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Postilla al manifesto – interviene Gianluca Brini

C’è ancora chi rappresenta l’architettura come una sorta di GINNASTICA DOLCE, un’attività piacevole ed edulcorante a favore del quieto vivere, attenta ad evitare “nuove forme” e, soprattutto, ad evitare <<fughe in avanti>>. Fondata sull’uso di materiali noti e locali e sull’ordine, in sostanza un’attività ordinativa e contro-innovativa. Disturbata a volte, “purtroppo”, da lampi di genio ed innovazioni.

Non condivido i valori della medietà e del pensiero debole, debolissimo, semplicistico, garbato e leggero (sono almeno trent’anni che cercano di insegnarcelo).

…. Sicché l’architettura, più che ergòn, più che cristallizzazione della forma, è energheia, moto attivo; genesi piuttosto che prodotto; processo, movimento … (da un testo di Diego Caramma).

Qualunque cosa sia l’architettura, per me è sempre necessariamente un’attività, anzi una pratica, non autoreferenziale (perché non si progettano e realizzano cose solo per sé stessi, ma per gli UOMINI); non abitudinaria (perché non è mai la stessa cosa, lo stesso programma, lo stesso sito,…); quindi non stilistica (“stilistica” presuppone riconoscibilità e ripetitività come elementi prevaricanti, ciò che è possibile, appunto, solo con alte dosi di autoreferenzialità e abitudinarietà sostenute da presupponenza e presunzione).

Quale, dunque, la vera Architettura?; quali le politiche giuste per la città?.

Per la prima domanda la risposta è sintetica: non esiste architettura “vera”, piuttosto che no.

Per la seconda: se si intende l’urbanistica come “arte del rimedio e manutenzione”, quella che va per la maggiore nei comuni emiliani, per esempio; se l’idea sottesa ad ogni passo è che costruire genera “esternalità negative” da rimediare in qualche modo (l’impatto è sempre negativo e mai positivo?), ecc …; se essa rientra in quell’impostazione negativa che evidentemente permea le “intellighenzie” (quelle che oggi scoprono le parole brownfields e greenfields come slogan, senza sapere assolutamente di cosa stanno parlando, quelle che oggi si abbeverano all’ideologia del “consumo di suolo”, una volgarità concettuale inammissibile, semmai l’uomo “userà” il suolo, della terra almeno finchè non potrà usare quello della luna, quelli che …); e non si intende l’urbanistica invece come “visione”, come prospettiva positiva, come opportunità, ecc…; allora … è proprio dura.

Abbiamo già visto come a volte ritorni e pervada il nostro fare il concetto di continuità, ancor peggio morfologica. Come se la “discontinuità”, in specie dello spazio urbano, fosse un disvalore di per sé: <discontinuità>, come <densità>, sono concetti attinenti la fisicità delle cose urbane, non virtù o peccati. Entrambi traggono validità e qualità se conseguenti e consegnati a pro-getti. Lo scadimento del concetto di discontinuità nell’immateriale sociologico e percettivo finisce per indurre la sensazione perversa di un male da evitare, fino a concedere punti alla città organica, alla città giardino, al centro storico unitario, tutte note e pericolose fandonie, tanto pericolose quanto illusionistiche e quindi poi deludenti, in rima: sulla pelle degli UOMINI. Evitare i concetti di densità e di discontinuità, anzi, definirli come problemi della città da risolvere per contrapposto, invece di indagarli, è come negare la ricerca e la speranza, il nuovo e la contemporaneità, fissare il tempo non tanto all’oggi, quanto all’immagine di oggi del passato, insomma impedirsi di guardare avanti con la speranza nel pro-getto.

Penso poi che il progetto non debba prefigurare tanto“soluzioni”, tantomeno  “definitive”, ancor peggio “vere”, quanto piuttosto “cercare” nuove ipotesi e percorrerle fino alla loro sintesi contempo-ranea e tempo-ranea, privilegiando la ricerca di nuove o migliori spazialità, la pretesa di fare sempre meglio rispetto alla ripetizione del modello  … aprire argomenti piuttosto che pretendere di chiuderli (terrorismo ideologico) … non con la presunzione disciplinare. Ma occorrerà anche cercare oltre l’emotività (oltre la spettacolarizzazione architettonica, oltre l’”evento”, …), oltre la “fenomenologia dei sentimenti“. Cercare il NUOVO ma anche l’UTILE.

