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Manifesto per l’architettura – Testo teorico sulla prima tesi: grado zero –

Manifesto per l’architettura – Testo teorico sulla prima tesi: grado zero –

Tesi sul Grado Zero

 

No: al formalismo e al radicalismo chic estetizzante, alla prassi del copia e incolla, ai manierismi, all’autonomia

Si: al grado zero: nell’architettura e nella critica

 

<< Si prospetta l’urgenza di azzerare il linguaggio, per ripartire da ciò che Roland Barthes chiamava il grado zero. Cioè un atteggiamento ideale, proprio dei periodi di ricostruzione, che evita i formalismi per anteporre i contenuti e rinnovare il rapporto con la realtà; per costruire nuovi linguaggi svincolati dalle nostalgie e dotati di senso ed energia>>

 

Il grado zero è un linguaggio deaggettivato, amodale in cui ogni elemento stilistico, connotativo, esornativo, estetizzante è asciugato: cioè un linguaggio che cerca in ogni modo di evitare di cascare nella trappola del bello stile architettonico e della sua piacevole descrizione.

 

Quella del grado zero è un’idea limite perché di fatto pone un obiettivo irraggiungibile, come hanno sottolineato prima Roland Barthes che lo ha introdotto nella ricerca letteraria e poi Bruno Zevi che lo ha proposto in quella architettonica.

 

Ciononostante il concetto è importante, oggi, come indicazione di un  metodo per ristabilire la connessione tra linguaggio e realtà, rimettendo in discussione le teorie e ridefinendo le condizioni di sensatezza del linguaggio stesso: e cioè per cercare di capire cosa vogliamo e cosa non vogliamo che l’architettura e la critica d’architettura facciano nei prossimi anni.

 

Per due motivi.

 

Il primo è che perseguire il grado zero vuol dire porsi in un atteggiamento critico nei confronti degli stili correnti e di quelli codificati percepiti come cliché che fornendoci repertori di forme già precostituite ci sottraggono da una più impegnativa e fruttuosa ricerca.

 

Si pensi per esempio al proliferare oggi di un modernismo gradevole e disincantato che si ispira al movimento moderno ma senza averne la tensione etica, magari aggiustandone le asprezze con concessioni al gusto corrente. Oppure pensiamo al modo di fare critica d’architettura come erudita descrizione dell’opera e pettegolo racconto del contesto, evitando profondità di analisi e tensione interpretativa.

 

Oppure alle infinite variazioni del repertorio formale messo a punto, spesso con eccezionale intelligenza critica, negli anni novanta dalle attuali archistar, da Koolhaas a Tschumi, da Hadid a Herzog& de Meuron, da Mayne a Coop Himmelb(l)au ecc… Variazioni giocate con sempre maggiore talento e cinismo commerciale dagli stessi protagonisti di allora, diventati celebri, e da una pletora di bravi, corretti o mediocri replicanti, a volte formatisi negli stessi loro studi.

 

O, per fare altri esempi, alle innumerevoli versioni neomediterranee, manieriste, dell’architettura di Alvaro Siza proposte dalle universitá italiane o al minimalismo, piú o meno esasperato, in variante giapponese o inglese che gira per le riviste.

 

Architetture non sempre sciocche e banali: a volte piacevoli, certe accattivanti, per diversi aspetti interessanti, alcune stupefacenti, ma nessuna tale da rappresentare un punto di vista radicalmente nuovo che valga la pena perseguire.

 

Proporre il grado zero, nel panorama attuale, vuol dire denunciare tanto il cinismo delle archistar, quanto la prassi del copia e incolla sempre più diffusa negli studi professionali e nell’apprendimento, in particolare universitario, per puntare invece a un atteggiamento critico che richiede la rinuncia a schemi e preconcetti stilistici codificati.

 

Con la precisazione che la novità agognata non è quella richiesta dalla moda ma dai problemi dell’oggi.

 

Da qui la nostra critica del radicalismo chic, oggi diffuso attraverso le riviste, che persegue un azzeramento linguistico ma in funzione estetizzante -e quindi un fasullo grado zero- anche quando opera con materiali poveri e inusuali, con abbondanza di verde, con soluzioni minimali e con altre risposte formali innovative ma quasi mai pregnanti di nuovo senso che non sia quello dell’essere sempre aggiornati.

 

In questa logica rientrano quelle poetiche di protesta che, in nome della semplicità, del rigore, denunciano gli eccessi stilistici dello star system, per proporre alternative allo stesso, ma sempre finalizzate alla diffusione di un nuovo atteggiamento estetizzante ( e alla conseguente sostituzione del vecchio star system con uno nuovo) che alla fine non muta, anzi forse aggrava, i termini della questione.

 

E nella stessa logica rientrano i discorsi a vario titolo sull’autonomia disciplinare che, invece di porre l’urgenza di un profondo ripensamento dell’architettura attraverso il processo del suo stesso formarsi, insistono sui temi della ripetizione, della citazione, dell’eterno ripresentarsi dell’identico, sia pur variato attraverso limitati scarti di prospettiva. Insomma sull’idea di una architettura che, piuttosto che cercare le motivazioni del suo farsi nel denudarsi dei suoi orpelli stilistici e nel proiettarsi all’esterno, le trova in un inconcludente e narcisistico ammirarsi allo specchio o peggio nella nostalgia di un’architettura, alla Aldo Rossi e alla Giorgio Grassi, reazionaria e compromessa da derive postmoderne.

 

Il secondo motivo, è che la metodologia del grado zero postuli la fine degli stili nel senso che oggi non solo non ha piú senso riferirsi, con un atteggiamento manierista o eclettico, a uno piuttosto che ad un altro ma che non ha neanche piú senso pensare di costruire uno. Insomma dopo il movimento moderno non ci sará un movimento moderno 2.0 oppure un nuovo stile digitale. Ma dovranno porsi le condizioni perché si sviluppi un’architettura che non avendo preconcetti, proprio perché continuamente impegnata a metterli in discussione, avrá tante declinazioni per quante sono le opere. E da qui una dimensione meno oggettuale -e cioé meno attenta all’edificio che si autocelebra- ma protesa alla costruzione del paesaggio, e cioè al suo diventare altro. Su questo tema, che ha già numerosi e diversi precursori, per esempio il Landscape Urbanism, crediamo che sia opportuno lavorare.

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