo che voi intendiate dire questo nel vostro manifesto, ma non si sa mai: se è qui che volete venire accomodatevi.

Io che ci sto voglio dirvi che, a starci, non c’è merito e neppure comodità: ci si adatta, si sta stretti, si mangia poco e male, si dorme peggio.

Non c’è lusso, calma abbastanza, voluttà così così (spazio per appartarsi, poco).

Però è vero che io ci sto per necessità e voi ci stareste per scelta: tutto un altro vivere…per cui non so dirvi, fate pure.

* * *

Ricerca spaziale.

Non capisco, lo dico con un poco di vergogna, di che cosa si tratti.

Io sono (interpretare il tempo presente, prego, così come si fa nelle presentazioni al circolo degli alcolisti anonimi: chi è alcolista lo rimane per sempre e perciò ogni volta che si presenta deve dire “mi chiamo così e così e sono un alcolista”, anche se non tocca un goccio da vent’anni) dunque, ripeto, io sono un architetto e in parecchi anni di attività ho costatato con questi occhi che tutto quello che, in architettura, viene fuori dalle chiacchiere sulla ricerca spaziale è che fare il soggiorno a doppia altezza fa sempre brodo.

Usare la parola “spazio”, anche se non sapremmo dire di cosa si tratta, è inevitabile per chi parla d’architettura e del resto sono molte le parole che usiamo con approssimazione nonostante non significhino “nulla di preciso” e, anzi, proprio grazie a quella preziosa imprecisione che fa “gioco” (Dio, Verità, Tempo, Infinito e via con le maiuscole…).

Occorre però fare attenzione e non trasformarle in feticci da rappresentare con tanto di barba e capelli.

Perciò una dei miei personalissimi criteri per distinguere un buon architetto da uno pessimo è esattamente questo: il pudore con cui parla dello “Spazio” e la capacità di tacere circa qualsiasi “Ricerca spaziale”, se si allarga troppo con queste chiacchiere, per me, è uno che millanta credito. Infatti, detto tra noi, Wright (che era un narcisista patologico di un cinismo senza limiti) usava queste minchiate per far cadere i gonzi nella trappola eterna riservata alle vittime della loro pretesa di capire tutto.

Insomma:

“Sappiamo che il mondo è costituito da solidi, ma noi vediamo e tocchiamo soltanto delle superfici. Non vediamo e non tocchiamo mai un solido. Effettivamente il solido è un concetto composto da una serie di percezioni, è il derivato del ragionamento e dell’esperienza. Per la sensazione immediata esistono soltanto delle superfici.”. Così, un secolo fa, scriveva Ouspensky e le cose non sono cambiate: se non possiamo percepire nemmeno i solidi, che riusciamo solo a “comporre” attraverso la percezione di superfici, figuriamoci “lo spazio” che possiamo semplicemente concettualizzare in modo assolutamente astratto.

Perciò parlare di “rappresentazione dello spazio” è auto contraddittorio: se lo rappresenti non è spazio ma oggetto “nello” spazio (fermo restando che “lo spazio”, anche come contenitore e sempre che lo sia, rimane misterioso quanto “il tempo”).

Ed è proprio quest’arroganza che pretende di rappresentare l’irrappresentabile che ci ha regalato quegli immani monumenti alla presunzione e alla stupidità che sono le produzioni iperattuali.

Queste mummie, monumentali fino alle convulsioni (letteralmente) che pretendono (per “rappresentare lo spazio”!) di mummificare in posa ciò che non può essere irrigidito se non tramite imbalsamazione e a prezzo del suo senso.

Questi agghiaccianti balletti di ferraglia e cemento che mimano grottescamente un “movimento” che in architettura non può non essere altro che pura finzione e maschera: scenografia inautentica (perché ne esiste una autentica, quella che si vede a teatro).

Direte: ma cincischiare con le superfici e immaginare volumi è troppo poco!

E’ poco, per carità, però è anche tutto quello che possiamo e abbiamo ed io mi atterrei al principio di arrangiarci con questo e lasciar perdere i “linguaggi spaziali” che, fino a prova contraria, ci hanno ridotti come siamo adesso (e, finalmente ve ne siete accorti anche voi, non siamo messi bene).

Se dobbiamo progettare una casa, progettiamola meglio possibile e senza pretendere di “rappresentare lo spazio”, perché questo è il modo migliore, più diretto e sicuro, di fare stronzate.

Proviamo, almeno noi poveri artigiani, a impostare, per così dire, artigianalmente anche il nostro modo di esprimerci.

Vedete un po’.

