presS/Tletter
 

presS/Tletter n.01-2013

redazione 16/01/2013 Journals, presS/Tletter Nessun commento

Strana la critica (?) di architettura – Torsioni empatiche della globalizzazione – Barlumi di felicità – Italiani di domani – Lezione De Stijl – Greenroad  – Il museo contemporaneo. Storie esperienze, competenze – La casa abusiva – Casabella 1996-2012 – Il Museo Contemporaneo

 

per inviare mail alla rubrica LETTERE usare: l.prestinenza@gmail.com

per cancellarsi mandare una mail all’indirizzo: news-unsubscribe@presstletter.com
per iscriversi mandare una mail all’indirizzo: news-subscribe@presstletter.com
 
 

ESERCIZI DI ERMENEUTICA di Marcello del Campo 

Acronimi in libertà

Godo Recensendo Esecrando e Giudicando Osceni Tutti i Talenti Italiani

 

IN EVIDENZA

- L’OPINIONE: Strana la critica (?) di architettura

- IMPREVISTI E PROBABILITA’: di Alessandra Muntoni: Torsioni empatiche della globalizzazione

- AIAC TUBE: Archi Live – Puntata 10

- ALTROchéARCHITETTURA: Maria Clara Ghia ci parla di: Barlumi di felicità

- INCONTRI DELLA SETTIMANA: News di Elisabetta Fragalà

- RESTAURO TIMIDO: Marco Ermentini ci parla di: Italiani di domani

- LA STORIA DELL’ARCHITETTURA: L’architettura del 1900 raccontata da LPP: 3. 1.10 Lezione De Stijl

- AFORISMI RISTRUTTURATI: Diego Lama produce ed aggiusta aforismi per il pubblico di presS/Tletter…

- INTERMEZZO: Edoardo Alamaro ci parla di: Greenroad

- RECENSIONI, COMMENTI, SUGGERIMENTI : Giulia Mura recensisce: Il museo contemporaneo. Storie esperienze, competenze

- IDEE: Christian De Iuliis: La casa abusiva

- SGRUNT: Marco Maria Sambo: Casabella 1996-2012

- CONTRO-ARCHITETTURA: Massimo Locci: Il Museo Contemporaneo

 

L’OPINIONE 

Strana la critica (?) di architettura

Strana la critica (?) di architettura. Sul Corsera c’è un articolo di Vittorio Gregotti che loda Rafael Moneo. A illustrare l’articolo uno dei suoi peggiori edifici: Nostra Signora degli Angeli a Los Angeles. Il titolo del pezzo di Gregotti? “Contro l’architettura effimera. Riscopriamo l’idea di durata e luogo”. Ebbene se c’è un’opera che non ha niente a che vedere con Los Angeles è proprio la disgustosa scatola di Moneo. Questa si architettura effimera, perchè sradicata e senza senso, destinata ad essere dimenticata in un attimo ma falsa da far finta di durare per l’eternità. Eppure a pochi passi c’è un capolavoro di Gehry, la Disney Concert Hall, che dialoga con la storia di Los Angeles e che risponde perfettamente alla propria funzione. Mi chiedo se i professori che parlano di architettura siano in grado di leggerla (LPP)

 

IMPREVISTI E PROBABILITA’ di Alessandra Muntoni 

Torsioni empatiche della globalizzazione

Immagini legate da analogie insospettate esistono agli antipodi dei luoghi. Per prendere a prestito un termine scientifico usato per il trasporto dei fotoni, l’entanglement, si potrebbe definire questo fenomeno come la possibilità di duplicare a distanza una immagine senza riprodurla identicamente, ma ammettendo una distorsione, oppure un disturbo di misurazione, dato che l’esattezza è di fatto impossibile (prendo a prestito questa definizione da Brian Greene, La trama del cosmo, spazio, tempo, realtà, 2004). Questo fenomeno m’interessa perché esclude la copia e supera il concetto più tradizionale di ‘traslazione delle forme’, già di per sé di grande interesse, ma in fondo implicita nell’eclettismo. Potremmo così ammettere l’esistenza di una entangled city: punti lontanissimi che interagiscono a distanza per imprevedibili legami. Ecco alcuni esempi. 

«Domus» ha pubblicato nel n. 963 dello scorso novembre, la Absolute Tower di DAN Architects (più di cinquanta piani di abitazioni) appena realizzata a Missisauga, sobborgo di Toronto. Mattew Allen la definisce an emphathetic twist. La pianta è una semplice ellisse che però, ruotando su se stessa, determina una figura curiosa e instabile perché si deforma continuamente. Considerando poi che le torri sono due, di diversa altezza e di diverso orientamento, il risultato è doppiamente sconcertante, seppure geometricamente ineccepibile. Ulteriore curiosità è data dal fatto che sia stato uno studio di architettura cinese a costruire in Canadà, che tuttavia è terra estremamente accogliente alle genti immigrate. Una intrigante relazione  inter-etnica, della quale per il momento ci sfuggono i riferimenti simbolici.   

Torna ovviamente in mente la Torre dei Ristoranti di Mario Ridolfi (1928), la cui instabilità è tuttavia più armonica perché basata sulla rotazione di un cerchio. In realtà, nella divertente interpretazione dell’autore, si tratta di una pila di piatti sorretta da un cameriere equilibrista alla Charlie Chaplin. La simbologia sembrerebbe dunque più diretta, se non fosse deviata altrove dal ricordo della barocca colonna tortile, oppure dall’amore astratto per una geometria creativa. 

Siamo dunque nel territorio oggi molto frequentato delle revolving towers, nel quale regna Vladimir Tatlin con il suo Monumento alla Terza Internazionale (1920). Ricordiamo che dentro la struttura a doppia spirale di acciaio ruotavano i giganteschi corpi vitrei dei tre poteri del proletariato. Victor Sklowski, guardandone il plastico, dichiarò che finalmente l’età del ferro aveva la sua arte e che il monumento era fatto di ferro, di vetro e di rivoluzione. 

Ma torniamo a tempi più recenti. Nel 2001 lo studio Actar-Architettura di Barcellona, in collaborazione con Ove Arup, immagina una torre per le telecomunicazioni soprannominata Tornado Tower («Metamorfosi, Q.d.A.», n. 54, maggio-giugno 2005). Eterea nei suoi tralicci che ammettono continui ampliamenti, morbida ed evanescente come l’aria, essa spinge in alto le antenne di captazione delle onde radio con un avvolgente movimento centrifugo. La simbologia di sintesi tra architettura e natura è fin troppo evidente. 

La più bella torre per alloggi legata a questo tipo di suggestioni resta, però, quella di Oscar Niemeyer, cui va il pensiero sconcertato da una scomparsa di chi per noi esisteva da sempre. A Belo Horizonte (1955), nella piazza della Libertà, l’edificio ondivago dalla pianta a forma di nuvola, si alza come una fontana scintillante racchiudendo in sé magnifici spazi di vita che si espandono tutt’intorno nell’inesauribile paesaggio brasiliano, a sua volta calamitato e percepito negli interni. 

