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Intervista a STUDIO FORMAFANTASMA – di Francesca Gattello

Intervista a STUDIO FORMAFANTASMA – di Francesca Gattello

Andrea Trimarchi e Simone Farresin iniziano a collaborare durante il corso triennale in Design all’Isia di Firenze ma la passione per il Product Design prende forma e si consolida durante il master svolto presso la Design Academy di Eindhoven. Dopo la laurea si fermano in Olanda dove aprono lo Studio Formafantasma. Nominati da Paola Antonelli e Alice Rawsthorn come uno tra i giovani studi di design più promettenti nel mondo, i loro progetti hanno vinto numerosi premi, sono stati pubblicati sulle più prestigiose riviste e fanno parte delle collezioni di: Droog Design, Spazio Rossana Orlandi, Moss Gallery NY, Nodus Rugs, Dilmos Gallery, Libby Sellers Gallery, Textile Museum di Tilburg, Stedelijsk Museum, Mudac, The Art Institute di Chicago, Fendi and Vitra Design Museum.

Il lavoro dello Studio FormaFantasma esplora il ruolo del design nei mestieri popolari, la relazione tra la tradizione e la cultura locale, l’approccio critico alla sostenibilità e il significato degli oggetti come vettori culturali. La pratica del design diventa un ponte che permette il dialogo tra artigianato, industria, oggetto e utente. Un esempio di progettisti straordinari che l’Italia si è fatta scappare.

Qual è il metodo che caratterizza l’iter progettuale del vostro lavoro?

Andrea e Simone – Dipende sempre da progetto a progetto: se è un lavoro indipendente o dove la commissione non è specifica a volte capita che riprendiamo dei temi o delle idee che provengono da un progetto precedente. Si tratta di una specie di processo a catena, quindi cominci un progetto, poi trovi altre cose per strada, sia il pensiero che il fare crescono insieme. Tra l’altro noi siamo in due per cui il processo è abbastanza complesso. Semplificando possiamo dire che c’è uno sviluppo molto intuitivo di un’idea generale alla quale siamo interessati che nasce sempre comunque dalla discussione e dal confronto. Il nostro modo di progettare in realtà è molto verbale ed è anche abbastanza intimo come tipo di approccio, difficile da comunicare fuori dal nostro rapporto: ci capiamo bene a vicenda e visto da fuori il modo che abbiamo di lavorare è scarsamente comprensibile. Molto spesso capita che raccogliamo delle immagini e ci confrontiamo visivamente, cercando di trovare un territorio comune, poi le appendiamo al muro e le selezioniamo in modo da creare una specie di mappa visiva, è un po’ come creare una trappola per un animale: costruisci una serie di strutture di limitazione per condurre in un certo modo l’idea. È un po’ come distillare un’idea. A volte, arrivati a metà strada, ci capita di scrivere: ci aiuta a definire l’idea. Non si tratta di un testo personale ma è come se cercassimo di guardare l’idea da fuori e scrivessimo un testo più o meno descrittivo del progetto e di quello che esso comunica. Poi, magari, torniamo di nuovo a fare, e quindi materiali, campioni, modelli e via dicendo, e palleggiamo tra l’idea, il concept, o quello che abbiamo scritto, e il fare, affinando man mano le due cose.

L’università vi ha aiutato a creare il metodo o è nato poi?

È nato poi. È nato poi o durante, lavorando insieme. Studiare ci ha dato una struttura mentale di un certo tipo ma non il metodo. Te lo devi trovare da solo ed è una cosa difficile: ancora adesso ci accorgiamo che possiamo migliorare.

Il metodo cambia, si evolve…

E impari di continuo. Alla fine fare il designer è sempre un po’ una questione di improvvisazione: ti adatti, fai degli errori vai avanti. Nelle altre discipline sembra sempre che ci siano delle regole precise, mentre quando fai il designer è impossibile averne perché si è chiamati a progettare cose molto diverse tra di loro. Spesso è proprio perché sei neofita che ti contattano: il lavoro di un designer consiste nell’essere un dilettante (un po’) che ha un modus operandi ben chiaro e per questo sai che devi studiare, sai che devi imparare, quindi progetti e impari, progetti e impari, progetti impari…

   Studio FormaFantasma MOULDING TRADITION 2009

Tra i vostri progetti: quale (o quali) vi rappresenta di più e a quale (o a quali) siete più legati?

Andrea e Simone – I progetti a cui teniamo di più sono il progetto di laurea, Moulding Tradition, e poi il capitolo successivo, Colony. Questi due lavori hanno a che fare col mettere in discussione certe idee, come la tradizione e il senso di appartenenza ad una cultura locale, tematiche a cui siamo legati, anche perché molto del nostro lavoro, fino ad adesso, ha avuto a che fare o direttamente, per scelta, con l’artigianato o perché alcuni progetti sono nati e prodotti all’interno dello studio, quindi proprio il processo di fattura è stato artigianale. Il revival dell’artigianato si è visto molto negli ultimi anni ma noi non siamo assolutamente interessati a questo sentimento nostalgico. Moulding Tradition e Colony hanno rappresentato un modo per guardare criticamente all’idea di tradizione e di localismo, che sono dei valori ma che allo stesso tempo possono nascondere dei biechi sistemi. Con Moulding Tradition eravamo interessati a capire per esempio come si forma l’idea di tradizione e perché avviene in un certo modo. Abbiamo osservato i flussi migratori e l’influenza che hanno avuto sulla cultura locale. Con Colony addirittura andavamo a guardare quali influenze coloniali africane avevano influito sull’Italia. Questi sono due progetti che noi apprezziamo molto nonostante siano quelli con cui abbiamo avuto più difficoltà, non tanto a relazionarci noi, ma gli altri a relazionarsi con essi, probabilmente proprio per l’approccio critico e la componente storica. 