* * *

Per quanto riguarda poi le caratteristiche dell’iperattuale (voi chiamatelo come volete) fa piacere, naturalmente che qualcuno (oltre a quello spostato di cui non mi ricordo neanche il nome che lo scrive da una ventina d’anni, ma non fa testo né notizia) sia finalmente pervenuto alla conclusione che abbiamo oramai a che fare con una realtà-scenografica (o una scenografia-reale) estesa su scala planetaria.

Questo virus mediatico non solo ha in pratica eliminato dalla faccia del pianeta qualsiasi spazio vitale per l’architettura ma ne ha, come l’invasione degli ultracorpi nel film, preso il posto e il sembiante.

Meglio tardi che mai, certo, ma se fossi in voi approfondirei un pochino la questione.

Perché dire “questo non si fa” va anche bene, ma si tratta di capire prima:

1) Cos’è successo

2) Perché è successo

3) Perché continua a succedere

Da come la mettete, infatti, sembra si tratti di un piccolo equivoco senza importanza dovuto a qualche scivolone preso da architetti bravissimi che, una volta ripresisi dalla caduta, si spolvereranno la giacchetta scura, si rifaranno la cotonatura e torneranno a essere più bravi di prima.

Come se nulla fosse.

* * *

E questo ci porta alla critica d’architettura, la quale ha, nei confronti dello stato pietoso in cui versiamo, responsabilità immense.

Con la sua miopia, la sua stupidità, il suo cinismo e, infine, la totale incapacità di esercitare il suo mestiere ha puntellato in ogni maniera possibile questa realtà alla Potemkin nella quale noi tutti facciamo adesso le comparse.

Prima di “stimolare la nascita di nuovi linguaggi spaziali” la critica dovrebbe provare a capire di cosa sta parlando.

Sarebbe già tantissimo perché, per il momento, non ne ha, secondo me, ancora la più pallida idea.

Se, del resto, avesse avuto occhi per vedere avrebbe potuto e dovuto, da vent’anni, fare tutto ciò che poteva per impedire a un branco di ambiziosi senza scrupoli di fare strame dell’architettura.

Invece li ha osannati mutandoli tutti in “geni” e, per di più, ci ha cantato, ogni santo giorno che era nato “un nuovo linguaggio spaziale”.

Dov’erano i critici d’architettura mentre Libeskind faceva quello che faceva, Koolhaas e gli amici sparavano cazzate e ogni cosa si trasformava in féscion?

A battere le mani come l’orsetto a pila.

O no?

Diamone perfino per scontata la buona fede, ma una critica che si accorge delle cose soltanto quando perfino un cieco non può fare a meno di vederle, scusate, ma a che e a chi serve?

A stimolare la nascita della rava e della fava?

E se dovesse nascere un altro mostriciattolo lo accudiremo per altri vent’anni come le sette bellezze salvo, poi, dire che è stata solo questione di un buco nel preservativo?

* * *

C’è poi la famosa deriva del disegno e, a proposito di nostalgia, anche di quella mi ricordo.

Andavo all’università e già se ne parlava, perché prendersela col disegno non ha fatto mai male a nessuno: il disegno (d’architettura) è come l’Augusto che prende le sberle, fa sempre ridere.

Però, se devo essere sincero, mi sembra, ormai, come prendere a calci un morto.

D’altra parte che deve fare il disegno se non derivare?

Per me questo è il disegno: naufragio della mano.

Forse è quello l’equivoco: che quando l’architetto lo riduce a pura funzione ancillare dovrebbe, forse, avere l’accortezza di non chiamarlo neppure disegno ma, piuttosto, puro “supporto grafico alla progettazione” o qualcosa del genere.

Il disegno, ciò che non abbiamo altro nome per definire, manifesta la sua essenza in una dimensione che non può avere nulla a che vedere con l’architettura.

Nel vostro modo di esprimervi c’è tutta la sua impossibilità: “Rappresentare lo spazio”, infatti, non vuole, nel migliore dei casi, dire assolutamente nulla, è uno di quegli slogan vuoti che servono solo a pasturare per fare pesca abbondante tra i fessi ma, confesso che, se per caso volesse dire qualcosa allora, per me, sarebbe una cosa profondamente sbagliata.

Anch’io pratico, nel mio piccolo e pur senza saperlo fare, proprio quella che nel manifesto è definita “la deriva del disegno”: che altro dovrei fare?

Che deve fare uno che disegna, anche se è scarso come me?

L’architettura, certo è un’altra cosa, ma ha bisogno (ancora) di un progetto e il progetto deve essere (ancora) rappresentato tramite segni grafici, su carta o altro.

Quei segni si dipanano su una superficie e ci inducono a immaginare volumi tridimensionali. Non possiamo ancora farne a meno.

