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Manifesto per l’architettura – Associazione Italiana di Architettura e Critica

Manifesto per l’architettura – Associazione Italiana di Architettura e Critica

Ecco le proposte per  un manifesto per l’architettura. Sono dodici tesi che subiranno aggiornamenti e aggiustamenti a mano a mano che si raccoglieranno contributi sui temi trattati. Su questi, inoltre, l’AIAC organizzerà, durante l’anno 2013, iniziative e mostre di studio e approfondimento. Sui temi del manifesto tutti possono dare il loro contributo. A fine anno sarà elaborato il manifesto definitivo. Gruppo di lavoro: Anna Baldini, Diego Barbarelli, Roberta Melasecca, Giulia Mura, LPP, Marco Sambo, Zaira Magliozzi

 

PRIMA TESI

Recuperare il grado zero

Si prospetta l’urgenza di azzerare il linguaggio, per ripartire da ciò che Roland Barthes chiamava il grado zero. Cioè un atteggiamento ideale, proprio dei periodi di ricostruzione, che evita i formalismi per anteporre i contenuti e rinnovare il rapporto con la realtà; per costruire nuovi linguaggi formali, svincolati dalle nostalgie e dotati di senso ed energia.

 

SECONDA TESI

Contenuti, linguaggio

Troppe architetture pretendono di essere espressione di un’epoca, rappresentandone gli aspetti formali più superficiali e astratti ma limitandosi a essere vuote scenografie. La ricerca di nuovi contenuti, sociali e collettivi, rende possibile il riavvicinamento dell’Architettura alla realtà e permette la creazione di nuovi linguaggi che vedano l’uomo, e non solamente le forme, al centro della ricerca spaziale

 

TERZA TESI

La Critica

La Critica è operativa: non fotografa la realtà ma prefigura prospettive con la consapevolezza che queste non coincidono con quelle delineate dalle mode. Individuando contenuti sociali e collettivi, aiuta lo sviluppo del processo e stimola la nascita di nuovi linguaggi spaziali.

 

QUARTA TESI

Contro le derive del disegno

Occorre essere sospettosi nei confronti delle ideologie del disegno sia manuale che digitale quando diventa pratica autoreferenziale piuttosto che strumento per vedere e rappresentare lo spazio e acquisire consapevolezza della complessità dei fattori, immateriali e relazionali, in gioco.

 

QUINTA TESI

Bisogno di utopia

Il disegno ha anche la funzione di indicare nuove strade dell’architettura. In questo caso assume valore di proposta, prefigurando il futuro attraverso proiezioni utopiche ma sempre finalizzate alla costruzione di uno spazio reale.

 

SESTA TESI

Liberare

L’architettura deve liberarsi da approcci costrittivo e tayloristi, evitando di ingabbiare l’utente con percorsi, posture  e punti di vista obbligati; rispondendo al bisogno di libertà con ambienti non standardizzati adoperati da ciascuno creativamente e a modo proprio e superando il mito della produttività  e dell’efficienza economica a tutti i costi.  

 

SETTIMA TESI

Sconfiggere l’ossessione del controllo

E’ necessario ripensare e recuperare i concetti di partecipazione collettiva, di opera aperta, le poetiche della casualità e del cheapscape, dei paesaggi residuali e del non finito e vanno evitate opere che perseguono una logica totalitaria del controllo e riducono l’architettura a una competizione a realizzare l’immagine più accattivante.

 

OTTAVA TESI

Il paesaggio si costruisce

Svanisce l’opposizione tra città e campagna, tra natura e architettura. Un albero può, come il cemento, diventare un materiale da costruzione e il cemento può, come un albero, diventare un frammento di paesaggio. Tutto contribuisce alla costruzione dell’ambiente, mettendo in crisi i confini tra edilizia e urbanistica e costringendo l’ambientalismo a ridefinirsi. Da qui il bisogno di evitare tanto la cementificazione selvaggia quanto il rifiuto ideologico di costruire per puntare a sintesi tra paesaggio e architettura che creano nuove relazioni percettive.

 

NONA TESI

Ecologie

Non esistono alternative a un approccio ecologico. La vita è produzione e consumo di energia. Non ha senso risparmiarla. Non ha senso sprecarla. Non esiste una sola ecologia, esistono molte ecologie, spesso in contrasto, da contemperare tra loro.

 

DECIMA TESI

Recuperare e trasformare

Siamo ossessionati dall’ansia della perdita. Occorre, invece, demistificare le ideologie del recupero a tutti i costi e del falso storico e pensare che attraverso il nuovo e la competizione tra le migliori idee si possa migliorare l’esistente. Occorre puntare alla stratificazione degli interventi considerando anche le nostre come tracce del susseguirsi delle epoche. Ed essere coscienti che –in tutti i casi in cui la tutela non salvaguardi valori effettivi- esistono supporti digitali con i quali tramandare la memoria di ciò che si decide di sostituire.

 

UNDICESIMA TESI

Innovare

Bisogna perseguire l’innovazione e la sperimentazione, come fonti di continue sorprese e aperture concettuali. High tech e low tech, se si intende la tecnologia come un mezzo e non un fine, non sono necessariamente contrapposti.

 

DODICESIMA TESI

Pensare a una nuova geografia  e definire il livello di intelligenza

Lo spazio contemporaneo, oltre che dai confini in muratura, è definito dalle connessioni offerte dagli strumenti di comunicazione. Che collegano con altri luoghi fisicamente remoti. Da qui l’esigenza di una progettazione che non si limiti all’involucro e si ponga il problema dei flussi di informazione e delle nuove geografie da essi create.

Anche l’architettura , inoltre, come ciò che è animato, può restituire feedback. Costruire oggi un edificio non è solo dividere gli spazi ma è definirne il livello di interazione e di intelligenza. Allo stesso modo dobbiamo ridefinire i livelli di intelligenza della città, creando nuovi link urbani.

 

TESTO DI ACCOMPAGNO 

Varcare la soglia del buon senso

 Dopo l’ubriacatura ideologica degli anni settanta e la ripresa teorica degli anni novanta si prospetta un inizio millennio caratterizzato dalla calma piatta.

 

Imperversa il disimpegno teorico e trionfa la mentalità eclettica. Cioè un atteggiamento inclusivista che pesca forme ed etimi da direzioni contrastanti e schizofreniche: si è una volta minimalisti e un’altra parametrici, una volta ecologici e un’altra high tech oppure si è un po’ di tutto allo stesso tempo.

 

Non dandosi più differenze, si guarda con lo stesso favore agli architetti di regime e a coloro che, invece, percorrono strade impegnate e originali.

Tutto va bene in vista di un prodotto di successo piacevole, vario e tranquillizzante.

 

Questa situazione si registra soprattutto in Italia dove, come già aveva notato Edoardo Persico, gli architetti non riescono a credere a nulla di preciso. E dove l’eclettismo stilistico è riassorbito in una progettualità elegante, misurata ma spesso senza grandi tensioni che fa pensare a un mondo di buone maniere. Cioè a virtù che da sempre sono la prerogativa del buon senso dei cortigiani: di chi trova la propria nicchia ecologica ponendosi al servizio, senza troppi problemi, dei poteri che gli forniscono da vivere.

 

Del resto a dare il cattivo esempio agli italiani sono proprio i riferimenti internazionali che avevano segnato la ripresa teorica degli anni novanta: da Rem Koolhaas a Daniel Libeskind, da Zaha Hadid  a Bernard Tschumi, da Steven Holl a Coop Himelb(l)au a Jean Nouvel i quali  hanno abbandonato da tempo rigore teorico e strategie architettoniche impegnative, per un duttile pragmatismo commerciale più utile per muoversi con maggiore disinvoltura nel mondo dei grandi incarichi professionali.

 

Risultato? Il panorama italiano è segnato da alcuni buoni professionisti ma  pochi personaggi in grado di indicare strade per il futuro. E troppi mediocri  che affrontano l’arte credendo che sia una passeggiata accompagnata da buon senso e strategie di marketing.

 

Sembra, insomma, essersi avverata la previsione di Manfredo Tafuri che sanciva la definitiva sconfitta degli architetti che credevano di combattere contro il sistema.

 

Mentre, invece, oggi, in un periodo come l’attuale di crisi economica e ideale,  si dovrebbe sentire più forte l’urgenza di una progettualità che sappia indicare per il futuro strade visionarie e non necessariamente percorribili nell’immediato.

 

Una strategia, anche venata di tinte di utopismo, tesa a prefigurare, attraverso la parzialità di un’opera o di un progetto,la possibilità di vivere in un mondo inaspettato.

 

 

25 Comments

  1. Erminio Redaelli 01/01/2013 at 21:22

    Molte delle tesi indicate sono vicine al nostro modo di pensare l’architettura, o meglio la bioarchitettura.
    Vedo interessanti punti di dialogo e di discussione che potrebbero essere motivo di affrontare in modo sinergico il tema, dopo un trentennio di deriva insipida e insignificante.