Tutte queste opere e progetti realizzano una sorta di rotazione dello spazio-tempo, impigliandosi a vicenda in una immaginaria entangled city mondiale. La stessa lingua, dunque, ‘ci parla’, anzi siamo parlati dalla stessa lingua, come amava ripeterci Bruno Zevi. Potremmo diffidarne, ma potremmo viceversa sentircene rassicurati, perché prelude a un linguaggio che va generalizzandosi.

 

AIAC TUBE

http://www.youtube.com/user/architetturaecritica 

http://vimeo.com/architetturaecritica

 

Archi Live – Puntata 10 

–AiacTube raddoppia e sbarca anche su Vimeo. Oltre al Canale YouTube (http://www.youtube.com/user/architetturaecritica) l’Associazione Italiana di Architettura e Critica ha aperto un secondo Canale Video per diffondere le proprie idee e le proprie iniziative: http://vimeo.com/architetturaecritica

Per cominciare vi segnaliamo, su Vimeo, la puntata numero 10 di “Archi Live – Architettura dal vivo”, il Format a cura dell’AIAC e del Laboratorio presS/Tfactory realizzato per “Ceramicanda”, Canale 813 di Sky Italia. 

Sommario: Video-Editoriale di Luigi Prestinenza Puglisi, ArchiBar con Nicolò Lewanski e Antonio Visceglia sulla Stazione Tiburtina di ABDR a Roma, Diego Barbarelli e Ilenia Pizzico sui giovani architetti italiani di talento, un video dei Monovolume realizzato per il nostro Format,Anna Baldinicon le news dell’Associazione Italiana di Architettura e Critica, un filmato di Architrend, Giulia Mura con i libri consigliati dal Laboratorio presS/Tfactory, le ArchiVignette di Roberto Malfatti e il commento Fuori Tema di Marco Maria Sambo. 

Ecco l’indirizzo della puntata 10, buona visione:

http://vimeo.com/55115992

 

–Continuate in ogni caso a seguirci anche sul nostro Canale YouTube, unitevi ai nostri 820 iscritti, segnalateci i vostri filmati. Sulla home page troverete una nuova Playlist, “The Best Of”, con filmati ed eventi significativi di questi primi tre anni di vita dell’Associazione Italiana di Architettura e Critica: http://www.youtube.com/user/architetturaecritica

 

ALTROchéARCHITETTURA di Maria Clara Ghia 

Barlumi di felicità

Quando mi sono iscritta ad architettura ho trovato nella libreria di mio padre The work of Oscar Niemeyer di Stamo Papadaki, pubblicato nel 1950. Evidentemente lo aveva comprato a sua volta durante i suoi studi di ingegneria, affascinato da un uso tanto seducente del calcestruzzo armato. Mio padre mi perdonerà perché confesso ora di averglielo soffiato: é diventato ufficialmente il primo libro della mia biblioteca di studente universitario.

Nelle prime pagine c’é una foto di Niemeyer giovane e pensieroso davanti a un foglio bianco e accanto un suo testo, firmato a mano: 

The artist today is no longer the “misunderstood genius” of the past century. He is a normal being who looks staight at life and at his fellow men, thoroughly aware of the problems of a contemporary society from which he had previously so completely disengaged himself. His work now acquires a truly human significance. He knows that his art is only a complement to more fundamental issues, and this is – however strange it may seem – the source of his creative strength. 

Niemeyer concludeva il testo scrivendo che avrebbe voluto trovarsi nella posizione di mostrare un risultato più realistico: un tipo di lavoro che potesse riflettere non solo raffinatezza e comfort ma anche una positiva collaborazione fra l’architetto e l’intera società. Niemeyer giovane non ne era consapevole, ma la sua architettura quel risultato l’avrebbe raggiunto.

Poi, oggi, una mia amica mi ha fatto ascoltare il discorso del Presidente dell’Uruguay Josè “Pepe” Mujica del giugno scorso alla Conferenza Rio+20. Rio chiaramente sta per Rio de Janeiro: “Oscar, tu hai le montagne di Rio negli occhi”, diceva Le Corbusier a Niemeyer. Che questi due eventi abbiano fatto cortocircuito nella mia testa è facilmente comprensibile.

La sfida che abbiamo davanti è di portata colossale. E la grande crisi non è ecologica: è politica. L’uomo non governa oggi le forze che ha scatenato. Le forze che ha scatenato governano lui. E la vita? Non veniamo al mondo per svilupparci in termini generali, veniamo alla vita cercando di essere felici. 

Pepe Mujica non spiega proprio nulla di rivoluzionario. Non racconta proprio nulla di nuovo. Semplicemente descrive l’esistenza comune: si lavora lavora e lavora, si comprano cose e se ci si riesce si comprano case, si pagano rate, mutui, tasse. Si paga l’Imu entro il 17 dicembre. È il mercato che ci governa. Ma è questo davvero il destino della vita umana?

Lo sviluppo, insiste Mujica, non può essere contro la felicità, deve essere a favore della terra, dell’amore, delle relazioni umane. Del prendersi cura dei figli, dell’avere amici, del tenere in considerazione i nostri desideri e bisogni elementari. Quando lottiamo per l’ambiente, conclude, il primo elemento dell’ambiente si chiama: felicità umana.

Discorso di una semplicità tale da non richiedere la chiamata in causa di elaborate teorie filosofiche, possiamo lasciar stare Hans Jonas e il suo Principio Responsabilità, Ernst Bloch (decisamente più simpatico del primo) e il suo Principio Speranza, e anche tutto il dibattito attuale sullo Sviluppo Sostenibile. Eppure, les choses simplex sont difficiles à expliquer, diceva Matisse. Sont difficiles à faire aussi, a quanto pare.

Riguardo ora gli schizzi di Niemeyer: sono disegnati uomini in bicicletta, donne sedute a leggere, altri uomini stesi a prendere il sole. Una coppia si affaccia al balcone degli appartamenti dell’Aeronautical Training Center, degli amici passeggiano sotto il Monumento per Ruy Barboza, nella casa Tremaine a Santa Barbara c’è una bella donna in costume seduta sul trampolino della piscina con i piedi a mollo, e pure i signori che vanno in barca nel plastico del Circolo Nautico sul Lago Rodrigo de Freitas sembrano tutt’altro che infelici.

Niemeyer ci ha dimostrato che l’architettura è assolutamente in grado non solo di rispondere, ma di contribuire come forza propulsiva, vitale, per questo cambiamento. Di scovare per l’uomo le questioni fondamentali, di indicare possibili soluzioni.  Di andare alla ricerca di modi per avverare barlumi di felicità.

 

INCONTRI DELLA SETTIMANA a cura di Elisabetta Fragalà 

Prossima fermata: Cinema America mostra e dibattito a Roma

Chiudono, vengono abbandonate, trasformate radicalmente: le sale cinematografiche, una volta luoghi importanti della vita sociale e dell’economia della città, rischiano di scomparire definitivamente.