Alcuni uomini hanno una perenne tendenza a forme di sudditanza. Ebbene oggi, in regime di democrazia e libertà, nelle professioni, tale atteggiamento si esprime in gran parte come sudditanza allo stereotipo. Cioè, come volontà di accreditamento all’interno di una cornice stereotipata, cioè fissata e riconoscibile all’interno dei gruppi di pensiero. È così anche per la politica. Ciò che significa tendenzialmente evitare le domande, l’umiltà di un sapere parziale e limitato sempre profondo e unico, come dovere di risposta a richieste dell’uomo e degli uomini, di volta in volta. Significa negare l’antiesclusività della singola proposta come una risposta corretta e relativa, la scomposizione e ricomposizione degli elementi indagati tutte le volte, la ricerca faticosa e continua che produce esiti sintetici (i progetti), ma non ultimi (non “il progetto”). Si può e si deve sempre fare meglio: processualità – progetto aggiornato e contemporaneo non gestuale –  razionalismo (in quanto “del pensiero”). 

Diciamo dunque che gli architetti, da quando l’accademia è scoppiata, si trovano a dover essere necessariamente progettisti, a dover volere un’architettura (sempre con la “a” minuscola finalmente); che gli architetti  non possono imporre le proprie architetture perché non esiste alcun potere che ne sostenga l’essere, la loro,” l’Architettura”. Ciò che ciò non esclude che l’ Architettura possa essere uno degli strumenti di ricerca sul mondo, anzi, ma il fatto che ci saranno sempre uomini che cercheranno attraverso l’Architettura il logos, per converso, non concede loro alcuna patente di premierato a riguardo delle loro architetture. L’unica condizione operativa, cioè la disposizione a “fare qualcosa”, per esempio case o altro, è necessariamente antitetica alla ricerca del logos, per definizione ricerca che non prevede risultati, se non “il” risultato, eventualmente, e quindi una volta per tutte. Essa è invece basata sulla ricerca indagatoria costante, senza fine, del senso del nostro mondo e delle nostre pratiche dentro quel mondo.

La decontestualizzazione e decostruzione del mondo, che è poi il solito “porsi dubbi e domande”, per coglierne barlumi di verità, o meglio di senso, cioè per dargli un significato, e fissarlo per concetti con la scrittura nella sua rappresentazione, è meccanismo-procedimento cognitivo sapienziale, non risultato. Ed è da sempre un meccanismo dell’uomo occidentale, diciamo almeno dai presocratici in poi?. Ecco, se porto alle conseguenze operative la scrittura che non è solo gesto, o solo descrizione del sentimento, non è solo registro del parlato, arrivo a pensare la scrittura come pro-getto. Il pro-getto, tutte le volte che agisce, decontestualizza il mondo e lo riscrive come proprio mondo, dandogli il senso transeunte del momento. Per questo il pro-getto esprime tutto un mondo. È, infatti, un “progetto di mondo”, di un mondo (quello che risulta dopo la decostruzione del programma e della situazione singoli).

Formalismo estetico e sviluppo delle regole disciplinari, arte e disciplina, si incontrano sul piano dell’assenza di significati per gli UOMINI, giacché gli unici significati ammessi sono quelli costruiti all’interno dell’una o dell’altra. La fenomenologia ci avvicina all’uomo, l’architettura evocativa si pone sul piano del rapporto uomo-mondo, ma ne indaga la psicologia emozionale, si ferma ai sentimenti. Non provoca azioni attive di conquista di posizioni nobili nella scala della ricerca di senso. La parte migliore di noi forse è la più problematica, non la più appagata.

E ancora, tutto il sociologismo del mondo non può che re-incontrare sempre solo se stesso, perché esclude libertà e volontà singole.

Altra cosa è ciò che qui s’intende per pro-getto: esito temporaneo e non pre-ordinato (come per disciplina), comprensibile e non eroico (come per arte), sintetico-singolo e non ideologico (come per sociologia), reale-pratico e non sentimentale (come per psicologia), non casuale sulla strada della ricerca di senso. Esso, in quel luogo, in quel contesto, in quel momento, in quella cultura, …, per quell’attimo esprime tutto ed è subito dopo immediatamente ed inevitabilmente superato. Esso non si costruisce da e per filosofia (in senso specialistico), ma con atteggiamento critico (in senso culturale), ciò che consente un fare non casuale e nemmeno causale, ma auto-co-sciente (PRATICA PENSATA). Vale a dire auto-sciente-con, la propria singola “scienza” messa nel mondo “con” gli altri. Per questo motivo il pro-getto non è pro-dotto, è sempre singolo e diverso. il pro-dotto, invece, è per definizione ripetibile e ripetuto (ciò che è possibile con “lo stile” e con “la disciplina”).