Ma disegnare è tutt’altra cosa.

Mi permetto una citazione dello spostato di cui parlavo prima solo perché non me ne viene in mente una più seria:

“Nel disegno le cose non coincidono più con la loro realtà fatta di materiali, di carne e di sangue, lì è il luogo del fantasma e del vago, come potrebbe l’architetto coincidervi con se stesso, quando l’architettura stessa vi si dismette e diventa qualcos’altro?

L’architetto che disegna pretendendo di restar tale, che esige dal suo disegno che ad ogni modo “serva”, impone alla eventualità di un processo la rigidezza di un recinto dentro il quale si finisce per far gregge.

Costui finirà per scervellarsi su come disegnare qualcosa, mentre il non coincidente non la disegnerà che per purissima eventualità.

Questa la differenza, incoercibile e dannata.”.

Questo è, in sostanza, quel che ne penso io.

L’elaborazione grafica dell’architettura è una cosa, il disegno un’altra.

Perciò trovo stucchevoli i disegni “da architetto”: se per caso un architetto si mette a disegnare allora deve farlo da disegnatore (anche se non sa disegnare come me), così come non puoi far musica “da architetto” e danzare “da architetto”.

* * *

E, di sogno in sogno, ecco il bi-sogno di utopia.

Io (naturalmente parlo per me) questo bisogno non ce l’ho: a parte i quattrini e la salute non mi manca altro, per giunta la notte dormo male e, forse per questo, sogno assai, così quel sognare mi basta e avanza.

Mi pare comunque che, a occhio e croce, di utopia s’è fatta indigestione.

L’utopia, che per Bloch era il luogo del possibile e dunque la stella irraggiungibile ma splendente della verità, è stata trasformata, che vi piaccia o no, nel pastone mediatico quotidiano con cui s’ingozza il pensiero positivo dell’utente.

Non conosco conduttore televisivo che non additi sorridente un sogno e non conosco imbecille che non spacci per sogno l’eterna ripetizione dell’uguale travestita da splendidissima novità.

Il sogno di oggi è uguale a quello di ieri e a quello di domani: ce lo può fornire solo il mercato (libero, per carità!).

Abbiamo vissuto un’utopia mediatica che ha assassinato l’utopia dal possibile, l’ha macellata e conservata in scatole da acquistare al supermercato e consumare dopo averla riscaldata al microonde.

Non se se, dopo tutto questo, l’utopia valga ancora qualcosa.

Io, contrariamente a quel che voi dite, mi atterrei proprio al buon senso.

Mi piacerebbe che l’architetto facesse il suo mestiere e fosse, soprattutto, essere messo in grado di farlo: senza cinismo e senza utopia.

Giorno dopo giorno.

Ma siccome è proprio la quotidianità a essere diventata un’utopia allora…ben venga l’utopia: sogniamo, se proprio dobbiamo sognare qualcosa, una quotidianità fatta di buon senso.

* * *

Dobbiamo, dite ancora, superare il mito dell’efficienza economica a tutti i costi.

Bello…ma che significa?

Dell’architettura degli ultimi vent’anni si può dire quello che si vuole ma non che abbia mai perseguito l’efficienza economica. Direi piuttosto che se n’è fottuta alla grande: dal Guggenheim al Maxxi è stato tutto un susseguirsi di smargiassate per vedere chi riusciva a spararla più grossa.

Se efficienza economica vuol dire spendere dieci quando si poteva benissimo spendere uno (sforzandosi un pochino di più a progettare, pensando all’architettura e non allo specchio e ottenendo risultati migliori) allora sì: s’è perseguita efficienza economica. E anche fuori dall’architettura, da quello che ne posso capire, il “mito dell’efficienza economica” in questi decenni non l’ha perseguito assolutamente nessuno. Piuttosto s’è perseguito, in ogni campo, il mito dei quattrini e del successo, che però è un’altra cosa.

Se intendevate dire questo bene, siamo d’accordo: ma riscrivetelo in modo che anche un testone come me possa capirlo e, possibilmente, senza tirare in ballo “gli approcci costrittivi e tayloristi”.

* * *

Ossessione del controllo?

A me pare proprio che se c’è qualcosa da estirpare, oggi, sia esattamente l’opposto: l’ossessione di mimare, in ogni progetto, l’assenza di controllo e, in fin dei conti, proprio l’assenza di progetto.

Veniamo da anni in cui ogni progetto ha recitato la finzione della sua assenza in nome della fluidità, dell’immediatezza creativa e del mito dell’improvvisazione (vedi Gehry e il foglio di carta appallottolato, e vedi Himmelblau e gli schizzi in stato di trance ).