Per  usare una espressione di Renato Nicolini, pochi sono stati i casi di recupero, che pur nell’esigenza di dare una nuova funzionalità a questi grandi contenitori, hanno mantenuto ancora i caratteri originari.         La valorizzazione fondiaria con la sua spietata logica speculativa demolisce a picconate testimonianze architettoniche ed artistiche di grande pregio, cancella la memoria collettiva ed impoverisce la vita culturale dei rioni e dei quartieri, nonostante la resistenza attiva dei cittadini. Ma c’è chi non resta a guardare: occupate dai cittadini, le sale cinematografiche riprendono una nuova vita. Ultimo è il caso del Cinema America nel rione Trastevere, restituito alla città dopo anni di abbandono ed incuria. Oggi ancora una volta punto di arrivo ma anche di partenza verso prossime tappe e nuovi spazi di discontinuità urbana.

Mostra sul Cinema America (opera di Angelo Di Castro) e incontro dibattito con: Paolo Berdini,  Anna Maria Cesarini Sforza,  Maria Rita Interi,   Alessandra Muntoni,  Giorgio Muratore e con Elio Germano.

www.americaoccupato.org

venerdì 18 gennaio 2013, ore 18:00, Cinema America Occupato, via Natale del Grande 6, Roma.

 

Notte bianca dell’architettura a Monaco di Baviera.

Circa quaranta  edifici a Monaco di Baviera e dintorni apriranno le proprie porte per regalare scorci suggestivi al pubblico. Oraganizzato da BAU http://www.bau-muenchen.com.

venerdì 18 gennaio 2013, Monaco di Baviera.

 

Luoghi dell’Arte convegno a Alzano Lombardo (BG)

Convegno sul riuso delle aree produttive dismesse organizzato dal Gruppo di lavoro OAB Cultura.

Il convegno vuole porre al centro del dibattito un tema di primaria importanza. Le aree produttive dismesse sono infatti sempre più numerose nei contesti urbani odierni, destinate ad accogliere, per compatibilità e reciproche valorizzazioni, musei di arte contemporanea. L’esigenza di questa riflessione nasce in un momento particolare per la città di Bergamo, candidata a Capitale europea della cultura 2019 e, contemporaneamente, al centro di ipotesi di ricollocazione della nuova sede di una delle sue più importanti istituzioni d’arte.

Verranno presentati per l’occasione, progetti realizzati in contesti internazionali che, attraverso l’applicazione di metodi concorsuali e/o di procedure partecipate, hanno saputo rappresentare esempi virtuosi in grado di valorizzare rilevanti interessi pubblici con altrettanto significativi interessi privati.

sabato 19 gennaio 2013 Fabbrica Seriana Energia ad Alzano Lombardo (BG)

 

NOW! Design à Vivre 2013. Fiera internazionale dedicata alle nuove tendenze del design a Paris.

NOW! Design à Vivre 2013 is a selective and international home design exhibition that tracks down innovation, creates areas where people can meet and find out all that is going on, a crossroads event reflecting current trends, showcasing the new design generation.  LIVING DESIGN!

The new generation of designers is playing with forms and mixing styles with talent and inventiveness.Producers and editors of objects and furniture, designers who combine functionality, design and technology – all want to make our daily lives easier, more beautiful and uncomplicated. Responding to our desire to live better, they all strive to preserve the environment by adopting an ecological approach with “Made in Europe” production. Once again this year, now! design à vivre welcomes over 200 exhibitors for whom innovation is always in style, with a vintage trend that can be seen in furniture pieces by Anouchka Potdevin or, at the heart of the new Tech now! space, Elipson’s re-editions of stereo systems from the ’70s.

dal 18/01/2013 al 22/01/2013 PARIS NORD VILLEPINTE BP 95970 ROISSY CEDEX ROISSY (FRANCIA) .

 

L’evoluzione dei punti vendita tra mercato innovazione e design a  Rimini

La trasformazione del mercato, i nuovi stili di vita e di consumo e l’innovazione guidata dal design svolgono un ruolo fondamentale di stimolo nell’evoluzione dei punti vendita per il Food e dei Locali Pizzeria, che chiedono ed esprimono nuovi format di vendita e nuove proposte commerciali. Questi temi saranno affrontati anche a SIGEP 2013 – Salone Internazionale Gelateria, Pasticceria e Panificazione Artigianali, la manifestazione leader di Rimini Fiera (19-23 gennaio 2013) che ospiterà la tavola rotonda “L’evoluzione dei punti vendita tra mercato innovazione e design” dedicata all’evoluzione delle tendenze nei settori del Food Retail  e dei locali pizzeria, organizzata da POLI.design – Consorzio del Politecnico di Milano.

domenica 20 gennaio 2013, SALA TIGLIO 1 (PAD.A6) RIMINI FIERA.

 

Congresso Internazionale di Klimahouse 2013 a Bolzano

Fiera internazionale specializzata per l’efficienza energetica e la sostenibilità in edilizia, creata in ambiente digitale per rappresentare l’anima innovatrice di questa manifestazione fieristica “Il comfort abitativo incontra la sostenibilità” e “Materiali e tecnologie del futuro”, questi i macro temi al centro del Congresso internazionale di Klimahouse 2013. info@fierabolzano.it

dal 24/01/2013 al 27/01/2013 Fiera Bolzano Spa Piazza Fiera 1, I – 39100 Bolzano

 

RESTAURO TIMIDO  di Marco Ermentini 

Italiani di domani

Talento, tenacia, tempismo, tolleranza, totem, tenerezza, terra, testa sono le otto chiavi per aprire le porte del futuro alle nuove generazioni nel libro di Beppe Severgnini. Un messaggio di fiducia in un Italia depressa, stordita e buia da una generazione, i nati nel 1956, che ha molto fallito ma che vuole cercare di rimediare. Può essere di una qualche utilità anche per i giovani architetti? Credo proprio di si. I nuovi progettisti non sono pesantemente condizionati dalle ingombranti ideologie passate e hanno finalmente la possibilità di svincolarsi dai concetti obsoleti di originalità e di creazione.   Certo forse viviamo in un epoca senza precedenti ma valgono  sempre queste limpide parole di Gio Ponti: ” agli allievi delle Facoltà dagli occhi lucenti d’intelligenza, dall’animo incontaminato preso da quell’impegno di perfezione che di generazione in generazione salva il mondo.”

 

LA STORIA DELL’ARCHITETTURA di LPP 

3. 1.10 Lezione De Stijl

Dotato di energia e curiosità instancabili, Theo van Doesburg è presente nel maggio del 1922 al Congresso internazionale degli artisti che si svolge a Düsseldorf, organizzato da El Lissitskij, nel quale viene lanciata la Fazione Internazionale dei Costruttivisti

È tra i promotori del successivo convegno, che si svolge a Weimar nell’autunno, in cui scoppia uno scontro tra costruttivisti e dadaisti e dove, invece di parteggiare per i primi, come ci si sarebbe aspettato da un esponente De Stijl, perora la causa Dada. 

Sempre nel 1922 fonda la rivista “Mécano”. Direttore I.K. Bonset, grafica di Theo van Doesburg. Escono quattro numeri. Poi, con Schwitters, Hausmann, Harp e Tzara organizza una campagna dada in Germania che tocca le città di Weimar, Jena, Dresda e Hannover. Van Doesburg, la moglie e Schwitters proseguono il giro in Olanda (vi abbiamo già accennato in un paragrafo precedente).