  2. stefano benatti 03/01/2013 at 15:20

    caro professore
    per chi come me è cresciuto sulle evocazioni e suggestioni zeviane, questo elenco da continuità ed attualizza un percorso intellettuale che credo si fosse in qualche modo interrotto, ne sentivamo la necessità di definire concetti,percorsi e strategie , le tre parole di qualche anno fa non erano sufficienti anche se facevano un bel salto in avanti, mi fa molto piacere che si inizi l’anno con questo manifesto a cui fare riferimento e con il quale interagire spero con l’operato di ciascuno che potrà e vorrà riconoscersi nelle tesi esposte. come avete ricordato citando persico il problema degli architetti italiani è quello di non credere in nulla e soprattutto di non credere che attreverso il proprio lavoro si possa incidere, anche se in minima parte, sulla costruzione del domani, dobbiamo lavorare anche su questo fronte e costruire condizioni culturali e “politiche”, è un impresa titanica da realizzare ma l’uscita di questo manifesto va nella direzione giusta da seguire
    cordiali saluti
    stefano benatti

    • LPP 04/01/2013 at 09:50

      grazie stefano, le tue parole ci riempiono di energia

  3. Sebastian Di Guardo 07/01/2013 at 11:12

    caro professore e amici dell’AIAC, colgo l’occasione per farvi miei complimenti per la vostra energia e mi permetto di sottoporvi il mio pensiero riguardo le vostre tesi:
    t1 credo che ripartire dal grado zero, “spegnendo” le nostre visioni preconcette e influenzate da un vero brainstorming culturale, accademico e quant’altro, sia fondamentale e anzitutto si debba partire da questo obiettivo, credo sia il punto fondamentale tra i dieci. t2 credo di capire che pensate di ripartire dal grado 0 verso diversi nuovi linguaggi e non un unico rappresentativo, penso sia una questione posta in modo innovativo perché molto più spesso e nel clima culturale non legato all’architettura in particolare ci si chiede “cosa rappresenta oggi…” errore legato ai testi di storia dell’arte, che dicono: 600= barocco, 700= neoclassico ecc… t3 che la critica sia operativa mi sembra fondamentale. t4 personalmente odio i disegni e i render che mostrano una realtà bellissima e falsa e credo derivino dal quel modo ruffiano di cercare di vincere gli appalti. Lo trovo osceno, mi chiedo se sia giustificabile però. per la critica no di certo. t5 perfettamente d’accordo. t6 non sono d’accordo, almeno non in questi termini. Credo che l’architettura sia anche industria, anzi, ingabbia i redditi di ogni famiglia occidentale e delle sue banche. Credo che proprio per questo essa sia stata centrale per la crisi economica attuale (USA, Irlanda…) e che il discorso economico sia centrale quando si tiene presente la foresta anziché l’albero cioè il mondo che ha bisogno per almeno 5 miliardi di case economiche e in città, problema fondamentale che non vedo nelle vostre tesi. credo in un grado zero invece a cui ogni utente/persona possa aggiungere del proprio (penso allo studio Elemental). t7 esattamente come sopra. Forse quindi in contrasto con la tesi 6, o forse non chiaro. almeno per me! t8 perfetto. t9 credo vada approfondito, soprattutto bisognerebbe discutere degli effetti di tutto questo. t10 perfettamente d’accordo. Grazie per tutto questo!! un caro saluto.

  4. Raffaello Paiella 09/01/2013 at 19:01

    Prime, sommarie considerazioni…

    1^T
    Non credo nella possibilità di azzerare i linguaggi! potrebbe essere possibile solo ricorrendo a chi “non ha parlato prima” i precondizionamenti saranno altrimenti sempre in agguato! Forse sono possibili solo dei “riallineamenti semantici”… non so!!

    2^T
    Le scenografie presuppongo sempre degli “attori in scena” quindi non le definirei mai vuote..Direi piuttosto che troppe architetture pretendono di essere arte…

    4^T
    Concordo, pur senza arrivare a quanto affermato da Fuksas in un recente incontro alla Casa dell’Architettura di Roma, del desiderio di un’architettura senza progetto…

    7^T
    Bene per il non finito in architettura, avendo essa degli obiettivi perseguibili per step successivi affidabili anche ai futuri fruitori, a differenza di quanto avviene in arte dove, come sai,non condivido il concetto di “opera aperta”

    10^T
    …a volte non è sufficiente tramandare la memoria, ma occorre lasciare la testimonianza fisica dei fatti…

  5. felice gualtieri 10/01/2013 at 12:59

    tutto sommato mi sembra uno sforzo apprezzabile, anche se percepisco qua e là fastidiosi residui di un formalismo di maniera durissimi a morire. iniziando dalla prima tesi: il grado zero come riduzione, contro migrazione, rilocalizzazione è ok. bisognerebbe chiarire la distanza dalla folle tabula rasa anzi il contrario: superfetazioni strati complessità nel senso di ricchezza vitale, ecologica e psichica più alla maniera di Bateson. poi, il paesaggio non si costruisce. il paesaggio si vive in un dinamismo interno attraverso la relazione e l’apprendimento. 3. non si deve costruire più perchè c’è troppa roba che non serve. riconvertire creare nuove relazioni. non richiamare l’utopia. non serve. serve attività, “changing life” riduzione dei bisogni. in una maniera credo che debba nascere “earth system” come modello sostitutivo di tutto ciò che è “star system”. scusate la brutalità per ora mi fermo, anche se avrei molto altro da dire… grazie comunque. e buon lavoro.

  6. Graziella Trovato 11/01/2013 at 11:09

    Sono d’accordo sui contenuti e sul senso del manifesto. Forse in qualche punto sarebbe necessaria una maggiore chiarezza e vi faccio 3 brevi osservazioni + 1, a questo proposito:
    – la prima: credo che la tesi dedicata alla critica debba aprire il manifesto. Il testo è elaborato da una associazione di architettura e critica che in questo modo introduce in qualche modo il senso stesso dell’azione (perché fare un manifesto).
    – seconda osservazione, legata alla prima: amplierei la tesi sulla critica indicando anche gli strumenti e i canali che questa può utilizzare oggi, in un momento in cui la crisi economica obbliga anche a muoversi con pochissimi mezzi (vedi quelli che usa la stessa AIAC: curare mostre, promuovere concorsi, organizzare incontri internazionali, web, social network, ecc. ecc.)
    – terza: il debito zeviano è evidente (grado zero, non finito, critica operativa) forse tanto da rendere necessario un riferimento esplicito. Per esempio a proposito di grado zero si cita Barthes ma è Zevi ad apllicare il concetto in architettura.
    Per finire una osservazione forse banale, ma eviterei la logica del sospetto (e mi riferisco alla quarta tesi: “occorre essere sospettosi”). Perchè non essere come sempre diretti e dire che un certo tipo di pratica professionale (autorefenziale in questo caso) è sterile o che non produce nella maggior parte dei casi risultati interessanti?

  7. giovanni tecco 13/01/2013 at 01:50

    Mi piace assai, in particolare l’ottava e la decima tesi. Mi pare debole la nona, non la capisco. Auspico una (presa di) posizione più chiara. Insisto nel proporre la “densità” come orizzonte entro il quale operare, come una risorsa ecologica immediata e alla nostra portata: “più le città aumentano la propria densità, più sono sostenibili” mi pare un fatto. (post su FB del 01 gennaio)

    Ho qualche dubbio anche sulle ultime frasi del testo di accompagno quando si dice: “… in un periodo come l’attuale di crisi economica e ideale, si dovrebbe sentire più forte l’urgenza di una progettualità che sappia indicare per il futuro strade visionarie e non necessariamente percorribili nell’immediato”.
    Io invece sono convinto che ci sia bisogno di una sorta di bagno di realtà, post-postmoderno. Di una progettualità molto articolata e non facile, ma concreta, poco dispendiosa, sostenibile, comprensibile e soprattutto in grado di indicare soluzioni immediate e percorribili, prima che l’architettura diventi completamente inutile (lo è già abbastanza) a chi la utilizza, la vive e l’incontra quotidianamente… Ci sono di mezzo un numero di ingredienti nuovi che dovrebbero far cambiare sapore alla pappa: penso agli orizzonti architettonici e urbani della rigenerazione, penso alla densità come fattore attorno al quale ri-animare la ricerca architettonica, penso a tutto quello che già comporta e sempre più comporterà la sostenibilità ambientale ed economica, penso alla flessibilità, come qualità irrinunciabile e probabilmente oramai alla portata, penso al ri-uso, ai nuovi materiali e alle oramai mature (?) tecniche di controllo digitale dei progetti…Mi aspetto delle risposte concrete e non delle visioni, vorrei un manifesto che ri-chiami gli architetti all’impegno, alla ricerca di nuove soluzioni fattibili, anche attraverso il coraggio di sperimentare. Una sorta di chiamata alle armi, come quel manifesto di “tre architetti per la Carta della Casa” del 1943. Non si tratta certo di ricostruire una nazione, ma della sfera etica di una disciplina si … non mi accontento di un fare bello, importante, piacevole ma profondamente inutile.
    (post su FB del 04 gennaio)

  8. Federico Calabrese 17/01/2013 at 09:32

    tesi sul recupero per niente innovativa. Brandi lo ha scritto 40 anni fa… e meglio direi.

  9. Federico Calabrese 17/01/2013 at 11:31

    Rivedrei la tesi sul recupero, decima tesi. Basta leggere Brandi, di 40 anni addietro,per rendersi conto che questa tesi non apporta alcuna novita’ al dibattito sul tema del recupero e del rapporto tra il nuovo e l’antico. Il tema non e’ come preservare o cosa preservare, ma è cosa non preservare e conservare e perché.

  10. Alberto Cuomo 05/02/2013 at 10:51

    Proporrei un’ultima tesi: “l’architettura non ha tesi”. Alberto Cuomo

  11. Fiorentino Sarro 06/02/2013 at 17:33

    Ritengo l’idea di un Manifesto per l’architettura in sè lodevole. Ciò che mi lascia perplesso è l’astrattezza degli assunti.

    Ognuno di noi ha passato anni nelle varie Facoltà di Architettura a sentire discorsi sull’essenza dell’Architettura o meglio sulle essenze, vista la pluralità dei punti di vista di scuole e docenti. E alla fine cosa ci siamo trovati? Un terreno su cui l’agone è impossibile. Ciò per la saturazione di ogni prospettiva professionale e per l’enorme numero di addetti, ma spesso anche per l’assoluta assenza di regole e per l’imperversare del malaffare nelle opportunità di captazione delle commesse sia esse pubbliche che private.

    Potrei parlare a lungo, ma preferisco mantenere la virtù della sintesi.

    Mi limito a proporre, quindi, il seguente assunto, sicuramente da declinare ed esplicitare meglio ma il cui senso spero sia autoevidente.

    “Rifondazione della ruolo identitario, culturale, sociale e professionale dell’Architetto nell’epoca contemporanea e rispetto ad un futuro possibile.”

    Oggi, essere Architetti spesso significa o essere tra quelli blasonati che ce l’hanno fatta, indipendentemente dal come (il che sarebbe discutibile), oppure essere tra gli sfigati che più che in cerca di lavoro vanno in cerca di se stessi. In mezzo non c’è quasi nulla.

    Personalmente, da anni mi sono riconvertito, cercando di portarmi dietro quanto più possibile della mia formazione da Architetto che ritengo un patrimonio straordinario. Ho continuato a fare Architettura per hobby, tenendomi pronto per momenti migliori che purtroppo non sono mai arrivati.