Insomma: quanti architetti si sono fatti una ragione del fatto che il mondo in realtà è fuori?. E anche svilire il problema dell’uomo e del mondo al dato emozionale, però, è rinunciare troppo presto allo scandaglio della complessità e profondità delle questioni, è un lavorare sull’evento e perciò intenzionalmente solo sulla cronaca, un modo di esprimere contemporaneità lieve, una contemporaneità cronachistica senza vera modernità, una valutazione sull’uomo talmente limitata da poter essere “offensivamente ottimista”.

Quella pacata serenità … di cui si diceva all’inizio.

 

Esistono architetti ed architetture, ma nessuno può, e dunque deve, oggi, dire cosa è Architettura e cosa no. L’essere al di là dell’Architettura è la condizione odierna degli architetti.

Si procede per scarti e per “critiche”, il progetto è creativo in quanto critico, perché non ha più alcuna regola da dover rispettare. È finita la possibilità delle architetture a catalogo, così come dell’Architettura disvelatrice del logos, oggi e qui gli architetti si trovano a dover essere necessariamente progettisti, a dover volere un’architettura (sempre con la a minuscola finalmente). E tanti saluti agli “stilisti”, agli accademici, ai pensieri deboli, … Oggi non è più un’opzione pensare per progettare, è necessario, e nessuno ha più spalle coperte. Coloro i quali si ritirano autisticamente nel proprio orto artistico o tra le quattro regole della propria personale disciplina se ne assumeranno le responsabilità di fronte agli uomini che a loro chiedono risposte, e che non sono più disposti a non capirle.

  • Tutto ciò non significa non – poter – avere una morale, al contrario dover sceglierne una;
  • non significa non – poter – vivere una storia, al contrario viverla con coscienza;
  • non significa non – poter – fare una architettura, al contrario farla criticamente;
  • tutto ciò significa fare le proprie scelte tra altre possibili e non pretendere l’esclusiva della legittimità, cioè fare scelte etiche.
  • Un atteggiamento positivo ed operativo, cioè PRO-POSITIVO, è nostro dovere, come responsabilità di uomini e di ruolo.
  • Ciò significa che agiamo, in certo senso, in LIBERTÀ CONDIZIONATA. Costa fatica riconoscerci non del tutto liberi, ma il pensiero è proprio autocoscienza.

Il riconoscimento della “libertà condizionata” è il presupposto della ricerca cosciente, della ricerca che può avere esiti perché nel mondo (non “straniata” come l’avanguardia o l’accademia che, sole, possono darsi piena soddisfazione, ma fuori dal mondo). Ecco perché la ricerca è irrequieta e votata all’INSODDISFAZIONE (mai soddisfatta ma necessaria ed inevitabile), ma foriera di esiti “reali” sebbene parziali e transitori (gli unici possibili). L’insoddisfazione è il carburante che alimenta costantemente la ricerca.

Le risposte, reali, sono solo GRADI DI RINUNCIA. Possono darsi transitoriamente quando ci fermiamo “un attimo”, e quindi fermandoci o atteggiandoci a ciò, rinunciamo a proseguire (la ricerca). Non possono darsi come definitive, perché chiunque di noi può anche fermarsi più o meno “definitivamente”, ma non “il mondo” al quale appartengono le domande.

Un progetto architettonico, perciò, per me è un voluto e calibrato atto di rinuncia temporaneo. Possiamo anche ben chiamarlo RISPOSTA TRANSITORIA, ma è più profondamente un LIMITE-ATTIMO del pensiero su cui mi attesto per sviluppare poi le pratiche razionali tecnico-culturali ed esperienziali, per darlo compiuto nel reale.

 

Si sta dicendo che non si rintracciano, oggi e qui, le condizioni per sostenere UNA POESIA, UNA SCIENZA, UNA FILOSOFIA. Quando ciò per alcune civiltà è stato possibile, lo è stato dentro una storia, entro limiti di spazio e di tempo, di geografie e di culture.

Propongo che chi vuole comporre si tenga le proprie convinzioni e non ammorbi il mondo con il giudizio sprezzante su chi si affanna “solo” ad indagare quello che fa, cosa che io ritengo semplicemente doverosa. Perché c’è chi cerca di pensare il proprio operare, cioè il proprio progettare.