Nel 1923 escono cinque numeri della rivista “De Stijl”: i testi sono in prevalenza a firma van Doesburg, Bonset e Aldo Camini (quest’ultimo, lo ricordiamo, è il suo pseudonimo futurista). 

Scrive nel 1923 un opuscolo dal titolo Wat is Dada???, “Cosa è dada???”, in cui afferma che il dadaismo è un modo di vedere la vita, di mettersi sempre in discussione, non è uno stile. Collabora con la rivista “G – Material zur elementaren Gestaltung”, “G – Materiali per una formazione elementare”, curata dagli amici Werner Gräff, Hans Richter ed El Lissitskij e finanziata da Mies van der Rohe

Nel 1922 conosce Cornelis van Eesteren che, su consiglio di Behne, si è recato a fargli visita a Weimar. I due si rivedono nel marzo del 1923. Van Doesburg, cui è offerta da Léonce Rosemberg l’occasione di organizzare una mostra a Parigi, decide di presentarvi opere di architetti vicini alla poetica De Stijl, quali Oud, Mies, Kiesler, Rietveld, Huszár, Zwart. Vuole esporre anche i propri progetti e intuisce che può metterli a punto con van Eesteren, il quale è in grado di garantirgli professionalità e conoscenze tecniche che a lui, critico e pittore, mancano. 

La mostra si svolge alla galleria L’Effort Moderne dal 15 ottobre al 15 novembre. I tre lavori presentati dal duo sono il progetto per la residenza di Léonce Rosemberg, per una maison particulière e per una casa d’artista. Nonostante una superficiale somiglianza stilistica, sono tre costruzioni concettualmente diverse tra loro, a significare che il credo De Stijl non può essere ridotto a una formula. La prima è una sequenza dinamica di volumi nello spazio, una struttura giocata sulle concatenazioni, ritmata delle ampie bucature che ne esaltano i valori chiaroscurali. La maison particulière è una costruzione spaziale risultante dall’assemblaggio libero di piani colorati. La casa d’artista è generata dal montaggio di volumi suddivisi in piani colorati, ma tenuti ancora insieme da cornici che li delimitano. Riassumendo: la casa Rosemberg affronta il tema del volume, la maison la trasformazione dal piano al volume, la casa d’artista la trasformazione inversa dal volume al piano. 

Giovanni Fanelli, in una monografia su De Stijl, rintraccia le fonti alle quali probabilmente van Doesburg e van Esteren hanno attinto. Sono: i progetti di Rietveld, in particolare la gioielleria GZC; i lavori di van Doesburg a Weimar; i Proun di Malevic e El Lissitskij; i progetti di van Leusden e le case in laterizio e in cemento armato di Mies van der Rohe. Il risultato è però originale. Van Doesburg scrive nel 1927 sul numero di “De Stijl” per il decennale: “per quel che concerne l’architettura si può parlare di un’architettura fino al e dopo il 1923”. Visitano la mostra di Parigi, restandone impressionati, Le Corbusier, Léger, Mallet-Stevens e numerosi giovani architetti. La mostra deve avere fornito non poche indicazioni anche a Rietveld, che nel 1924 realizza a Utrecht una costruzione sulla Prins-Hendriklaan: è Casa Schröder, il capolavoro dell’architettura neoplastica. 

All’esterno la Casa Schröder appare come una costruzione scomposta in piani che, a differenza delle precedenti opere di van Doesburg, sono superfici effettive, lastre bidimensionali e non semplici campiture di colore sovrapposte all’involucro murario (vi sono eccezioni, come lo spigolo sulla sinistra di chi guarda il prospetto principale, che è risolto con un artificio cromatico). 

Si noti in proposito la finestra d’angolo che smaterializza il volume e il fatto che la composizione sia retta dall’equilibrio asimmetrico tra le pensiline, proiettate sull’orizzontale, e tra i piani verticali quali il parapetto chiuso del balcone. All’interno, pannelli mobili e colorati articolano lo spazio. Al piano superiore garantiscono una fruizione differenziata di giorno, quando l’ambiente diventa unico, e di notte, quando lo spazio è suddiviso in stanze da letto per i componenti del nucleo familiare. 

Nel 1924 nasce il periodico “Het Bouwbedrift”. Tra i redattori è Wils. Van Doesburg vi collabora scrivendo, tra il 1924 e il 1931, cinquantuno articoli. Costituiscono – è stato notato – un abbozzo di storia dell’architettura contemporanea in Europa.

A partire dal 1924, fissa in 16 punti, poi ampliati a 17, i principi della nuova architettura. Sono: la forma concepita a posteriori e non data a priori; l’amore per i principi elementari quali luce, funzione, volume, tempo, spazio e colore; l’economia dei mezzi, il disprezzo per lo spreco; la funzionalità; l’accettazione dell’informe in cui riversare gli spazi funzionali; il rifiuto del monumentale a favore della leggerezza e trasparenza; il superamento della finestra intesa come buco nel muro; la pianta aperta e la fine del dualismo tra interno ed esterno; l’apertura, invece che la chiusura, con suddivisioni fatte grazie all’aiuto di matematiche non euclidee e del calcolo quadridimensionale; l’integrazione di spazio e tempo, cioè lo spazio animato; la plasticità della dimensione spaziotemporale; la componente antigravitazionale, la propensione per ciò che è aereo e si libra nell’aria; la soppressione della monotonia iterativa della simmetria e il rapporto equilibrato di parti diverse dove non si distingue l’alto dal basso, la destra dalla sinistra; la plasticità poliedrica spaziotemporale; l’assunzione organica del colore all’interno della costruzione; l’antidecorativismo; la convergenza di tutte le arti plastiche.

 

AFORISMI RISTRUTTURATI di Diego Lama 

Se progetti quel che non devi, realizzi quel che non vuoi

 Il sole illumina in egual misura sia l’edificio bello che quello brutto 

Quando il progetto è nel buio nero, l’alba è vicina 

Chi sa costruisce, chi non sa critica 

Il grattacielo più alto incomincia sempre con un buco nel terreno

 

INTERMEZZO di Edoardo Alamaro 

Greenroad

L’Ilva di Taranto dal finestrino della corriera che mi porta a Grottaglie è veramente suggestiva. Erano le quattro del pomeriggio e il rosso ruggine dell’acciaio al tramonto strutturale si combinava perfettamente col blu intenso del cielo speranzoso di domani. Mix ben riuscito, caropittore!!

Le altissime ciminiere del mostro industriale mandavano su, brum-brum, dei rotondi nuvoloni neri. A ritmo continuo sbruffante e lostofante. Spettacolo bellissimo, assoluto, potente, maschile, futurista, brum, brum. E ancora brumm!!!