    Forse, per la vostra associazione che si occupa di critica, quanto ho detto è off-topic, ma credo che la critica della professione in sé, oggi, abbia senso almeno quanto la critica dell’Architettura in sé.

  12. Manlio 07/02/2013 at 20:18

    L’architettura deve fare a meno dello spazio, forse anche dell’architettura stessa.

  13. Leonardo Mussetola 19/02/2013 at 11:35

    Gent.mo Prof. Prestinenza Puglisi,

    ho letto con interesse il manifesto, i commenti, le postille e le critiche.
    Per mia personale inclinazione passo molto del mio tempo a riflettere in generale, e in particolare sul tema dell’architettura nel suo senso più esteso: sono un sostenitore della teoria “dal cucchiaino alla città” e spero, in seguito, di riuscire a chiarire il perché.
    Sto seguendo un percorso personale di riflessione, tuttavia vorrei approfittare di questa occasione per confrontare le mie opinioni con quelle di altri che dedicano una parte del loro tempo a questi temi.
    Tornando al manifesto, ogni punto-spunto mi suggerisce una consistente catena di riflessioni, se quindi ho inteso nella giusta maniera il manifesto, come punto di partenza per un’aperta riflessione-confronto-discussione, vorrei sottoporle miei commenti e osservazioni su ogni singola tesi (o spunto), lasciandole la libertà di pubblicarli o meno a seconda di come avete deciso di operare intorno al manifesto.
    Per rispetto verso questo ambito non vorrei proporre scritti “di getto”, quindi non credo produrrò commenti con tempistiche fulminee, tuttavia trovo ognuno dei temi degno di approfondimento, perciò mi ci metterò d’impegno.

    Ho deciso di cominciare i miei commenti dal punto 2. Esso infatti tocca, anche se in maniera indiretta, le mie più recenti riflessioni. Dico indirettamente perché parte ragionando su contenuti e linguaggio, arrivando alla centralità della persona.
    Su questo concetto io vorrei mettere l’accento.
    La persona è al centro dell’architettura. Il tema dell’architettura, non è la forma, ne l’architettura stessa, ma è la persona. L’architettura esiste in funzione dell’Uomo da sempre. L’architettura che perde il suo legame con la persona perde significato. L’architettura non è fine a se stessa, non può essere autoreferenziale. L’architettura è il contesto, in senso esteso (quindi dal cucchiaino alla città), con cui interagisce ogni persona, in ogni momento della sua esistenza. Il beduino che ogni sera forma una conca nella sabbia per accendere il fuoco attorno a cui riunisce la sua famiglia, i suoi animali, i suoi beni, compie un gesto tanto architettonico quanto un urbanista che traccia le grandi arterie di una nuova città. Tuttavia, mentre il beduino ha ben chiaro il rapporto che i suoi gesti avranno con le persone a cui sono destinati, molto spesso, gli architetti (comprendendo anche urbanisti e designers) dimenticano le persone che dovranno relazionarsi a vario titolo con il progetto. Diventano così schiavi della forma, affascinati, ipnotizzati dal loro stesso disegno, alla spasmodica ricerca di allineamenti, citazioni, riferimenti, rapporti numerici o equazioni generatrici.

    Se si vuole veramente partire dal grado zero dell’architettura è indispensabile ripartire dalla persona, a mio avviso non esiste altro modo. Per questo ritengo che il punto focale di tutto il manifesto sia nascosto nel punto secondo, e il nocciolo del punto secondo sta proprio nell’affermazione che sia necessario rimettere al centro del ragionamento architettonico proprio la persona, perché non può esistere il linguaggio senza la persona.
    Recentemente ho letto un libro di De Mauro sul linguaggio, proprio perché le mie elucubrazioni mi avevano portato in quella direzione. Questo testo mi ha aiutato a consolidare alcuni concetti che mi erano stati enunciati già dai lontani tempi delle scuole superiori. Il linguaggio esiste in funzione della persona che deve ricevere l’informazione, non di chi l’informazione pretende di emetterla.
    Potremmo quindi definire un flusso della comunicazione-comprensione-funzione architettonica in questo modo:

    ARCHITETTO 

    CONCETTO ARCHITETTONICO 
    ESPRESSIONE DEL CONCETTO ARCHITETTONICO ATTRAVERSO IL LINGUAGGIO ARCHITETTONICO 

    COMPRENSIONE DEL CONCETTO ARCHITETTONICO ESPRESSO ATTRAVERSO IL LINGUAGGIO ARCHITETTONICO (NON NECESSARIAMENTE LO STESSO DELL’ARCHITETTO) 

    PERSONE CHE VIVONO L’ARCHITETTURA

    È chiaro quindi come il processo sia lungo e complesso anche in questa estrema semplificazione, un semplice intoppo in una sola parte del processo ne provoca il fallimento e con esso il fallimento del progetto stesso in quanto architettura.
    Analizzando velocemente le varie fasi è piuttosto semplice capire cosa “potrebbe andare storto”.
    In primis, l’architetto potrebbe non avere alcun concetto o idea da esprimere, egli svolge semplicemente una mansione economica, atta a soddisfare in una maniera qualsiasi, un bisogno che gli è stato sottoposto, senza porsi alcun interrogativo e senza quindi proporre alcuna risposta. Oppure potrebbe lanciarsi con foga “autoerotica” in una serie di gesti esclusivamente grafici o matematici privi di concetti architettonici di fondo, che nulla hanno a che vedere con la persona e quindi con l’architettura.

    In secondo luogo tocchiamo il linguaggio, l’architetto normalmente si esprime con un proprio linguaggio, derivato dall’accademia presso cui si è stato “addestrato”, o comunque da un suo personale percorso formativo. Purtroppo però le persone che dovranno vivere l’architettura, con ogni probabilità, non avranno seguito lo stesso processo formativo, di conseguenza difficilmente conosceranno il linguaggio che l’architetto usa. È quindi necessario che l’architetto individui un linguaggio che possa esprimere appieno i concetti architettonici sottesi al progetto e al contempo possa raggiungere il vero centro del processo progettuale: la persona. Ovviamente questo linguaggio non può essere quello accademico o quello “esoterico” di certi movimenti architettonici, allo stesso modo non potrà essere quello del semplice “vivere comune” che non permetterebbe di liberarsi da archetipi e luoghi comuni. La vera difficoltà del progetto sta forse proprio nell’individuazione di questo “linguaggio di mezzo” che possa permettere al concetto architettonico di essere veicolato correttamente alla persona, e la storia ci dimostra che quando questo succede il messaggio diventa universale, compreso al di là dei limiti storici e geografici.

    Viene quindi la fase in cui la persona, l’utilizzatore finale, cerca di leggere il progetto, di comprenderne appieno il significato. E’ anche questa una fase estremamente significativa, come già anticipato il cittadino medio è profondamente impreparato in ambito architettonico. A mio avviso questa è una delle principali cause della crisi dell’architettura nel nostro paese. Personalmente ritengo che la qualità di un progetto dipenda in egual modo dalla qualità del progettista e del committente. La storia evidenzia come le grandi architetture sono nate esclusivamente quando un grande architetto ha incontrato un grande committente, e con grande committente non si intende un committente danaroso, bensì culturalmente preparato ad accettare di partecipare al flusso infinito dello sviluppo dell’architettura. Gli architetti sono infatti, per vari motivi, gli “artisti” più fortemente vincolati alle capacità del committente. Mies Van Der Rohe sosteneva che un progetto non può essere migliore della persona che l’ha commissionato, in sostanza si tratta dello stesso concetto.
    Dicendo questo si vuole sottolineare che per una rinascita dell’architettura è necessaria la rinascita culturale della committenza, e non si sta parlando solo dell’alta committenza che dialoga con le archistar, ma dell’uomo comune che vuole una casa dove vivere, un luogo dove lavorare, un luogo dove riposare.

    A questo punto ritengo sia opportuno chiamare in causa proprio la critica dell’architettura, se infatti essa vuole avere un ruolo cardine in questa rinascita, sicuramente quello di fornire i mezzi culturali alla futura committenza è uno di quelli più importanti. Troppo spesso, infatti, pare che la critica dell’architettura sia fatta a solo uso e consumo degli architetti e dei critici stessi, dei cultori della materia insomma. Il mondo dell’architettura “seria” sembra essersi chiuso in se stesso come reazione al proliferare della bieca edilizia e dall’estrosità di certi soggetti. Questo non ha fatto altro che penalizzare la buona architettura a favore delle sue peggiori deviazioni, quelle che la committenza riesce a comprendere ed apprezzare grazie al contesto svilito in cui vive, all’istruzione scadente in ambito architettonico e al proliferare di articoli poco significativi ma ricchi di suggestioni che rimbalzano da una rivista patinata all’altra. Si tratta di una falsa cultura che genera una falsa architettura. Rimango sempre avvilito quando penso che una persona istruita ritenga doveroso conoscere l’opera di Picasso, Klee o Fontana, ma assolutamente non quella di Le Corbusier, Mies Van Der Rohe o Ponti.
    Vogliamo trovare un punto zero dell’architettura? E’ concentrandoci sulla persona che possiamo trovarlo. In Primis rimettendo la persona al centro del progetto. In secondo luogo promuovendo la cultura dell’architettura in Italia, a tutti i livelli.

  14. Leonardo Mussetola 02/03/2013 at 12:44

    Proseguo in maniera lineare, commentando la terza tesi, in modo da poter terminare la serie con il commento alla prima tesi sul grado zero, sfruttandola per un commento conclusivo generale.
    Lo spunto trattato dalla terza tesi si riallaccia perfettamente con il primo commento postato, permettendomi di provare a proseguire con un discorso coerente.