 

La città è il luogo della contemporaneità.

Se i problemi e le questioni che si pongono a riguardo delle città contemporanee rientrano anche nell’urbanistica, va chiarito che deve essere urbanistica di città, pro-getto urbano in senso lato, culturale, urbani-città. In definitiva, tutt’altro dall’urbanistica italiana tradizionale, quella che ancora resiste, quella che ancora produce piani fatti di nuove aree edificabili (pur detti in modo nuovo “ambiti” o altro di simile) e aree a standard (o “dotazioni territoriali” …); che ancora impone geometrie sul territorio disegnandole e  apponendole con rito iniziatico su mappe che devono “valere” almeno vent’anni!.

La presa di coscienza della “città”, pertanto, significa che essa va affrontata con creatività, non inseguendo i fenomeni ma con visioni del futuro (atteggiamento critico-creativo). Se vive, per definizione annovera tra le proprie costanti il nuovo ed il cangiante, è nell’essenza dinamica e rifiuta inesorabilmente le preordinazioni statiche (richiede immaginazione). Tutto questo non è strettamente ”programmabile”, piuttosto “immaginabile/idea-bile”, ma “intercettabile” sempre solo sulla traiettoria della complessità e della processualità. Si riconosce qui che l’essere della città è il nuovo come atteggiamento operativo, e quindi politica, verso un futuro che già solo nell’annunciarsi genera la speranza necessaria per vivere e sopportare. 

“Per poter vivere assai più che di mete precise abbiamo bisogno di una visione” (Elias Canetti).

La città sarà sempre di tutti e di nessuno, sincronicamente e diacronicamente, soprattutto perché ha appartenenza propria intrinseca, è se stessa, e solo a se stessa, in quanto città, appartiene. E solo così può essere di tutti e accogliere le pratiche di tutti.

Ne deriva che le politiche urbanistiche sulla città possono e devono essere di servizio e di governanza, non di pianificazione e di imposizione di modelli. il governo urbano è governanza in quanto metodo e datore di criteri di gestione, non pianificazione; supporto alla vitalità della città e non vincolismo – a maggior ragione, in questo,  vale il concetto di stratificazione, proprio perché la città non è di nessuno e di nessun tempo, ma vive le trasformazioni che tutti le impongono e di esse si nutre e si mantiene.

Che l’amministrazione e gli architetti pensino ad abbellirle ed a renderle più utili, non a pianificarle!; così penso. La città, se è città e non ghetto, è libera, e condizione di libertà per i suoi cives. I progetti, così, alimentano la città, i piani la mortificano. Perché “l’ordine” è sempre l’ordine di qualcuno, quindi non potrà mai essere quello di tutti.    

 

 

Eppure …

un ultimo spunto, se vogliamo contraddittorio, ma così è …

eppure …

eppure ci sono le idee e ci sono i valori.

 

Io mi dico che le idee sono valori, nel senso che se non sono valori “ideali” non sono idee, ma enunciati forse, o cos’altro non so.

Filosoficamente le idee oggi non hanno grande consenso, è vero che il pensare è una sinapsi come è anche vero che dio è natura, oppure si dica come si vuole; ma accidenti, io ho delle cose valoriali che chiamo idee.

Una cosiddetta “idea” architettonica, cioè formale, io non la chiamo idea, ma scelta, per quanto pensata importante ed impegnativa sia, non è un’idea per me. Sarà un mio ordine mentale, ma così penso. Questa scelta, sempre difficile dicevo, lo è in quanto fa parte del contesto sociale, impegna uomini con uomini, e non solo, fa parte del MONDO e delle sue pratiche, etc …; ma non è un’idea.

Una mia idea sull’architettura invece è che questa pratica ha valore civile, non sociale si badi bene, ha valore culturale e persino antropologico.

Questa per me è un’idea perché quando la penso operativa la penso IDEALE, cioè valoriale. Nel senso di ideale cui rapportarsi. In questo senso questa “cosa” è al di là ed al di qua delle pratiche, semmai ne è il contesto, mio delle mie pratiche. Ed infatti non è sociale l’ideale (valoriale), non capisco come si possa sostenere l’ideale sociale, ancora non ci arrivo; io non vedo che gli ideali di ciascuno di noi, salvo sostituire un gregge ammansito decerebrato votato all’ideale unico (comunista, fascista, etc …) alle singole coscienze, che possono anche unirsi e pensare assieme, ma ciascuno pensa. Non credo che un gruppo pensi come gruppo!. Il contesto sociale riformula e rimodella costantemente le mie idee ideali, le riqualifica e le tiene vive, ma esse sono le mie idee, se ne ho.

