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Barlumi di felicità – di Maria Clara Ghia

 

Quando mi sono iscritta ad architettura ho trovato nella libreria di mio padre The work of Oscar Niemeyer di Stamo Papadaki, pubblicato nel 1950. Evidentemente lo aveva comprato a sua volta durante i suoi studi di ingegneria, affascinato da un uso tanto seducente del calcestruzzo armato. Mio padre mi perdonerà perché confesso ora di averglielo soffiato: é diventato ufficialmente il primo libro della mia biblioteca di studente universitario.

Nelle prime pagine c’é una foto di Niemeyer giovane e pensieroso davanti a un foglio bianco e accanto un suo testo, firmato a mano:

 

The artist today is no longer the “misunderstood genius” of the past century. He is a normal being who looks staight at life and at his fellow men, thoroughly aware of the problems of a contemporary society from which he had previously so completely disengaged himself. His work now acquires a truly human significance. He knows that his art is only a complement to more fundamental issues, and this is – however strange it may seem – the source of his creative strength.

 

Niemeyer concludeva il testo scrivendo che avrebbe voluto trovarsi nella posizione di mostrare un risultato più realistico: un tipo di lavoro che potesse riflettere non solo raffinatezza e comfort ma anche una positiva collaborazione fra l’architetto e l’intera società. Niemeyer giovane non ne era consapevole, ma la sua architettura quel risultato l’avrebbe raggiunto.

Poi, oggi, una mia amica mi ha fatto ascoltare il discorso del Presidente dell’Uruguay Josè “Pepe” Mujica del giugno scorso alla Conferenza Rio+20. Rio chiaramente sta per Rio de Janeiro: “Oscar, tu hai le montagne di Rio negli occhi”, diceva Le Corbusier a Niemeyer. Che questi due eventi abbiano fatto cortocircuito nella mia testa è facilmente comprensibile.

 

La sfida che abbiamo davanti è di portata colossale. E la grande crisi non è ecologica: è politica. L’uomo non governa oggi le forze che ha scatenato. Le forze che ha scatenato governano lui. E la vita? Non veniamo al mondo per svilupparci in termini generali, veniamo alla vita cercando di essere felici.

 

Pepe Mujica non spiega proprio nulla di rivoluzionario. Non racconta proprio nulla di nuovo. Semplicemente descrive l’esistenza comune: si lavora lavora e lavora, si comprano cose e se ci si riesce si comprano case, si pagano rate, mutui, tasse. Si paga l’Imu entro il 17 dicembre. È il mercato che ci governa. Ma è questo davvero il destino della vita umana?

Lo sviluppo, insiste Mujica, non può essere contro la felicità, deve essere a favore della terra, dell’amore, delle relazioni umane. Del prendersi cura dei figli, dell’avere amici, del tenere in considerazione i nostri desideri e bisogni elementari. Quando lottiamo per l’ambiente, conclude, il primo elemento dell’ambiente si chiama: felicità umana.

Discorso di una semplicità tale da non richiedere la chiamata in causa di elaborate teorie filosofiche, possiamo lasciar stare Hans Jonas e il suo Principio Responsabilità, Ernst Bloch (decisamente più simpatico del primo) e il suo Principio Speranza, e anche tutto il dibattito attuale sullo Sviluppo Sostenibile. Eppure, les choses simplex sont difficiles à expliquer, diceva Matisse. Sont difficiles à faire aussi, a quanto pare.

Riguardo ora gli schizzi di Niemeyer: sono disegnati uomini in bicicletta, donne sedute a leggere, altri uomini stesi a prendere il sole. Una coppia si affaccia al balcone degli appartamenti dell’Aeronautical Training Center, degli amici passeggiano sotto il Monumento per Ruy Barboza, nella casa Tremaine a Santa Barbara c’è una bella donna in costume seduta sul trampolino della piscina con i piedi a mollo, e pure i signori che vanno in barca nel plastico del Circolo Nautico sul Lago Rodrigo de Freitas sembrano tutt’altro che infelici.

Niemeyer ci ha dimostrato che l’architettura è assolutamente in grado non solo di rispondere, ma di contribuire come forza propulsiva, vitale, per questo cambiamento. Di scovare per l’uomo le questioni fondamentali, di indicare possibili soluzioni.  Di andare alla ricerca di modi per avverare barlumi di felicità.

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