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Keep calm, I’m Rem Koolhaas – di Roberto Sommatino

Keep calm, I’m Rem Koolhaas – di Roberto Sommatino

 

 

La dichiarazione di intenti di Koolhaas per la prossima Biennale di Venezia sembra molto promettente.

Credo che i termini “retrospettiva” e “identità nazionali” non debbano insospettire o spaventare nessuno, se non gli stessi reazionari: non c’è nulla di conservativo nel loro impiego, al contrario. Koolhaas dichiara apertamente di voler dimostrare come la globalizzazione non abbia portato ad un vero appiattimento estetico, ma che abbia avuto in se stessa gli anticorpi per scongiurare questo rischio, conservando spontaneamente interessanti e fertili identità locali (impropriamente ma forse un po’ furbescamente definite nazionali).

Se poi avesse usato il termine indigenizzazione sarebbe stato ancora più chiaro il quadro sociologico di riferimento. Non certo quello delle teorie no-global che vagheggiano un protezionismo culturale, ma quello che considera la globalizzazione un processo fertile in cui le culture e le specificità muoiono ma anche rinascono sotto forme inaspettate, e di cui trattammo in questo pezzo per presstletter:

http://presstletter.com/2012/06/modernita-sostantivo-plurale-di-roberto-sommatino/

Se Koolhaas suggerisce poi che il modo migliore per riconoscere queste identità oggi sia quello di riprenderne i fili del processo che le ha generate, facendo certo un ampio passo indietro, evidentemente si tratta di un retrocedere affatto nostalgico, che servirà solo (con buona pace del grande Andrea Pazienza) a prendere la giusta rincorsa per far compiere all’architettura contemporanea il necessario salto di consapevolezza.

 

4 Comments

  1. Sandro Lazier 27/01/2013 at 18:10

    Faccio fatica a capire. La globalizzazione, se non porta ad una omologazione estetica, non può essere globale, cessa il suo scopo. Una globalizzazione che si rende parziale non esiste, è una contraddizione in termini.
    Essere globali e locali contemporaneamente mi sembra una furbata bella buona. Koolhaas ci dica se, per lui, la globalizzazione è bene o è male. Non può tenere i piedi in due scarpe arrampicandosi sull’antropologia culturale

  2. Roberto Sommatino 28/01/2013 at 15:03

    No, non credo sarebbe una contraddizione e neanche una furbata.

    Esistono delle teorie antropologiche che sostengono esattamente che la storia della globalizzazione non è la storia dell’omogeneizzazione culturale.

    Non solo le identità locali prendono nuovo alimento proprio nel rapporto antitetico con i flussi globalizzatori – “dentro” e non “contro” la globalizzazione – ma le idee globalizzate quando attecchiscono su contesti locali possono creare nuove identità, nuove differenze, nuove patrie, nuove tradizioni.

    Il problema semmai è nel termine “nazione”, che certo è obsoleto.

    Ma mettiamoci nei panni di Koolhaas: se avesse invitato una selezione di architetti sarebbe stato giustamente accusato di organizzare una parata di archistar (e lui stesso rifugge l’ipotesi); se avesse definito a priori degli ambiti concettuali transnazionali (o addirittura postnazionali) si sarebbe arrogato il diritto di suggerire una sola lettura di una realtà complessa come quella attuale, bypassando oltrettutto l’analisi della causa prima di questa complessità, cioè della globalizzazione.

    Mi pare invece che stia usando un approccio corretto ad un problema complesso, cercando di far emergere un significato; e lo fa accostando le vicende di una categoria facilmente disponibile e riconoscibile come la “nazione”. Che sarà pure un contenitore superato e spesso arbitrario ma è comunque il contenitore all’interno del quale questo superamento è avvenuto. La stessa Biennale subisce ancora oggi questo retaggio con la sua organizzazione in padiglioni.

    Se così fosse, leggendo anche tra le righe delle dichiarazioni di Koolhaas, mi sembrerebbe questo un punto di vista metodologico altamente responsabile.

    Del resto anche noi architetti da qualche tempo siamo risaliti a monte del processo ideativo diventando una sorta di programmatori che mettono ad agire dei sistemi di regole per cercare risultati che non immaginiamo in partenza.
    E non trovo meno responsabilità nel definire un campo di regole piuttosto che perseguire una soluzione a priori, né mi sembra un approccio elusivo.

    • Sandro Lazier 28/01/2013 at 19:47

      Io non voglio neanche sentir parlare di omogeneità culturale, di pensiero unico. Una roba troppo vecchia, neanche più buona da riscattare con dosi di localismo. La globalizzazione che conosco è quella del villaggio globale, che è tutt’altra cosa.

  3. paola ria 07/02/2013 at 11:04

    ho sempre pensato alla globalizzazione come una piacevole conoscenza tra popoli, le arti sono come personalità che viaggiano per aumentare le proprie conoscenze e i propri confronti ma non cessano mai di ricordare da dove vengono. un viaggiatore diventa sempre più ricco quanti più viaggi compie e quante più gente conosce ma sa da quale stazione è partito.
    speriamo che l’architettura diventi sempre più ricca ma non denaturata, è una contraddizione?

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