O no, mi correggo: bisogna andare ancora più indietro nel tempo: le mie sono pennellate ‘e PresS/T simili a quelle delle impressioni del viaggio progressista nella campagna inglese a fine ‘700. Sto in un acquerello di Turner, che cosa sublime! Ma Dickens stava già dietro la porta dell’inferno, … e una freccia acuminata stradale dll’Anas mi indica spietata la direzione: “Tamburi-cimitero”. Questa associazione mi rovina il quadro d’InTurner tarantellato, che disdetta. 

Vorrei dire all’autista: “Scusate buon uomo, mi fate scendere?, possiamo fare una pausa edilizia nel viaggio green? … giusto il tempo per vedere dal vivo e dal morto la qualità socio-progettuale del quartiere che il ministro competente vorrebbe rottamare. Così, tanto per scrivere un Intermezzo rapido e poi ripartire ….” No, non si può?? E allora proseguiamo, andiamo oltre, a una ventina di chilometri da Taranto, a Grottaglie. Esattamente nel teatro dell’ex Istituto d’arte (oggi declassato a generico Liceo Artistico) dove il locale GAL (Gruppo  Azione Locale) con un convegno specifico rilancia la sua proposta green alla quale lavora da tempo.

E’ la greenroad, la strada del futuro, che al momento non entra in rotta di collisione con le tumorali prospettive industriali dell’Ilva, ma di fatto indica un’altra via. La via di David contro Golia: che Dio li assista. 

E ci credono, quelli del Gal nel pollaio dell’area attorno all’Ilva di Taranto tumorale. “Un’altra provincia di Taranto è possibile, tutta verde e rosa, forse arancione!”, ha affermato speranzoso all’inizio del convegno il sindaco ospitante Alabrese. E su questo obiettivo il Gal colline joniche tenta di formare rete e nuovi quadri d’impresa, microaziende di giovani, nuovo artigianato diffuso. In un contesto certamente non facile ma dove la difficoltà è vissuta come uno stimolo; l’ostacolo come una opportunità per crescere, per spremere le meningi e trovare soluzioni inedite al conflitto in corso.

Soluzioni da trovare in tempi brevi, con idee partecipate in poche parole essenziali. Perché, come dice emblematicamente don Cosimo, l’anziano parroco del luogo, cultore del dialetto locale come strategia letteraria: “è bravo chi la fa breve, e la fa breve solo chi è bravo!!”. (Don Cosimo, oltre la Bibbia, legge certamente le “Opinioni” di Lpp che, si sa, ha idee brevi e ficcanti, nda). 

Insomma, mentre il mostro di Taranto pare rantolare, colpito a morte dal fuoco incrociato e da non poca parte dell’opinione pubblica, quelli del Gal colline joniche puntano su una economia verde, fattibile e non fottibile; fatta di uno strano mix di “indietro tutta e avanti rapidamente”. Fatta (e non fotti) di artigiani del turismo e del tempo libero; di antiche masserie consorziate e di prodotti tipici; “di territorio rurale antico rivisto in chiave innovativa, (come quello della cultura delle foglie di vite fresche e/o in salamoia, una assoluta novità applicativa e commerciale della zona)”, come ricordato da Antonio Prota, presidente del Gal. Nonché fornire progetti di servizi a sostegno della popolazione tardoindustriale sofferente, specie giovanile e a quella postindustriale nascente (pregevole in questo senso il lavoro dei Gesuiti a via Carlo Marx, nda). 

La prospettiva green, anche di lavoro d’architettura, posta in questo quadro sociale d’insieme, pare quella tranquilla e molto realistica della tutela del territorio dato, agricolo-produttivo; del restauro e della valorizzazione dei segni storici del luogo, anche dialettali (in questo senso è la richiesta, già ben avviata da tempo da Oronzo Patronelli, consigliere Gal, del riconoscimento Unesco dell’area grottagliese, materiale e immateriale). Nonché l’innesto di modica quantità d’innovazione compatibile con l’ambiente e il prodotto tipico consolidato, anche se in caduta libera (in primis, la nobile ceramica d’arte della tipologia d’uso “rustica e paesana”, della quale Grottaglie è stata leader popolare folclorica, ma talvolta amara e comica ironia sulla condizione umana).

Insomma, non è una novità: “il futuro ha un cuore antico”…. E la verità sta nel mezzo … (e si sa che il fine green giustifica il mezzo, di cui sopra). Da qui “il centrismo” dello slogan, in questo convegno più volte ricordato: “innovazione nella tradizione”. Slogan moderato e per molti versi cerchiobottista, che però al momento pare l’unico disponibile: una scatola (vuota) da riempire di nuovi contenuti vendibili. Altrimenti il rischio (ne ho visto tante …) è di fare il Gal ncopp’ ‘a munnezza delle macerie d’idee passate. E, passati “i sostegni” pubblici e gli entusiasmi politici-culturali, si generano sole altre macerie.

Non pare questo il caso. E’ proprio per questo motivo che, ad esempio, a sostegno pratico di tutto ciò, leggo: “il Gal Colline Joniche, con l’attivazione della Misura312, haconfezionato tre bandi per finanziamenti ad aziende non agricole che siano insediate negli undici Comuni aderenti ovvero: Carosino, Crispiano, Faggiano, Grottaglie, Monteiasi, Montemesola, Monteparano, Pulsano, Roccaforzata, San Giorgio Jonico e Statte. I finanziamenti disponibili sono di circa 600.000 euro per ogni azione, con il 50% a carico del proponente del progetto (che non potrà superare i 40.000 euro) al quale potrà essere riconosciuto un contributo pubblico fino a 20.000 euro.”

Non è molto, ma – come dicevano nel maggio francese-: “Ce n’est qu’un début“ (di finanziamento). Sperando che non rimanga, dicevo, solo un debutto. E che le idee e le immagini del convegno acquistino “nuovo peso” sociale. E soprattutto nuovo “peso ceramico” nel sociale. Perché “il difetto” può stare nel manico: nella troppa arte e poca industriosità. Troppe idee (da verificare) e nessun commercio di “nuovo rusticano” che matura all’interno di una poetica.   

Non poca parte del convegno è stata infatti dedicata a questo punto  centrale dell’impresa ceramica nell’urbano d’oggi. Al fine di dare spessore e sostanza culturale a una idea: fare a breve di Grottaglie un cantiere attuale di sperimentazione per l’architettura-ceramica. O della ceramica nell’architettura possibile e compatibile con la tradizione produttiva del luogo green tarantino (con tarantelle d’accompagnamento).

Dice Oronzo Patronelli, anima Gal del progetto-ceramica nell’urbano: “Se ritorniamo al passato siamo subito proiettati al futuro e così ci rimarrà un buon presente”. E poi aggiunge: “Bisogna perimetrare alcune parti di città per insertare ceramiche & nuovi progetti: bisogna fare di Grottaglie un modello operativo concreto, tra tradizione e nuove tecnologie, da verificare in concreto, & in concerto con gli altri, nel vivo delle fiamme del fuoco ceramico …”.

Non è un tema nuovo (ricordo tentativi analoghi di La Pietra e Masella, 1999), ma qui pare che ci siano le condizioni (e la coscienza non provinciale) per risperimentarlo e rilanciarlo socialmente.