    La terza tesi tratta il ruolo della critica. Prima di scrivere queste poche righe sono andato a cercare su un dizionario on-line la definizione di critica:

    critica [crì-ti-ca] s.f. (pl. -che)

    1. Analisi razionale applicabile a qualsiasi oggetto di pensiero, concreto o astratto, e volta all’approfondimento della conoscenza e alla formazione di un giudizio autonomo: c. storica; c. costruttiva

    2. Disciplina che studia i particolari caratteri storico-culturali ed estetici di opere d’arte, letterarie, musicali ecc.: c. d’arte, letteraria, musicale; anche, recensione: una c. favorevole || filol. c. testuale, esame della tradizione manoscritta o a stampa di un testo al fine di stabilire la lezione più vicina all’originale

    3. Insieme dei critici e delle opere di critica: sulla messa in scena dell’opera la c. è divisa; bibliografia della c. dantesca

    4. Giudizio negativo, disapprovazione: tirarsi addosso molte c.

    (dizionario Sabatini-Coletti)

    È curioso osservare come la prima sia la definizione meno utilizzata nell’uso comune, solitamente la critica viene intesa o come osservazione negativa (definizione 4) o come disciplina di studio (definizione 2). La prima definizione sancisce la critica come analisi razionale volta all’approfondimento della conoscenza.
    Si tratta di una partenza piuttosto laterale, tuttavia volevo mettere in evidenza come, già allo stato attuale, alla critica vengono attribuite connotazioni e compiti sostanzialmente diversi tra loro.
    Dico “allo stato attuale” perché, a mio avviso, la critica dovrà rinnovare o quantomeno estendere il proprio ruolo, se vorrà essere membro attivo di un rinascita dell’architettura.
    Come già accennato, spesso si ritiene che la critica debba arrivare “a cose fatte” ed esprimere un parere, per quanto articolato, positivo o negativo. Questo meccanismo, però, è piuttosto sterile per due motivi: innanzitutto in una disciplina come l’architettura, che produce opere, in generale, destinate a durare nel tempo e soprattutto ad influire pesantemente sulla vita delle persone che vi hanno a che fare, arrivare “a cose fatte” significa non poter più influire positivamente sul processo creativo, al più si può riflettere sull’errore commesso, ma in architettura gli errori costano caro e permangono a lungo; in secondo luogo la critica fino ad oggi sembra rivolta principalmente agli architetti, quasi a volerli correggere, istruire e mettere in guardia dagli errori commessi, utilizza linguaggi sofisticati, adatti agli “addetti ai lavori”, precludendo in questo modo una possibile comunicazione con “il resto del mondo”.

    Tutto questo io lo definisco uno spreco. Perché uno spreco? Chi si può definire a pieno titolo critico di architettura, possiede un’ampia e approfondita conoscenza dell’architettura contemporanea. Come già anticipato nel primo commento, a mio modesto parere, uno dei principali motivi di crisi dell’architettura contemporanea, è la generale ignoranza in materia da parte di chiunque non sia strettamente legato al mondo dell’architettura.
    Compensare questa ignoranza è di fondamentale importanza, tuttavia, ne le scuole di ordine inferiore (che dedicano invece un certo spazio all’educazione musicale e a una non meglio definita educazione artistica), ne quelle di ordine superiore (l’architettura contemporanea viene insegnata quasi esclusivamente nelle facoltà di architettura, nelle altre facoltà vengono prediletti altre discipline o comunque architettura del passato) offrono un supporto al tentativo di compensare questa mancanza. Questo genera non solo un vuoto formativo nella generazione in fase di educazione, ma anche un vuoto presente e futuro di figure in grado di produrre l’offerta formativa in questione. Per questo ritengo che, in questo momento, chi fa parte a pieno titolo delle critica dell’architettura, sia la figura più adatta a portare avanti una concreta campagna di “educazione all’architettura contemporanea” che possa portarci fuori da questo pantano culturale che impedisce un dialogo positivo-propositivo tra la popolazione e gli architetti. Ritengo anche che questo tipo di azione avrebbe di per sé una portata talmente rivoluzionaria, da eclissare qualsiasi altro contributo la critica possa portare alla causa del rinnovamento dell’architettura, restando fermo ovviamente il contributo al confronto costruttivo tra persone che amano questa disciplina.

    Il punto rimane quindi comprendere, concretamente, quale tipo di azioni la critica dovrebbe intraprendere per raggiungere lo scopo suddetto. Personalmente posso solo formulare alcuni suggerimenti, che potranno essere poi sviluppati e discussi da chi, meglio di me, è “addentro” alla questione. Innanzi tutto ritengo che sia necessario trovare un linguaggio più facilmente “commestibile” alla popolazione non addetta. A questo punto sarebbe possibile realizzare mostre, corsi scolastici per tutti i livelli di istruzione, corsi parascolastici come ad esempio quelli delle cosiddette “università della terza età” o delle associazioni culturali, diffusione attraverso i media tradizionali, con rubriche su quotidiani, settimanali e mensili, rubriche o vere e proprie trasmissioni televisive di divulgazione culturale (ormai ne esistono di ogni genere, tranne che per l’architettura, con alcune dovute piccole eccezioni) e, ovviamente, la diffusione attraverso i nuovi media, come già fa presstletter.com, ma ad un livello maggiormente accessibile al grande pubblico.

    Riassumendo la mia teoria è che la critica dell’architettura debba ritagliarsi due ruoli importanti in questo processo: il primo, scontato, di studio, confronto, stimolo e provocazione verso chi operativamente fa architettura; il secondo, probabilmente ancora più importante, fornire supporto culturale a chi l’architettura la vive: la gente comune, l’elemento centrale del fare architettura.
    Le persone devono comprendere come ogni loro azione si confronta, in ogni momento, con l’architettura. Perché anche scalando le montagne più impervie dell’Asia, probabilmente si segue un percorso che qualcuno ha tracciato con un preciso intento progettuale, con una particolare attenzione a chi, quel percorso, avrebbe dovuto poi praticarlo.

  15. Leonardo Mussetola 22/04/2013 at 18:27

    Penso che la quarta tesi sia quella che meglio si esplica nella sua stessa definizione, se non fosse per la moderatezza dell’affermazione “bisogna essere sospettosi”.
    Io rilancerei con “bisogna rifuggire le ideologie del disegno sia manuale che digitale quando diventa pratica autoreferenziale piuttosto che strumento per vedere e rappresentare lo spazio e acquisire consapevolezza della complessità dei fattori, immateriali e relazionali, in gioco.”

    Il pilastro di questa affermazione sta nel termine “autoreferenziale”, un termine che in architettura è aberrante più che in ogni altra disciplina. Come nel primo commento criticavo l’autoreferenzialità dell’architettura per l’architettura, non posso essere meno critico sul disegno per il disegno.
    Così come l’architettura è funzione dell’uomo inteso come essere umano, il disegno deve essere funzione dell’architettura intesa come spazio da rappresentare.

    Purtroppo o per fortuna, è difficile stabilirlo, la storia dell’architettura ci mostra numerosi eccezionali esempi di grande architettura che (solo apparentemente) deriva dal disegno. Già leggendo Vitruvio un lettore superficiale può illudersi che l’architettura sia semplicemente una questione di proporzioni di disegno, poi trasposto nello spazio. L’elenco di esempi può proseguire per nomi illustrissimi, da Alberti a Michelangelo fino a raggiungere i giorni nostri con esempi sempre meno edificanti.
    Proprio a causa di questa superficialità nascono movimenti e studi su curiose proporzioni e formule matematiche che generano dai più semplici ai più bizzarri schemi, che poi “devono” essere trasposti in architettura perché: “se gli antichi lo hanno fatto con risultati così straordinari, anche noi otterremo risultati altrettanto straordinari con la stessa semplice procedura”.
    Quello che viene sempre tralasciato è che quel tipo di disegno nasceva da secoli di ricerca spaziale, e quindi, che era stata la pratica architettonica a generare il disegno e non viceversa.
    Si evince chiaramente dagli stessi scritti vitruviani, come essi siano nati dall’osservazione dei risultati di anni e anni di pratica architettonica e di conseguenza di effettiva ricerca spaziale, e non da una teoria matematica, o anche semplicemente grafica, che pretende di generare architettura ad ogni costo.

    Ritengo che questo tipo di deriva sia il risultato della “superficialità” (scusate la continua ripetizione ma penso che questo termine sia centrale, e da ribadire, nella questione) crescente di chi esercita la professione di progettista, di committente o di semplice cultore della materia.
    Il disegno, infatti, è lo strumento più immediato di comunicazione dell’architettura e, nell’epoca dell’immediatezza assoluta, è pratica comune fermarsi non semplicemente alla comunicazione immediata ma, addirittura, allo strumento, quindi superficialità nella superficialità.
    Osservando l’andamento medio (esistono ancora, fortunatamente, molte persone che non si prestano al gioco) di tutte le professioni creative, sembra di essere proiettati in un mondo grottesco e romanzato, creato da un chimerico Gorge Orwell/Marshall McLuhan, che racconta di come il media abbia sostituito il messaggio e di come, conseguentemente, ogni forma di comunicazione abbia perso di contenuto esprimendo semplicemente se stessa.
    Sicuramente Orwell o anche Verne (non dimentichiamo il futuro a tinte fosche di “Parigi nel XX secolo”) avrebbero potuto scrivere un romanzo di grande forza da questo spunto che, di certo, non si sarebbe discostato di molto dalla realtà odierna.

    Tuttavia l’enunciazione stessa del problema contiene già la soluzione nella parola “strumento”.
    In un mondo in cui le parole vogliono trasmettere ancora un significato, “strumento” chiarisce ogni cosa: lo strumento è un mezzo atto a svolgere un’attività e, di conseguenza, asservito all’attività stessa.
    Seguendo questo ragionamento, se il disegno è lo strumento principe (a mio avviso però sempre secondo allo strumento “cervello”) dell’architettura, dobbiamo sempre tenere a mente che sarà asservito all’architettura e non viceversa.
    La conseguenza logica è che il disegno non può generare architettura, ma è l’architettura che, nelle varie necessità di comunicazione, si serve dello strumento del disegno generando il prodotto che potremmo definire tavola grafica o ancora una volta, semplicemente, disegno.