Insomma: l’uomo è certamente un essere relazionale e convenzionale (sta tra gli uomini nel mondo, non esiste “l’uomo” cioè, o i”il superuomo”, ma gli uomini tra gli uomini fanno l’uomo), immerso nelle pratiche di vita del mondo; ma è pur sempre anche un essere ideale, chiamiamola anima o come vogliamo, ma sentiamo questa cosa oltre … Ed è un gran disturbo per noi, non ci lascia mai sereni, … bruti non fummo …, letteralmente “ci da pensiero”.

C’è una soglia, un limite, ma nel senso spaziale ampio ed aperto, tra sociale ed ideale, qui sosta l’uomo. L’uomo, anzi, si muove, ma all’interno di questo spazio-soglia tra due concetti. Sociale ed ideale non sono “cose”, eppure sono, “qualcosa”, forse concetti, forse categorie del pensiero, ma non importa come li definiamo, perché li “sentiamo” esser-ci. Stando lì in quello “spazio di mezzo” l’uomo ne fa esperienza, ma da di fuori, ed infatti ne parliamo come di altro da noi: l’uomo sociale ha cognizione della coscienza come l’uomo ideale singolo ha cognizione del sociale, gli uomini hanno cognizione di essere uomini singoli tra tanti singoli uomini che fanno l’uomo.

 

Tra uomini ci si relaziona attraverso convenzioni nel mondo sociale ed attraverso la comprensione nel mondo ideale. Certo è più difficile, infatti, nel secondo caso, perché comprensione è ben più di informazione e di comunicazione, anzi è semmai alla fine della filiera. Ma se le informazioni viaggiano e c’è la comunicazione, delle informazioni, perché riusciamo a leggerle o a farle leggere, non è scontato che ci sia “comprensione”. Questa può esserci solo se comprendo l’altro, e lo comprendo se sono orientato in tal senso, e dunque se ho le idee (valoriali) che me lo consentono. Le idee ci orientano, ed infatti le informazioni che non riusciamo ad elaborare in comprensione ci disorientano, non le capiamo. Secondo l’orientamento ideale di ciascuno di noi, pur dentro al sociale, comprendiamo alcune informazioni e comunicazioni e non altre.

Dunque, non è affatto vero che “è impossibile non comunicare per l’uomo” (chi l’ha detto?; Steve Jobs?), è impossibile non provarci, ma in quanto a riuscirci davvero … se per “vera” comunicazione intendiamo al fine la comprensione del comunicato. Gli uomini parlano scrivono gesticolano progettano … ascoltano leggono guardano vivono, mandano e ricevono messaggi ed informazioni in continuo, ma in quanto a comprendersi …

Gli ideali, infatti, uniscono e dividono, ora e sempre.

Esercitiamo le nostre volontà nelle pratiche, anche in quelle comunicative e sociali, ma non sugli ideali, che restano a-priori, si, così è, nell’esperienza.

 

Caro LPP, il manifesto è ideale (sostiene dei valori), che sono i nostri, tuoi e miei e di tanti altri, ma non di tutti.

 

Dico una cosa sconsiderata: non sosteniamo che vi debbano essere punti di vista migliori di altri da perseguire, perseguiamo i nostri; traduco:

sostengo le dodici tesi ma le relativizzo, e tanto più mi convincono quanto più riconosco che sono le mie, diverse da quelle di altri, tanto le sostengo quanto so che sono parte di un ideale di alcuni e non di tutti, tanto valgono (hanno valore, sono valori) quanto più riconosco che ve ne possono essere altri e diversi, che io “non comprendo” letteralmente, e quindi non posso considerare al pari dei miei. Io sono convinto di queste cose e non comprendo perché non lo siamo tutti, ma così è, e dunque lotto per il mio mondo ideale (di ideali) perché per me è vitale.

 

Il manifesto, di nuovo, vuole esprimere alcune nostre idee (valori), ben venga, ma forse lo avremo scritto sempre e solo per noi che lo comprendiamo, direi che è una tautologia. Ma questo è il suo grande valore e motivo del mio incondizionato sostegno.

ll grande valore è che queste tesi sono valori nei quali ci riconosciamo.

 

gb

 

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