Insomma il locale Gal dovrebbe dialogare col Galletto, che è il fortunato simbolo della ceramica tipica di Grottaglie. E così, storici dell’arte, archeologi, ceramisti, ceramiccanti, architetti, ex Istituto d’arte, economisti, religiosi, uomini di fede e di buona volontà pubblica …. dovrebbero confezionare dei corali nuovi Chicchirichi ceramici, veicolabili sul mercato d’oggi. 

Ci riusciranno? Mi dicono che ci sia la disponibilità operativa di un buon numero delle 60 aziende ceramiche che sono tuttora insediate nella perla di Grottaglie: l’assoluto “quartiere delle Ceramiche” ancora vivo e miracolosamente in produzione dal Medioevo ad oggi, senza interruzione. Un unicum in Italia, una testimonianza del territorio storico-produttivo, questa presenza d’impresa pugliese, messapica. Perché se mollano i ceramisti del luogo, di quel quartiere ne faranno un grande supermercato. O un quartiere a luci rosse. Si passerebbe così dalle fiamme dei forni ceramici direttamente a quelle dell’inferno, Dio non voglia! Gesù pensaci tu (e dillo anche a Maometto, non si sa mai: siamo nel Mediterraneo, sotto il segno del comune padre Abramo e le sue coglie). 

Ora, a convegno concluso, a pasti Gal consumati, si tratta di passare dalle parole alle cose, in un percorso progettuale virtuoso e partecipato. E si sa che le idee sono già progetto, a patto però che si confrontino con gli artefici fattivi (e non fottivi). Ma ci vuole un luogo pubblico d’incontro. I laboratori ceramici (deserti o sotto utilizzati dell’ex Istituto d’arte, peraltro in grave crisi di iscrizione, “10 iscritti a forza in ceramica”, ha detto la sconsolata preside di sei istituti), potrebbero esser una risorsa da vagliare.

All’uopo ho proposto una sorta di camera di compensazione, di decompressione e praticizzazione di quanto detto: un “incubatore d’idee”. Mi diceva però il ceramista Mimmo Vestita, che fa “ceramica superiore” (perché la sua azienda sta al primo piano, nel laudato quartiere), che: “la tradizione artigianale di Grottaglie non ci sta nella mia proposta…”, perché lo spirito del luogo non è pubblico e corale. “Per fare bene ceramiche”, aggiunge “è necessario uno spazio d’intesa più riservato e magico, ove si possa tessere il dialogo stretto tra progettista e artefice, speso una sola persona: la sorpresa e il segreto fanno parte del gioco creativo …., anche in questo lavoro a rete, aperto, open”. Di conseguenza pare che intendano andare per questa via più riservata e collaudata …. Vedremo. 

Basta, devo ripartire, e ho già scritto troppo. Per dubbi o informazioni sul progetto: “Ceramica architettura a Grottaglie”, rivolgersi alla segreteria del Gal Colline Joniche, tel. 099-5667149. Oppure cliccare su www.galcollinejoniche.it

E’ tutto, Eldorado

 

RECENSIONI, COMMENTI, SUGGERIMENTI 

Il museo contemporaneo. Storie esperienze, competenze

a cura di Daniela Fonti e Rossella Caruso

Gangemi Editore, 2012

euro 28,00

 

Il volume – presentato alla Gnam – nasce come insieme di riflessioni raccolte sotto forma di conversazioni, interviste e dialoghi, con quelli che furono i docenti e colleghi del Master della Sapienza “ Curatori nei musei d’arte e architettura contemporanea” (2002-2006). Un insieme di voci eterogenee, di professionisti del settore provenienti da diverse esperienze e formazioni – ci sono critici e storici dell’arte, museografi, museologi, architetti allestitori, economisti della cultura, direttori di musei, estetologi e studiosi – che analizzano un fenomeno, allora in divenire, sul futuro del museo contemporaneo in Italia e in particolare nell’area Romana.

Riflessioni che arrivano dopo anni di sedimentazione e dibattiti, ma soprattutto dopo che il primo decennio del XXI secolo si è chiuso, e con lui molte, più o meno buone, sperimentazioni. Un racconto corale, a più voci, nato in seguito alla ricerca in progress intorno a temi nodali: l’architettura museale, la sua trasformazione urbana, il rapporto col territorio, con i suoi attori, la sua funzione educativa, l’approccio col nuovo pubblico, la questione dell’allestimento delle opere d’arte, il suo crescente ruolo comunicativo..

Un libro importante, curato e ben fatto, con un’utile appendice critica finale, in cui Orsola Mileti raccoglie articoli apparsi sul Giornale dell’Arte dagli anni ottanta ad oggi, a dimostrazione di quanto interesse esista intorno alla materia e quanto ancora ci sia da capire. 

Voto: 8 

Giulia Mura

 

IDEE 

La casa abusiva

Quando al corso di progettazione architettonica del quarto anno, l’ insegnante chiese agli studenti stranieri di progettare il loro intervento nel centro di Napoli, ispirandosi alle tipologie e alla maniera costruttiva del luogo, probabilmente non immaginava cosa le avrebbe proposto uno studente tedesco. Quando fu il momento di cominciare a pensare alla forma del nuovo oggetto architettonico, il teutonico provò ad immaginare tettoie precarie, corpi aggettanti e grandi finestrature. Era il segno evidente delle centinaia di corpi di natura abusiva che aveva osservato intorno a sé.

Era quella la cifra architettonica più evidente di quel luogo, “perchè dobbiamo ignorarla ?” chiese stupefatto il biondo studente tedesco. In ogni libro di teoria dell’architettura troverete nozioni sulla tipologia della casa “a corte”, “su lotto lungo”, “aggregata”, “a torre” eccetera, ma non troverete mai un capitolo su “La Casa Abusiva”, è questo, dal punto di vista didattico e culturale, non è giusto.

E’ giunto il momento di corrispondere la doverosa stima all’edilizia abusiva. L’illegalità dell’azione non può oscurare la dignità tecnica del gesto. Inoltre non possiamo ignorare la mole del fenomeno poiché la sua diffusione è talmente ampia che La Casa Abusiva fa oramai parte integrante del paesaggio urbano.

Pur non può essendo ancora in grado di elevarsi al grado di architettura, la perizia costruttiva, la celerità dell’esecuzione e le caratteristiche tipologiche de “La Casa Abusiva”, così precisamente definite, ne fanno un prototipo dell’abitare contemporaneo.

Di seguito alcuni brevissimi cenni tecnici su La Casa Abusiva.