Che questo dovesse mutarsi in barzelletta era evidente fin dal principio perché il paradosso di un’attività fondata, direi ontologicamente, sul progetto che pretende di fingere di non averne alcun bisogno non poteva non condurre a risultati penosi.

Basta pensarci: un tempio greco poteva anche essere costruito senza un progetto solo perché ne aveva introiettata l’essenza. Ma immaginate di costruire un canile progettato da Gehry, che mima la svagatezza, senza uno staff d’ingegneri aerospaziali che disegna, calibra e testa mille volte ogni singolo bullone. Impossibile. Perché in questo caso il progetto, di cui si rappresenta superficialmente l’assenza, si vendica ferocemente in essenza.

Ed è proprio qui, carissimi, in questa paradossale discrepanza tra essenza e rappresentazione e non in qualche incidente di percorso che si annida quella falsità scenografica di cui anche voi, a quanto pare, vi siete finalmente accorti ma dandole, evidentemente, un senso che è lontanissimo da quello che le do io.

* * *

E, per concludere, “Innovare” come parola d’ordine mi sembra vecchia come il cucco ma sempre pericolosissima.

Il nuovo è inatteso e inaudito, oppure è niente.

Chi lo vuole prevedibile, lo agita come una bandiera e ne fa un programma, lo svuota di ogni senso e lo rende un feticcio.

Peggio ancora quando dietro questa parolina c’è, prontissima, una truppa di sacerdoti professionali pronta a imbalsamarlo e a esporlo quotidianamente, dentro un sarcofago di cristallo, alla delirante adorazione dei cretini.

Perché, vedete, l’imbalsamazione del nuovo risulta sempre imperfetta e fa sì che la mummia puzzi sempre di morto.

* * *

Insomma, caro Luigi e redattori tutti, ho l’impressione che, con questo manifesto, voi abbiate preso (finalmente) atto della valanga di fangosa idiozia architetturale che ci ha sommerso ma mi sembra che lo abbiate fatto senza chiedervi perché mai essa si sia verificata.

Ho l’impressione che per voi si tratti di un evento che ci ha mandato il cielo, come i terremoti e le inondazioni.

Anzi credo che non riusciate neppure a nascondere un certo reverenziale timore per questo castigo divino, in quanto, appunto, opera degli dei e a prescindere dai danni che ha causato. Per questo ho l’impressione che, più che metterci riparo, voi vogliate, diciamo così, blandirlo con riti apotropaici.

A me questo non interessa.

Non crediate…io vi capisco benissimo e so bene che la vostra buonafede è fuori discussione, del resto succede con l’architettura quello che capita con le persone che abbiamo perduto: dobbiamo ritrovarle vive e piene d’amore per ammetterle morte. Almeno nel ricordo. Allora, credetemi, un muro scrostato, un angolo, un passero sulla grondaia e uno scalino sbrecciato ci faranno sentire, forse, quello che abbiamo già perso in questa spaventosa kermesse fatta di lustrini e silicone, piena di narcisisti gonfi di sé e di imbecilli che proclamano al mondo rivoluzionarie novità quotidiane.

Nessun manifesto varrà, per questo, la ringhiera dalla quale ancora adesso (terzo millennio) pendono, come sempre, le mutande stese ad asciugare.

Quando l’architettura, per consistere, ha bisogno di manifestarsi con un manifesto potrebbe invece voler dire che è manifestamente inconsistente.

Perciò dopo venticinque anni di stupidità manifesta a me piacerebbe solo manifestare il semplice auspicio che gli architetti la smettessero di manifestarsi o che provassero a farlo il meno possibile.

Io credo che questo basterebbe: buon senso, non firmare più i propri schizzi, rendersi meno visibili e, magari, sparire del tutto come “personaggi”.

Lasciare, insomma, respirare di nuovo l’architettura e lasciarla essere quel deve essere, rimetterla a se stessa in necessità e libertà.

A questo, se proprio volete, potrebbe ridursi il mio personale manifesto.

Pro Architectura sed contra architectos.

Per l’architettura, fino a prova contraria, la triade vitruviana basta e avanza: Firmitas, Utilitas, Venustas.

Nessuno, per quanto ne so, è mai riuscito ad aggiungerci o a toglierci un acca.

Era questo il forcone tridentato con cui per secoli è stato tenuto a bada l’ego degli architetti, smesso questo forcone non c’è rimasto nulla e l’ego è diventato un mostro che sta fagocitando ogni possibilità di architettura.

Rendersi conto di questa minuscola banalità non sarebbe un meraviglioso passo avanti?

Un abbraccio

Ugo Rosa

Caltanissetta, 23.01.2013

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