  16. Leonardo Mussetola 27/04/2013 at 15:16

    Della quinta tesi condivido il bisogno di utopia. O meglio ancora di Eutopia.
    Quando si parla di utopia si pone sempre l’accento sulla caratteristica di inesistenza, tralasciando sempre il significato secondario (solo etimologicamente) di “migliore”.
    La definizione di utopia coniata da Thomas More si basa su un gioco di parole che unisce il concetto di luogo buono e quello di irraggiungibile, tuttavia i detrattori dell’utopia si limitano a sottolinearne l’irraggiungibilità e, di conseguenza, la sua conseguente inutilità in quanto cosa non raggiungibile.
    Vorrei quindi esprimere il mio disaccordo verso i suddetti detrattori, sottolineando quelli che a mio avviso sono due valori fondamentali dell’utopia.

    In primo luogo l’effettiva inconsistenza di termini assoluti come “impossibile” o “irraggiungibile” ne annulla in termini strettamente logici l’efficacia.
    Cosa significa questo? Che affermazioni come impossibile o irraggiungibile, teoricamente assolute sul piano semantico, si basano in realtà su percezioni soggettive con precise basi storiche e culturali. Quante volte la storia ha smentito i detrattori dell’utopia? Il volo umano non è stato per secoli un’utopia?
    Di conseguenza pare logico trasformare la definizione di utopia da “luogo migliore ma irraggiungibile” a “luogo migliore che attualmente non sappiamo come raggiungere”.
    Questo cambia totalmente le carte in tavola, in quanto ammette una momentanea ignoranza o incapacità da parte di chi realizza o si confronta con il progetto proposto, annullando però qualsiasi istanza di impossibilità e conseguente inutilità. Si tratta quindi di un nuovo atteggiamento, meno cieco e più costruttivo verso nuove proposte esplorative nel campo dell’architettura.

    In secondo luogo vorrei sottolineare il valore dell’utopia come stimolo culturale.
    Infatti, per quanto un obbiettivo possa essere arduo da raggiungere, ogni tentativo in quella direzione può dare risultati migliorativi rispetto allo stato attuale delle cose, siano essi aspettati o inaspettati.
    Ogni innovazione nella storia si è sviluppata da un azzardo, una scommessa, un’avanguardia, una sperimentazione. Se non vogliamo assegnare all’utopia il valore di avanguardia, stimolo diretto, esempio, verso quella che poi sarà la “pratica corrente” del futuro, potremo comunque definire l’utopia come “avanguardia dell’avanguardia” ovvero stimolo per le avanguardie che devono venire, che si faranno tramite tra l’utopia e l’architettura di tutti i giorni del prossimo futuro.

    Con questo non voglio affermare il valore assoluto di ogni utopia, come ogni azione umana può dare buoni o cattivi risultati, tuttavia ogni ipotesi o esperimento che possa portare un possibile miglioramento all’attuale condizione dell’architettura deve essere ben accetta, tanto più quando si esprime nell’ambito “virtuale” del disegno. Grave, comunque, sarebbe l’applicazione acritica dell’utopia nel mondo reale, senza prima un lungo percorso di sviluppo. Purtroppo è difficile cancellare un esperimento architettonico fallito quando assume il concreto valore del cemento.

    Riallacciandomi infine al commento alla quarta tesi, vorrei sottolineare un aspetto che nella definizione fornita nel manifesto, a mio avviso, potrebbe dare adito ad incomprensioni: l’affermazione che il disegno possa indicare nuove strade all’architettura con il valore di proposta, mi costringe a sottolineare ancora una volta che il disegno è un semplice strumento per l’architettura, asservito alla comunicazione dell’idea architettonica di fondo.
    Di conseguenza solo quando l’utopia prende in esame il rapporto tra la persona e lo spazio si prefigurano nuove proposte per l’architettura. Solo di seguito queste proposte potranno essere comunicate, sviluppate e veicolate attraverso il disegno, che rimane uno strumento subalterno all’architettura a sua volta subalterna alla persona.
    L’architettura deve sempre essere chiaramente definita come un concetto superiore e ben distinto dal disegno, per evitare di cadere in formalismi e graficismi che tanto male hanno fatto e continuano a fare all’architettura.

    Un’utopia di disegno, per il futuro dell’architettura sarebbe inutile, non tanto come utopia e quindi come non-luogo, ma inutile in quanto disegno e quindi non-architettura.

  17. Leonardo Mussetola 03/06/2013 at 16:46

    A una prima lettura la sesta tesi è piuttosto ambigua: non si comprende se prende posizione contro l’eccesso di efficienza e programmazione dell’uso dell’architettura e/o dei processi di progettazione e realizzazione della stessa. Questo, a mio avviso, può dare adito a confusione e interpretazioni discordanti. Vale la pena di analizzare entrambe le possibilità.

    A mio avviso non si è mai troppo efficienti nei processi di progettazione e realizzazione di un opera architettonica. Ovviamente questo ragionamento vale solo quando questa efficienza sta a valle della concezione architettonica stessa, perché la stima di efficienza, come il disegno, è uno strumento e da sola non può creare realmente indirizzi per l’architettura.
    Rimango sempre perplesso quando una corrente progettuale si definisce (o viene definita) come “architettura sostenibile”, come se la sostenibilità fosse di per sé caratterizzante per il progetto architettonico. Oppure come se fosse lecito (o scontato) che ogni architettura che non si rifà al repertorio formale proposto dalla suddetta corrente possa essere “insostenibile”.

    L’architettura è un processo che impiega una quantità enorme di risorse: approcciarvisi non tenendo in considerazione questo fatto è da irresponsabili. Tuttavia ritenere che “sostenibilità” o “efficienza” possano creare delle correnti di progetto è ridicolo, esistono centinaia di modi diversi, di cui molti già esplorati, di approcciarsi all’architettura in maniera sostenibile e ognuno ha generato un proprio repertorio formale e spaziale. Questo non fa altro che dimostrare che la qualità dello spazio è indipendente dall’efficienza o dalla sostenibilità dell’architettura, ma che a ogni progetto ci si può approcciare in maniera efficiente e sostenibile.
    Infine mi chiedo: è più efficiente realizzare un’opera di nessun valore con poche risorse o un’opera di grande valore impiegandone una quantità maggiore?
    Se vogliamo rispondere a questa domanda con la matematica, e quindi utilizzare la definizione per cui l’efficienza è il rapporto tra il prodotto e la quantità di risorse impiegate a realizzarlo, un prodotto di qualità zero avrà sempre una efficienza di valore infinitesimo per quante poche risorse vengano impiegate nel realizzarlo.

    Con ogni probabilità il manifesto utilizza il termine efficienza riferito alla pianificazione rigida e minuziosa dell’uso che dell’architettura si dovrà fare. Oggettivamente è l’interpretazione più complessa da valutare, perché purtroppo non si tratta di determinare se una cosa sia giusta o sbagliata (cosa di per se già abbastanza difficile in architettura), ma di quanto un architetto debba intervenire nella pianificazione dell’uso che le persone faranno dell’architettura progettata.
    Mi sembra scontato che non si possa pensare a una totale estrapolazione dell’uso dal progetto: l’uso previsto, i percorsi, le prospettive sono fattori fondativi del progetto architettonico.
    È altrettanto chiaro che l’architettura, come ogni opera d’arte, debba lasciare un “margine interpretativo” a chi la fruisce, altrimenti si ridurrebbe a mero oggetto funzionale, anche se funzionale a livello emotivo. Inoltre una progettazione di tipo coercitivo esclude l’arricchimento che porta ad uno spazio l’uso imprevisto da parte degli utenti.
    Impedire un potenziale arricchimento porta automaticamente ad un impoverimento, sia dell’opera in se che dello spazio che essa determina.

    In questo ragionamento non si può evitare di pensare all’efficienza totale del progetto prevista da Le Corbusier nel suo pensiero architettonico (anche contemplando la versatilità fornita dalla pianta libera). Tuttavia non si deve tralasciare il contesto in cui tale pensiero si è sviluppato: in una prima fase caratterizzata da un periodo di forte inurbamento dovuto allo sviluppo industriale delle città europee e in un secondo dovuto alla necessità della ricostruzione postbellica. Entrambe le situazione non potevano che richiedere una riflessione sulla massima efficienza nello sfruttamento degli spazi disponibili, per venire incontro alla drammatica esigenza di alloggi.
    Inoltre fa sorridere e riflettere pensare come Louis Kahn abbia sviluppato, nel corso della sua lunga carriera, una certa avversione per la versatilità nell’utilizzo dell’architettura progettata da parte dell’utente, sostenendo che in molti casi l’intervento dell’utente poteva essere peggiorativo in termini architettonici. Risulta chiaro quindi che anche predecessori illuminati non fossero riusciti a formulare confini precisi per l’effettiva libertà di utilizzo/interpretazione dell’architettura.

    Attualmente, una gestione miope del mercato immobiliare ha creato un surplus di edifici nonostante la richiesta di alloggi continui a essere alta. Questo perché il mercato è immobile e l’edilizia che sta alla base di questo surplus non ha basato la sua pianificazione su qualsivoglia tipo di analisi o progettualità di tipo sociale e architettonico.
    Al giorno d’oggi quindi efficienza può voler dire versatilità, creare architetture che si prestino ad utilizzi diversi in momenti diversi. Ancora oggi utilizziamo edifici vecchi di secoli, tuttavia non sappiamo come riutilizzare tutto quel sistema di residenze e spazi commerciali create dal dopoguerra a oggi, generati da presupposte istanze di efficienza funzionale ed economica, edifici per cui si può prevedere solo la demolizione.

    È dunque più efficiente un’edilizia economica e specializzata caratterizzata da un ciclo di vita breve o piuttosto una architettura dinamica e versatile che richieda un maggiore impiego di risorse iniziali ma che possa facilmente mantenere la propria vitalità nel corso degli anni?
    In alcune nazioni come gli Stati Uniti si propende per la prima teoria, le case sono costruite in maniera economica e ad ogni passaggio di proprietà l’edificio viene parzialmente o completamente demolito per venire incontro in maniera fin troppo stringente alle esigenze funzionali del nuovo proprietario. Le grandi capitali europee ci dimostrano invece come il riuso di architetture progettate in maniera più lungimirante possa creare un panorama urbanistico dinamico e vitale.
    Nelle periferie europee e un po’ dappertutto in Italia ci si trova infine in una generale, scadente via di mezzo, dove le architetture vengono ancora costruite come se dovessero durare, ma secondo progetti a dir poco limitati, di conseguenza non solo impiegano un elevata quantità di risorse, ma ne richiederanno altrettante per essere demolite e lasciare spazio a nuova architettura in linea con le nuove esigenze funzionali che via via si presenteranno.