Per definizione, La Casa Abusiva, è costruita in un terrazzamento agricolo; ha una sua dimensione pressoché standard:15 metridi lunghezza e 5 di larghezza. E’ coperta da un tetto a falda unica con altezza compresa tra i 3 e i2,50 metri. Il declivio della falda procede verso la valle, un lato è cieco ed è aderente alla macera di contenimento del terreno. La struttura, unitamente alle pareti perimetrali, è di solito costituita da blocchi autoportanti in lapillo-cemento che partono da una trincea di fondazione profonda circa60 centimetri, nella quale viene effettuato un getto di calcestruzzo. I blocchi vengono sovrapposti sfalsati, sulle aperture viene posto un tavellone. Le tramezzature sono realizzati in tavelle forate. La sequenza degli ambienti è la seguente: soggiorno-cucina, camera, bagno, camera; o, in alternativa, soggiorno-cucina, bagno, camera, camera. Più rara la combinazione con doppio bagno o l’ulteriore suddivisione del soggiorno e la cucina. In alcuni casi si è costretti a ripiegare sulla versione “mini” della Casa Abusiva, cioè quella con una camera in meno. L’ingresso avviene sul lato corto, la zona “notte” è servita da un corridoio cieco, ogni stanza ha una finestra dalle dimensioni canoniche (80×130 cm.), tranne il bagno che ha la finestra più stretta (di solito 60×130 cm.).

Dal punto di vista pratico, costruire “La Casa Abusiva” comporta alcune indispensabili operazioni preliminari: 

1) Dotarsi di una piazzola di terreno sufficientemente capiente preferibilmente di proprietà di un pensionato/a.

2) Intrattenere rapporti di cordialità con il vicinato.

3) Alloggiare sulla piazzola di cui sopra piante sempreverdi dal cespuglio sufficientemente grande.

4) Attendere che la vegetazione possegga il cespugliaggio sufficiente ad occludere la vista della piazzola dall’esterno.

5) Scaricare una quantità sufficiente di blocchi autoportanti in prossimità della piazzola e una superficie di lamiere autoportanti pari a quella della nascitura Casa Abusiva.

6) Effettuare uno scavo lineare lungo il perimetro della nuova costruzione.

7) Reclutare un numero congruo di manovali e un “capomastro” (o semplicemente “masto”) dotato di accertata esperienza, con funzioni di comando. 

8) Individuare, per la realizzazione della casa, un periodo di tempo, tra i 4 e i 7 giorni durante i quali non piova. 

Il successo della realizzazione de “La Casa Abusiva” è tutto nella velocità con la quale questa viene ultimata in tutte le sue parti funzionali. Di solito una “La Casa Abusiva” si ritiene conclusa quando il tetto viene dotato di regolare manto di tegole. Gli interpreti più raffinati de La Casa Abusiva riescono, nello stesso intervallo di tempo così limitato, a dotarla di rifiniture di particolare pregio: soglie ed infissi di materiali costosi, porta blindata, cornici in gesso alle bucature, pavimenti di grande pezzatura o impianti tecnologici complessi.

Tuttavia La Casa Abusiva, per abbandonare la sua genetica clandestinità, ha bisogno di ospitare stabilmente esseri umani, quindi va arredata. Per consentire l’occupazione stabile de La Casa Abusiva, di norma, l’arredamento viene realizzato recuperando materiale di spoglio di altre case, per questo visitando una casa abusiva non è inusuale trovarci cucine degli anni ’70, letti in ferro battuto e sedie in moplen.

Sulle quali riposano, molto spesso, anziani stanchi.

(continua…)

Christian De Iuliis

www.christiandeiuliis.it

 

SGRUNT  a cura di Marco Maria Sambo 

Casabella 1996-2012

Francesco Dal Co dirige Casabella dal marzo del 1996.

Sgrunt. 

(marco_sambo@yahoo.it)

 

CONTRO-ARCHITETTURA di Massimo Locci 

Il Museo Contemporaneo

Il Museo Contemporaneo (Gangemi Editore) è un libro strutturato e complesso, curato da Daniela Fonti e Rossella Caruso, che cerca di fare un bilancio di come nel nuovo millennio sia cambiato il modo di organizzare gli spazi per le arti visive. Rappresenta un’interrogazione a più mani su come oggi si pensa e si fruisce un museo, uno spazio aperto per l’arte o una kunsthalle.

I saggi, di storici, critici, curatori, “estetologi”, economisti della cultura, architetti e  la ricca selezione critica (articoli apparsi sul Giornale dell’Arte dalla fine degli anni ’80), documentano molto bene la complessità di strategie,  interessi e confluenze presenti oggi nel mondo delle esposizioni d’arte e nell’exibit design.

Il “Sistema dell’Arte” ha cambiato il museo  contemporaneo, che ha assunto funzioni e responsabilità inedite. Dall’analogia museo-mausoleo, a suo tempo teorizzata da Adorno, cioè da semplice luogo di conservazione della memoria, siamo passati alla valorizzazione complessiva dell’opera: il contenitore diventa  anche centro culturale, luogo emittente segnali e messaggi, spazio interattivo per la comunicazione dei new media.

Nell’immaginario collettivo il tema museale esprime la valenza espressiva più avanzata e sperimentale, tanto da giustificare la domanda di Benedetto Todaro: siamo assistendo a un fenomeno di metabolizzazione della “architettura del museo o del museo dell’architettura?”.

Il dialogo una volta conflittuale tra architettura e arte, si è in parte risolto nell’assimilazione reciproca dei linguaggi, in parte si è reso anche più controverso proprio per la volontà della architettura di essere essa stessa il catalizzatore di tutte le attenzioni estetiche, espressione eclatante di un’arte urbana, vetrina di se stessa.

Come evidenzia Franco Purini nel suo saggio,  l’arte è oggi il “più potente fattore virale che modifica la vita urbano (…) il museo è il dispositivo attraverso il quale l’infezione è diffusa.” L’ideazione di spazi museali rappresenta una modalità di confronto/squilibrio dei sistemi ordinati: in quanto “mappa tridimensionale” perde la propria specificità metodologica, divenendo centrale nella disciplina del progetto come soluzione a-tipologica o trans-tipologica, luogo e nodo centrale delle nuove funzioni urbane.

L’arte moderna è una storia di esposizioni; Rossella Caruso nel suo excursus tra ‘800 e ‘900 affronta specificamente come nasce il dissidio tra artisti e museo, evidenziando come le ricerche artistiche più sperimentali e d’avanguardia abbiano sentito la necessità di rivedere completamente la logica espositiva dei musei ottocenteschi: cupi, damascati e  che nelle affollate tassonomie omologano le differenze di qualità. Da qui la necessità di modalità alternative di esposizione, quali i Saloni Autonomi realizzati in spazi più vicini al modo di concepire e realizzare l’opera.

Tra i più innovativi e sperimentali sono, ovviamente,  gli allestimenti realizzati dagli artisti stessi nei primi decenni del  ‘900, che possono fare scelte più radicali.

I dadaisti lavorando sull’eccesso semantico rivoluzionano il concetto di allestimento;  Malievic e Tatlin tolgono le cornici e sistemano i quadri negli angoli, in basso, in alto della sala. Schwitters con il Merzbau satura lo spazio e rende indistinguibile l’opera dallo spazio espositivo; Duchamp nel Miglio di Corda del ’42 a New York  realizza una unità sintattica e formale tra contenuto e contenitore

Per altri versi nello stesso periodo si afferma il modello museografico e museologico sostenuto dagli architetti, cioè il modello tecnico-espositivo e ideologico del White Cube, caratterizzato dai fondi neutri, basato sulla luce omogenea (possibilmente zenitale), sul giusto respiro e distanza dell’osservatore dall’opera.  E’ stato anche il modello più fortunato, in quanto è la soluzione espositiva canonica e la più utilizzata nel ‘900.

Una modalità espositiva fondata sulla teoria della percezione e da laboratorio scientifico che spesso, però, fa perdere il senso complessivo dell’esperienza artistica.

Per contrastare la logica asettica e decontestualizzante del White Cube si va affermando l’esigenza opposta, ben indagata da Stefano Catucci, di una immersione nel contesto culturale originario, ritornando nello spazio fisico dove l’opera è stata concepita, negli studi polverosi, disordinati, stratificati  di materie e repertori, in sintesi negli atelier con-fusi degli artisti.

Ma anche la logica di mostrare l’opera d’arte nei ”luoghi di produzione”, vederla in dialogo stretto con altre opere e con gli spezzoni di memoria dell’autore, pur essendo interessante non è esente da limiti: in questo processo di “fermo immagine”, infatti,  gran parte dell’atmosfera si perde; l’ambiente una volta vivo appare una fredda scenografia teatrale. 

Nel panorama della città nell’epoca dei consumi varia il rapporto tra lo spazio espositivo e il contesto – rileva Michele Costanzo –  e risente del citato dialogo contraddittorio tra architettura ed arte, e della incapacità degli architetti di “cogliere, salvo rari casi, il senso della laicità del museo, seguitando a realizzare luoghi celebrativi”.

Nel gigantismo esibito, per Franco Rella,  la ricerca di anni si consuma in un istante.  La visione da stupefacente diventa ubriacatura e la visita ai musei rappresenta un rituale purificatorio, un’azione consolatoria e tranquillizzante.

Infine il saggio introduttivo (in verità origine e fine del processo) di Daniela Fonti che analizza le mostre d’arte nello spazio pubblico che derivano dal prototipo Sculture nella città, ideata da Giovanni Carandente per il Festival dei due Mondi di Spoleto del 1962, con opere monumentali di Moore, Calder, Franchina, Chadwick, Mirko, Pomodoro. 

A quella storica esperienza va ricondotta la volontà di far uscire l’Arte dai musei, di coinvolgerla nella città, e a cui si rifanno le attuali manifestazioni strutturate all’aperto.

In questa diversa relazione la fruizione artistica si arricchisce di nuove finalità e significati simbolici: l’Arte si proietta nello spazio della città e la città entra nel mondo dell’arte, come aveva ipotizzato Giulio Carlo Argan.

Tra gli interventi più interessanti di questi anni  la manifestazione Enel Contemporanea, giunta alla sua sesta edizione, che prevede la realizzazione di un’opera urbana sul tema dell’energia. Questo anno, per celebrare il cinquantenario della società elettrica, dal 11 dicembre al MACRO di Testaccio, Museo d’Arte Contemporanea di  Roma, è visibile/vivibile/attraversabile la gigantesca installazione Big Bambú realizzata dagli artisti americani Mike e Doug Starn. L’intervento è una scultura abitabile di dimensioni straordinarie (alta circa30 mnon un diametro di circa 10) realizzata solo con canne intrecciate.

La composizione è libera e giocosa, in potenziale crescita continua, dall’immagine instabile ma non casuale.  L’oggetto di soli elementi strutturali, leggero, elastico e flessuoso è un incastro calibrato di aste di diverse dimensioni e spessori. Gli elementi sono contemporaneamente una rampa elicoidale, un sistema di piattaforme a sbalzo per sostare/ riposarsi/ incontrarsi al suo interno e a quote differenziate. Contemporaneamente consente di rileggere lo spazio circostante del mattatoio e della città, che da qui si percepisce in modo del tutto inedito.

Arrivando dall’esterno si presenta come una informale catasta di assi, una addizione architettonica tra i padiglioni antichi, un elemento polare che si legge a distanza oltre il recinto di archeologia industriale.

La composizione  definisce spazi concatenati ora di percorso, ora di stasi; inoltre non essendoci  un vero involucro di chiusura,  tra esterno e interno non ci sono limiti, così come non ci sono distinzioni tra il sotto e il sopra, tra l’opera artistica, l’architettura e la città.

Appositamente creata per la città di Roma, l’installazione si inserisce nella scena urbana come una performance giocosa e spettacolare che attira e affascina, che tecnologicamente e linguisticamente afferma la sua diversità espressiva. 

massimolocci.arch@gmail.com

 

presS/Tletter

Lettera con notizie e eventi di architettura, cultura, arte, design. Ai sensi della Legge 675/1996, in relazione al D.Lgs 196/2003 La informiamo che il Suo indirizzo e-mail è stato reperito attraverso fonti di pubblico dominio o attraverso e-mail o adesioni da noi ricevute. Si informa inoltre che tali dati sono usati esclusivamente per  l’invio della presS/Tletter e di presS/Tmagazine. Per avere ulteriori informazioni sui suoi dati, che di regola si limitano al solo indirizzo di e-mail può contattare il responsabile, Luigi Prestinenza Puglisi, all’indirizzo l.prestinenza@gmail.com. Tutti i destinatari della mail sono in copia nascosta (Privacy L.75/96).

E’ gradito ricevere notizie, le quali, dovranno essere comunicate via mail all’indirizzo l.prestinenza@gmail.com con almeno una settimana di anticipo e, comunque, entro il giovedì che precede l’evento, con brevi comunicati stampa, di regola non superiori alle cinque righe. In questi dovrà essere chiaro giorno e luogo dell’evento, titolo, partecipanti, telefono, mail, sito web per approfondimenti. Le notizie, a giudizio insindacabile della redazione, sono divulgate quando se ne intravede un potenziale interesse. E’ però cura di chi riceve la lettera verificarne attendibilità e esattezza. Pertanto esplicitamente si declina ogni responsabilità in proposito. La redazione si riserva il diritto di sintetizzare le lettere e gli interventi da pubblicare. Il materiale mandato in redazione, che è anche il luogo dove sono custoditi i dati, viale Mazzini 25, Roma, non verrà restituito.

 

In redazione: LPP, Edoardo Alamaro,Anna Baldini, Furio Barzon, Diego Barbarelli, Claudio Betti, Valentina Buzzone, Diego Caramma, Francesca Capobianco, Luigi Catenacci, Marcello del Campo, Rossella de Rita, Arcangelo di Cesare, Marco Ermentini, Claudia Ferrauto, Elisabetta Fragalà, Maria Clara Ghia, Diego Lama, Nicolò Lewanski, Salvator-John Liotta, Massimo Locci, Zaira Magliozzi, Antonella Marino, Mario Miccio, Alessandra Muntoni, Giulia Mura, Santi Musmeci, Ilenia Pizzico, Filippo Puleo, Marco Maria Sambo, Benedetta Stoppioni, Diego Terna, Graziella Trovato, Antonio Tursi, Monica Zerboni.

Share on FacebookPin on PinterestTweet about this on TwitterShare on Google+Share on LinkedInShare on TumblrEmail this to someone

Leave A Response