    Concludendo, ritengo che non si debba abbandonare l’efficienza in quanto valore, ma arrivare a comprendere cosa debba essere realmente l’efficienza progettuale: non limitatezza ma versatilità di progetto, che valuti attentamente usi attuali e potenziali.

  18. Leonardo Mussetola 07/06/2013 at 07:21

    Anche per la settima tesi vorrei dividere il commento in due parti, in quanto vorrei mettere l’accento su quelli che, secondo me, sono due significati differenti del termine “progettazione partecipata” e mostrare come entrambi siano legati in maniera differente al concetto di “controllo”.

    Per quanto riguarda il primo significato vorrei recuperare l’intervento di Marco Maria Sambo su PresS/Tletter numero undici di quest’anno, in cui faceva notare come in tutte le arti nascono momenti di collaborazione tra gli artisti nel tentativo di creare qualcosa di nuovo e di migliore, (un’unione che valga di più della somma dei singoli, tanto per abusare un luogo comune) tranne che nel campo dell’architettura. La cosa che sorprende in particolar modo di tale fatto è che ciò avviene ad ogni livello, dal più infimo, dove tra colleghi ci si saluta a malapena e ci si parla vagamente (non si sa mai che ci rubino un cliente o un’idea), a quello più alto, dove possiamo immaginare che non si voglia confondere la propria “firma” stilistica con quella di un altro collega archistar (è una questione di “branding”).
    Ritengo infatti che il primo e più importante significato di progettazione partecipata che dobbiamo assolutamente recuperare, sia quello di confronto libero e aperto tra colleghi che, soprattutto nell’atto della progettazione può dare risultati inaspettatamente superiori a quelli che ognuno dei singoli architetti avrebbe potuto raggiungere. Non sto parlando semplicemente di una somma di competenze tecniche o compositive ma di un incontro/confronto tra punti di vista, poetiche, pratiche che in questo modo si arricchiscono e concorrono ad una migliore architettura.
    Parlando più prosaicamente di professione invece che di arte, è curioso osservare come gli architetti siano l’unica categoria che non riesce a fare “corpo”, questo perché ci vediamo come concorrenti e non come colleghi, tutti alla ricerca spasmodica di un unico ipotetico “lavoro perfetto”. Questo atteggiamento ha paradossalmente portato ad una chiusura del mondo dell’architettura verso ogni tipo di esterno (colleghi o clienti) e ridotto la qualità del lavoro professionale (le energie profuse nell’autotutela non possono essere impiegate nel progetto), anche questo fattore ha contribuito alla drastica diffusione dell’ignoranza architettonica e della scarsa stima del pubblico nei confronti degli architetti di cui ho scritto in precedenza, riducendo costantemente la quantità di commesse architettoniche disponibili.
    Come nei migliori racconti l’azione di tutela ha creato i presupposti per la situazione da cui ci si voleva tutelare.

    Il secondo significato è quello più tradizionale dove con progettazione partecipata si sottintende la partecipazione, del pubblico, dell’utenza o di qualsivoglia tipo di numerosa committenza. Sono sempre stato piuttosto scettico su questo tipo di progettazione, nella maggior parte dei casi mi sembrava una sorta di deresponsabilizzazione del progettista o del pubblico amministratore che, con la scusa della progettazione dal basso, non poteva più essere ritenuto responsabile del risultato finale del progetto. Inoltre, se si analizzano procedure e risultati di molte di queste operazioni, risulta abbastanza chiaro come esse siano pilotabili verso un risultato già deciso a priori. Di solito infatti si procede con concorsi, votazioni, discussioni o mediazioni che vengono poi interpretate dal progettista o dal responsabile della commessa come una sorta di statistica e, come ogni statistica, se ne può ricavare il risultato che si vuole. Questo è possibile perché la maggior parte delle persone che partecipano al progetto sono inconsapevoli del completo significato di quello che stanno facendo, sempre per la già citata diffusa ignoranza architettonica.
    Con questo non voglio dire che la dinamica della progettazione partecipata sia da abbandonare, ma che il presupposto di una progettazione partecipata responsabile è la preparazione di chi vi partecipa, quindi alla formazione di chi partecipa (magari formazione super partes) tramite seminari, conferenze, dispense e quant’altro si possa ritenere necessario allo scopo.

    Per quanto riguarda le restanti affermazioni riguardo al controllo, al non finito, alla logica totalitaria e all’immagine più accattivante, penso si possa far risalire tutto proprio al fallimento del primo significato di progettazione partecipata.
    Ogni progetto si chiude all’esterno esattamente nel modo in cui gli architetti si chiudono all’esterno. Il progetto deve essere finito per evitare che qualche altro progettista possa metterci mano e l’immagine deve essere accattivante per affermare la nostra personalità all’interno delle logiche di mercato che convergono nel “branding” (ossia se l’immagine è accattivante verrà notata, a quel punto siamo riconoscibili e quindi possiamo conseguire un nuovo incarico alla faccia dei colleghi troppo modesti).
    Finché gli architetti non cambieranno atteggiamento verso i propri colleghi, vedendoli non più come avversari, ma come commilitoni in una battaglia per una migliore architettura, dubito che potrà esserci un miglioramento in tal senso.

  19. Leonardo Mussetola 12/06/2013 at 09:17

    La ottava, nona e decima tesi meritano di essere trattate contemporaneamente, in quanto voglio mettere l’accento sul fattore che le accomuna e che, a mio avviso, fornisce la chiave di lettura di tutte e tre le tesi.
    Il termine che accomuna le tre tesi è “ipocrisia”, quella di chi in virtù di una presunta ecologia storica o ambientale esclude l’uomo contemporaneo dal sistema storico-ambientale, trasformandolo in una sorta di organismo alieno e invasore, esterno al flusso della storia e al ciclo dell’ambiente naturale.

    In primo luogo vorrei sottolineare che, a parer mio, non esistono molte ecologie ma una sola, che può essere poi declinata in numerosi ambiti, ma una sola resta.
    Ecologia è quel modo di agire che permette ad ogni popolo e a ogni generazione un pari ed equo accesso alle risorse siano esse storiche o naturali. Questa affermazione, secondo il mio pensiero, contiene la chiave per l’approccio ecologico del progetto.
    Quando si progetta quindi è necessario tenere presente cosa si crea e cosa si distrugge e che utilità ne hanno i presenti e ne avranno i posteri.

    Analizzando la cosa dal punto di vista storico è evidente come viviamo in un momento di totale contrapposizione “antiecologica”. Ai due estremi si combattono coloro che negano il valore della storia rispetto all’economia del costruito, e dall’altra coloro che attestano il valore assoluto della storia negando in maniera ipocrita che noi stessi siamo parte integrante della storia che si vorrebbe tutelare.
    Ogni vittoria per una delle due fazioni contendenti rappresenta una sconfitta per l’ecologia storica. Se infatti una preziosa testimonianza storica viene distrutta per la creazione di un organismo di scarso valore e di scarsa longevità, che non darà testimonianza significativa della nostra epoca e della nostra cultura a chi verrà dopo di noi, non è forse un danno ecologico difficilmente recuperabile? Se in virtù della cieca conservazione venisse impedito un intervento progettualmente adeguato, al contesto ma soprattutto alla nostra epoca, creando un vuoto storico e culturale non avremo un danno equivalente?
    In entrambi i casi una preziosa testimonianza storica e culturale non arriverà ai posteri.
    Impedire agli architetti contemporanei di dialogare in maniera coerente con la preesistenza storica è un paradosso della nostra epoca, un atteggiamento di questo tipo avrebbe negato l’esistenza di Scarpa a Castel Vecchio, di tutto l’esteso complesso di Palazzo Ducale a Mantova, delle città medievali risorte a ridosso delle rovine romane. Non avere tutte queste testimonianze non sarebbe stata una perdita incolmabile? Se in ogni epoca si fosse voluto conservare biecamente quanto già esistente ora ci troveremo ancora in una fantomatica “era zero” dell’architettura, un pensiero curioso che tuttavia non potrebbe colmare quanto perso in migliaia di anni di sedimentazione storica che ancora dovrebbe essere in corso.

    Viene da chiedersi quanto sarebbe ecologico un approccio che preveda la totale conservazione di quanto costruito nelle ere passate, ordinando le varie epoche in specifiche aree, ognuna dotata di una fascia di rispetto per evitare il rapporto, anche marginale, di organismi storicamente alieni tra loro. Sembra chiaro come questo avrebbe creato delle gigantesche città che ai giorni nostri coprirebbero ogni centimetro edificabile di molte nazioni, caratterizzate da graziosi parchi circolari che separano ogni stratificazione dall’altra: la città romana, il parco, la città medievale (magari divisa in alto medievale e basso medievale), il parco, la città rinascimentale, il parco e così via fino ad arrivare alla periferia contemporanea separata da quella ottocentesca da un parco circolare del raggio di un migliaio di chilometri.
    Questo a dimostrare quanto esista una sola ecologia, storica e ambientale, come tutto sia connesso ad una pratica di progettazione rispettoso della persona, della storia che la determina e dell’ambiente che la circonda.

    Analizzando la cosa dal punto di vista ambientale le problematiche sono le stesse: strenua battaglia tra chi specula per costruire sulle superfici ad oggi naturali e chi vorrebbe che nemmeno un metro cubo di cemento venisse più versato. In entrambi i casi l’ecologia ne uscirebbe sconfitta, nel primo caso è piuttosto evidente a chiunque, nel secondo caso basta pensare che l’uomo è parte integrante dell’ecosistema così come lo sono le sue azioni.
    Non ha senso pensare all’uomo “naturale” come un personaggio irsuto che vive di banane in cima ad un albero, che un giorno ha deciso di diventare “innaturale” e di cominciare a costruire. L’azione di costruire fa parte dell’essere naturale dell’umanità. D’altronde l’essere umano non è l’unica creatura che costruisce o che modifica in maniera sostanziale l’ambiente in cui vive, tuttavia molte persone tendono a dimenticarlo. A volte cerco di immaginare queste persone a discutere con le termiti perché i loro termitai modificano il landscape della prateria o con il corallo (o i castori) perché ostacolano il flusso naturale delle acque.
    Molto di quanto naturalisticamente ammiriamo oggi è frutto di una modifica dello status quo naturale precedente. È quindi necessario considerare l’uomo come agente naturale, tanto quanto il corallo e le termiti. In questo modo si potrà avere un quadro completo e comprendere quanto realmente un’opera architettonica possa influire negativamente o positivamente sull’ecologia naturale. Architettonicamente parlando infatti, si può fare lo stesso discorso: attualmente ammiriamo opere che, se realizzate al giorno d’oggi, sarebbero considerate “ecomostri”(definizione ormai attribuita non alla qualità del progetto ma alla sua collocazione) come ad esempio la Casa Malaparte, il castello di Torrechiara, fino ad arrivare al Pantheon. Questo ancora una volta mette in evidenza come esista una sola ecologia che coinvolge inestricabilmente la storia con l’ambiente naturale costruito e non.
    Non sarebbe curioso avere testimonianza di un volantino di protesta contro la costruzione del mostruoso Faro di Alessandria all’interno della fascia di rispetto della battigia?

    Comprendo che quanto scritto finora possa sembrare ambiguo, in quanto non è stata indicata una linea di azione per proseguire secondo una corretta ecologia storico-naturale. Spero sia chiaro per tutti che dare indicazioni precise su un tema così complesso sia veramente difficile e che quindi mi limiterò a dare una personale interpretazione, un punto di partenza per quella che sperò sarà una più lunga riflessione collettiva.
    A mio avviso, per ogni intervento è necessario valutare quanto si toglie e quanto si apporta in termini storici, culturali e ambientali all’umanità di oggi e di domani. Stabilire se una realtà è insostituibile o realmente unica. Se un edificio in rovina fornisce una testimonianza storica, che vengano raccolte tutte le informazioni possibili e si proceda poi a riqualificarlo o sostituirlo secondo i criteri dell’architettura contemporanea, si farà infatti un maggior danno alla storia ricostruendolo secondo informazioni frammentarie per puro spirito di monumentalismo. Se un edificio è una importante testimonianza storica e siamo in possesso di informazioni complete per recuperarlo e destinarlo ad un nuovo uso che lo si recuperi.
    Lo stesso discorso varrà per l’ambiente naturale, con l’aggiunta del criterio di reversibilità, in quanto una maggiore tutela ambientale proviene da interventi che possano eventualmente essere rimossi per ripristinare lo stato precedente delle cose. La destinazione di superficie agricola a interventi speculativi a bassa densità è quindi uno spreco antiecologico, ma l’impiego della stessa superficie per un intervento urbanistico di elevata utilità sociale e qualità architettonica porterà un guadagno ecologico nel bilancio complessivo. Per quanto riguarda le aree di particolare pregio è evidente come alcuni interventi siano addirittura qualificanti per le suddette aree. Per altri interventi, dove la stringente utilità può creare motivi di maggiore conflitto, ferma restando la qualità architettonica del progetto, si può procedere secondo il principio della reversibilità, progettando anche la dismissione e il ripristino dello stato dei luoghi.

    Un discorso a parte merita la definizione di “unicità”, ogni luogo e ogni momento è di per se unico, tuttavia questa applicazione letterale del termine ci bloccherebbe in una definitiva stasi spazio temporale, ogni oggetto infatti, in quanto unico diventerebbe da tutelare. A mio avviso l’unicità va intesa come “non sostituibilità” nel senso che lo stesso beneficio storico ambientale non può essere fornito da un altro oggetto assimilabile e quindi una grande architettura su mille chilometri di spiaggia non è un ecomostro, ma lo è l’edificazione infinita delle nostre fasce costiere appena al di là della fascia di rispetto. Sostituire un edificio residuale anche molto vecchio con una nuova architettura di qualità non è antistorico più della creazione delle nostre mostruose periferie, che verranno inevitabilmente abbattute creando un vuoto epocale incolmabile.

    Questo quadro così utopico non è per niente irrealizzabile, si tratta semplicemente di passare dall’epoca dell’ipocrisia a quella dell’intelligenza, abbiamo infatti tutti i mezzi tecnici e culturali per fare questo tipo di valutazione. Dobbiamo liberarci del giogo della “burocratizzazione delle ideologie” che tutto vietano o tutto permettono e che non consente alcun tipo di valutazione effettuata con l’uso “reale” dell’intelletto.

  20. Leonardo Mussetola 21/06/2013 at 10:25

    L’undicesima tesi del manifesto sottolinea il bisogno di innovazione nell’architettura. Tuttavia prima sarebbe necessario chiedersi cosa significa “innovare”, soprattutto in un campo complesso e multidisciplinare come l’architettura.
    Limitarsi a un discorso di High-Tech o Low-Tech è decisamente limitativo; come già ampiamente discusso nei commenti precedenti l’architettura va ben oltre gli strumenti utilizzati per darle compimento.

    Quindi traslerei questa tesi di seguito a quella che sancisce il bisogno di utopia, in quanto l’innovazione nasce prima di tutto dall’utopia, che prosegue poi per l’avanguardia, diffondendosi infine come innovazione.
    È indubbio che la tecnologia possa influenzare il linguaggio architettonico, con una collega ne ho trattato diffusamente nella tesi di laurea. Ciononostante è necessario comprendere come la tecnologia apra semplicemente un ampio ventaglio di potenziale evolutivo, senza tuttavia poter influire direttamente sul linguaggio architettonico stesso. L’introduzione di una nuova lettera in un alfabeto apre alla potenziale ideazione di un numero infinito di nuovi lemmi, ma di per sé non può generare nuovi termini e nuovi significati.

    Se con innovazione intendiamo creare nuovi significati per l’architettura dobbiamo comprendere appieno cosa vogliamo intendere con il termine “significato”. Di certo l’innovazione architettonica non può esimersi da questa esplorazione linguistica: inserire pannelli fotovoltaici o un piccolo pannello di controllo domotico, all’interno di un progetto linguisticamente obsoleto non può di certo definirsi innovazione.

    Dobbiamo quindi svincolarci dalla contrapposizione hi-tech e low-tech in quanto di per se stessa priva di significato. Aggiungo che questa terminologia spesso mi fa sorridere, perché a ben guardare molte delle “alte tecnologie” messe in campo sono vecchie di quaranta o cinquant’anni: per ognuna di queste soluzioni tecnologiche è sufficiente visionare la voce di Wikipedia per vedere a quando realmente risalgono; al contempo alcune delle “basse tecnologie” sono state sviluppate solo molto di recente. Mi sembra chiaro quindi come il concetto di innovazione non possa assolutamente riguardare la semplice applicazione di tecnologie più o meno recenti (o presunte tali) all’architettura ma all’evoluzione stessa del linguaggio architettonico.
    Un esempio per tutto è stata l’introduzione in edilizia del pannello fotovoltaico. Trascurando l’aspetto ecologico che meriterebbe una trattazione a se, possiamo innanzitutto osservare come i pannelli fotovoltaici con celle in silicio esistono da decenni e con efficienze paragonabili a quelle odierne, sulla nostra testa orbitano vecchi rottami spaziali con ampie dotazioni di pannelli fotovoltaici che nulla hanno da invidiare a quelli che oggi gli elettricisti installano sui nostri tetti. Possiamo inoltre osservare come, esclusa qualche rarissima eccezione, questo “upgrade tecnologico” non abbia apportato alcunché dal punto di vista del linguaggio architettonico alla produzione edilizia contemporanea, ci si limita a posizionarli laddove si posizionavano le tegole, le lastre o qualsiasi altra soluzione “low tech” precedente, e non stiamo parlando solo di interventi di installazione sull’esistente ma anche di progetti “brand new”, presentati come innovativi, rivoluzionari, sostenibili, competitivi e tutti gli altri luoghi comuni di cui ultimamente ci si riempie la bocca e soprattutto le orecchie.
    Spero di aver dimostrato con questo breve ragionamento che la tecnologia non può creare linguaggio architettonico sia esso vecchio o nuovo ma che offre, potenzialmente, nuovi strumenti agli architetti per crearlo.

    Cosa dobbiamo quindi intendere come innovazione?
    Possiamo riprendere la frase tanto cara a Mies van der Rohe per cui l’architettura è lo specchio del proprio tempo, cercando però di andare oltre a quello che il significato apparente e superficiale che molti gli hanno attribuito. Non si parla infatti di assegnare ad ogni epoca stilemi e apparenze distintive, utili a chi osserva per effettuare classificazioni (questo è gotico, questo è romano, questo è anni ’80); questa interpretazione sarebbe limitativa per il campo dell’abbigliamento, figuriamoci per l’architettura: la grande architettura si distingue proprio per la sua capacità di attraversare la moda e gli stili mantenendo intatto il proprio valore.
    Il vero significato della frase di Mies è certamente più profondo, per innovare l’architettura è necessario rivolgersi, come già ampiamente detto, alla persona; è infatti la persona il primo veicolo dell’innovazione, dobbiamo quindi comprendere l’evoluzione degli stili di vita, che a loro volta possono essere influenzati dall’introduzioni di innovazioni tecnologiche. Facciamo ancora una volta un esempio: nelle case dei nostri nonni esisteva “la stanza del telefono” un tinello o un disimpegno, solitamente troppo piccolo per avere altri utilizzi, che si poteva isolare dalle altre stanze per consentire una chiara conversazione sulle vecchie linee telefoniche piuttosto disturbate. Da tempo questo tipo di ambiente non esiste più perché la qualità delle conversazioni su linea fissa sono migliorate, inoltre ogni stanza poteva avere il suo apparecchio telefonico. Questa innovazione dello spazio architettonico è nata quindi da miglioramenti della comunicazione generale e non da specifiche tecnologie applicate all’edificio, di conseguenza è lo stile di vita che si è evoluto e ha portato con se l’evoluzione dello spazio costruito.

    Dobbiamo quindi interrogarci di come l’architettura possa integrarsi con il nostro stile di vita, che è radicalmente cambiato negli ultimi vent’anni, anche grazie alla tecnologia. È chiaro come questi cambiamenti non abbiano, invece, avuto alcun riflesso di vasta scala sull’architettura. Ognuno di noi può uscire di casa e vedere fianco a fianco, architettura degli anni ’80, ’90, 2000 o ancora in costruzione. Alcune si fregiano di pannelli, parabole e cappotti ma è chiaro come siano figlie della stessa “scuola” identiche quindi dal punto di vista architettonico. Come è possibile? La società di oggi non ha niente a che vedere con quella degli anni ’80 eppure produciamo ancora la stessa architettura (termine che andrebbe virgolettato quando si parla di certi edifici).

    Se vogliamo “innovare” l’architettura dobbiamo ricominciare anche in questo caso da zero per spezzare la stasi attuale, analizzando la società di oggi per fornirle i migliori spazi per la vita, dobbiamo dimenticare stilemi, amenità tecnologiche o vecchie soluzioni retrò. Fanno parte del nostro bagaglio culturale, sono lettere del nostro alfabeto, non sono parole (e se anche lo fossero sarebbero parole esistenti che di conseguenza non potrebbero generare parole nuove).

    Ricordiamoci sempre che sono le persone a creare il linguaggio e non viceversa.

  21. Leonardo Mussetola 25/06/2013 at 17:09

    La dodicesima tesi può sembrare fuorviante per l’utilizzo esteso che fa di termini come geografia e intelligenza, termini che siamo abituati ad utilizzare in accezioni più semplici, o meglio, semplicistiche.
    Personalmente ho inteso la dodicesima tesi come un’attestazione del fatto che, per avere una reale comprensione della società odierna, ossia delle persone per cui oggi progettiamo, dobbiamo comprendere che il termine di spazio e di relazioni spaziali oggi va inteso in maniera più estesa e complessa di un tempo. Questa tesi si riallaccia con forza a quella precedente, la si potrebbe anzi considerare come un sostanziale suggerimento su come perseguire la ricerca dell’innovazione architettonica.

    È indubbio che l’architettura si occupa della concezione degli spazi destinati alla vita dell’uomo; definizione molto semplice, che tuttavia esprime una buona parte del significato che al termine architettura si dovrebbe attribuire.
    Di conseguenza è chiaro che una nuova concezione e percezione dello spazio debba generare nuova architettura. Lo spazio infatti va inteso, non solo come luogo geometrico, ma anche come luogo di azione intellettuale (in questo senso intendo l’utilizzo del termine intelligenza in questo contesto), di conseguenza lo spazio virtuale assume la stessa dignità dello spazio reale. Gli spazi geometrici e gli spazi intellettuali si relazionano in modo molto diverso di un tempo, informazioni, relazioni, cose e persone si muovono in modalità e velocità nuove, obbligandoci ad una rilettura dell’insieme di questi spazi e delle loro reciproche relazioni (in questo senso intendo il termine geografia).

    Già Le Corbusier prefigurava una rilettura degli spazi e delle comunicazioni dovute a grandi stravolgimenti nello stile di vita come l’introduzione del telegrafo, dell’auto e dell’aereo. Nel suo libro “Maniera di intendere l’urbanistica” ne parla diffusamente, mettendo in evidenza come nuove modalità e velocità di spostamento di cose, persone e idee (definisce le ere per velocità in km/h) esigesse un radicale ripensamento dell’urbanistica su larga scala e quindi sulla geografia dei luoghi dedicati alla vita dell’essere umano.
    Come possiamo quindi pensare che gli stravolgimenti che, negli ultimi venti-trent’anni, hanno coinvolto la maniera di vivere della nostra società non debbano, obbligatoriamente, generare nuovi spazi e nuove geografie?

    Ed ecco quindi come la tecnologia può realmente influire sull’architettura, attraverso l’intelligenza e l’influenza che essa riporta sulle persone e sul loro stile di vita, perché non mi stancherò mai di ripetere che sono le persone il vero centro della pratica architettonica.
    Nell’era della comunicazione dovremo riflettere su quali debbano essere l’architettura e l’urbanistica della comunicazione, che non possono semplicemente significare avere il Wi-Fi in tutte le case o info-point luccicanti lungo le strade: le smart cities sono prima di tutto entità formate da smart people, quindi a queste persone dobbiamo rivolgere la nostra attenzione per comprendere dove porta la strada della nuova architettura e alle città di domani.

  22. Leonardo Mussetola 28/06/2013 at 09:26

    Cosa significa realmente recuperare il grado zero in architettura? La prima tesi è il classico uovo di Colombo, una soluzione palese e disarmante a un problema apparentemente irrisolvibile, nel nostro caso la crisi, o si potrebbe anche osare, l’annichilimento dell’architettura contemporanea.
    Tuttavia è sufficiente soffermarsi un istante a riflettere, per comprendere come la potenza dell’affermazione generale viene smorzata se non annullata dall’indefinitezza delle conseguenti linee d’azione.
    Diventa quindi fondamentale, in primo luogo, comprendere cosa può realmente significare una tale affermazione e quali conseguenze potrebbe avere.

    Se guardiamo per un momento alla storia, non come maestra di forme, ma come maestra di umanità possiamo riscontrare nell’architettura periodi rivoluzione e di ristagno ciclici: dopo ogni grande rivoluzione architettonica ci sono stati lunghi periodi di manierismo, eclettismo, fino alla vezzosità, che hanno comunque prodotto manufatti di grande eleganza proporzionalmente alle capacità del progettista e del committente, mostrando tuttavia un’evidente distacco dalla qualità architettonica delle opere che le avevano precedute.
    In questo momento sembra abbastanza chiaro che viviamo un momento di ristagno, dopo la grande rivoluzione razionalista possiamo individuare solo brevi periodi di esplorazione avanguardistica che purtroppo si sono velocemente spenti in un auto-manierismo da parte degli stessi architetti che si proponevano di portare l’architettura “oltre”.

    Da quanto scritto finora dovrebbe essere chiaro che, dal mio punto di vista, l’architettura è una disciplina che ha il suo fondamento nel rapporto con l’essere umano cui l’architettura è consapevolmente o inconsapevolmente destinata.
    Ed è solo recuperando questo rapporto, che l’architettura può recuperare il suo grado zero, ritornare a un punto di partenza rivoluzionario che possa proseguire degnamente la grande tradizione architettonica che ci ha preceduti. Deve essere chiaro che forma, tecnologia e ogni altro strumento di cui l’architettura si serve per esprimersi devono essere declinati in funzione della persona, delle sue esigenze materiali e soprattutto immateriali: il bisogno di bellezza, di benessere, di dignità che l’architettura, forse solo l’architettura, può pienamente soddisfare nell’essere umano.

    Personalmente ritengo che la prima componente delle rivoluzioni architettoniche che si sono susseguite nella storia deriva proprio da questo tipo ragionamento: dopo una fase di autocritica più o meno lunga e sofferta, si è riportato sui binari della riflessione umana il treno ormai da tempo deragliato nel seducente ambito della forma.
    La seconda è certamente stata la cultura, non solo la cultura di chi progetta, ma anche di chi il progetto lo commissiona. È inutile, infatti, sotterrare la testa come gli struzzi e pensare che l’architettura possa prescindere da chi la finanzia, l’architettura richiede quasi sempre una quantità di risorse non paragonabile a quelle necessarie nelle altri arti: la pittura, la scultura, la musica, la poesia possono sopravvivere anche al di fuori del mercato, l’architettura non può! È stata quindi la cultura o quanto meno l’apertura culturale dei mecenati dei grandi e piccoli architetti del passato a permettere queste rivoluzioni. Senza Suger, De’ Medici, Kaufmann o Guggenheim difficilmente avremo avuto le rivoluzioni gotiche, rinascimentali, moderne e via di seguito.

    Concludendo, se questo è davvero il grado zero dell’architettura che vogliamo raggiungere, la soluzione sembra tanto semplice da comprendere quando difficile da mettere in pratica.
    In primo luogo una presa di coscienza dell’architetto del proprio ruolo nella società. Un ruolo che va ben al di là dell’esperto in tecnica edile, del vezzoso designer o del rigoroso accademico. L’architetto ha infatti una pesante responsabilità nei confronti del benessere della società che gli è contemporanea. L’architettura è il contesto in cui ogni pensiero, azione e aspirazione della nostra società si esprime, pensare che questo non abbia conseguenze è come cercare di ignorare la gravità della terra perché non possiamo specificamente percepirla. Attraverso questa presa di coscienza gli architetti dovranno ripensare il proprio modo di lavorare, di progettare e di confrontarsi con i committenti e con la società nel suo complesso che è committente marginale di ogni opera architettonica che viene realizzata.
    In secondo luogo è necessario intervenire sulla cultura, troppo a lungo gli architetti si sono chiusi nelle loro torri d’avorio, quanta malinconia nel vedere la disparità di attenzione che viene prestata ad una mostra di pittura rispetto ad una di architettura. Anche in questo caso chi fa architettura e chi di architettura si occupa dal punto di vista culturale (vedi la critica) deve fare un attento esame di quanto fatto fino ad ora e comprendere che, con ogni probabilità, si è sbagliato tutto. L’architettura deve tornare al centro di un dibattito culturale complessivo, tornare ad essere insegnata nelle scuole, essere al centro di una vivace e soprattutto innovativa attività di divulgazione culturale.

    Solo convergendo contemporaneamente da queste due direzioni potremo ricreare tante e tante volte quella collisione mirabile che si è dimostrata così fruttuosa nella storia dell’architettura. Viene quasi da pensare a come i fisici del CERN abbiano cercato per anni di far collidere tra loro, nella giusta maniera particelle disperse per arrivare a nuove rivoluzionarie scoperte. Lo stesso dobbiamo fare noi: ricercare l’incontro/collisione tra architetti con la volontà di ricominciare a fare vera architettura e persone che siano culturalmente pronte ad aiutarli.

  23. Leonardo Mussetola 28/06/2013 at 09:29

    Con il commento alla prima tesi concludo il ciclo di commenti al manifesto, confido che si tratti solo di un inizio, per un confronto fattivo che possa portare i suoi frutti in un’epoca che ha tanto bisogno di una rinascita culturale e sociale.

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