Studio FormaFantasma COLONY 2011
 
Il progetto che ci rappresenta di più è Botanica, sia perché rappresenta il nostro modo di affrontare il lavoro, sia perché ha a che fare con i materiali, sia perché possiede la referenza storica che spesso è presente nel nostro lavoro. La caratteristica di riguarda re al passato per cercare di capire le possibili potenzialità e problematiche più contemporanee per noi è molto importante .

   Studio FormaFantasma BOTANICA 2011

Quand’è stato il momento in cui avete capito che sareste diventati designer?

Simone – Tra me e Andrea è andata in un modo diverso. Andrea è cresciuto in Sicilia fino ai 18/19 anni: lì il design arriva in modo diverso rispetto al nord, lui ha più chiara l’idea di artigianato, mentre io sono entrato in contatto col mondo del design abbastanza presto. Ero un po’ un freak: a 16 anni avevo attaccate in camera le pagine che strappavo da Domus con Sottsass, Enzo Mari… Poi questa mania per i maestri mi è passata. Comunque è diventato chiaro che saremmo diventati designer quando abbiamo cominciato a lavorare insieme e poi quando siamo venuti a Eindhoven.

Pensi che l’atmosfera di Eindhoven sia stata determinante?

Simone – Credo che centrino molte cose. Io dopo la laurea triennale mi sono fermato per lavorare in studi in cui si faceva comunicazione e quel tempo è servito per capire che non era quello che cercavo: ci ritrovavamo io e Andrea a lavorare insieme su cose che non facevamo mai di giorno nei posti dove lavoravamo, a fare nel tempo libero quello che realmente ci piaceva. Quindi credo che siano varie le componenti che ci hanno portati a decidere di fare i designer: sia decidere di venire ad Eindhoven, sia il trasferimento effettivo.

Quale oggetto, tra quelli esistenti, avreste voluto progettare e perché?

Andrea e Simone – Ce ne sono tanti ma diciamo spesso la scopa in saggina perché è perfetta: è un oggetto ottimo, non è disegnata ma è un gesto, il gesto di raccogliere dei rami di saggina, di attaccarli ad un palo e di farli diventare uno strumento funzionale ed esteticamente fantastico. La natura non è processata, è usata direttamente. Questa scopa è biodegradabile, è intelligente sia nel modo in cui è fatta sia nel modo in cui vengono usate le risorse. Poi ci sono tutti i vari oggetti anonimi perfetti che si trovano già raccolti sia nel libro Super Normal di Morrison e Fukasawa sia nel Compasso d’oro ad ignoti di Munari. Noi abbiamo un feticismo per gli strumenti in generale, gli strumenti da lavoro sono i nostri preferiti, non solo perché sono funzionali ma perché danno funzionalità a qualcosa di lirico. Infine i tableware, piatti, bicchieri, tutte le cose che vanno sul tavolo sono gli oggetti che in sé preferiamo perché il tavolo è lo spazio che ci interessa di più in una casa.

  Studio FormaFantasma AUTARCHY 2010

Quale oggetto andrebbe riprogettato e perché?

Andrea e Simone – La macchina. Anzi, non è tanto la macchina che va riprogettata: va riprogettato il modo in cui ci spostiamo. Crediamo che andremo avanti così per molto, e il comfort della macchina ce lo godiamo anche noi quando nevica a Eindhoven, però non è un modo sensato di spostarci. Adesso sta migliorando con questa cosa del car sharing, di questi sistemi di noleggio…ma il sistema di trasporto va radicalmente migliorato.

C’è un oggetto che manca? Se si, quale?

Andrea e Simone – Probabilmente se individuassimo l’esigenza di un oggetto mancante dovremmo pensare a disegnarlo.

Per quale azienda vorreste realizzare un progetto e perché?

Andrea e Simone – Siamo ancora all’inizio ma stiamo dialogando con delle aziende che ammiriamo molto e già quello è buono. Non ce ne sono altre che aggiungeremmo nella lista. Più che dire il nome di un’azienda potremmo nominare un tipo di atteggiamento che vorremmo: ci piacerebbe sederci attorno ad un tavolo con una serie di persone per lo sviluppo di un’azienda e non per progettare per un’azienda un altro oggetto, che è fantastico e le aziende ne hanno ancora assolutamente bisogno, ma siamo convinti che i designer possano fare molto di più per un’azienda che disegnare un’altra forma. Crediamo che ci sia bisogno di trovare sistemi diversi, business model diversi, materiali diversi, sistemi produttivi diversi, sistemi di distribuzione diversi.

 Studio FormaFantasma MIGRATION 2011

Perché fare design oggi?

Andrea e Simone – Perché crediamo il futuro si possa migliorare, anche perché quando metti al mondo un oggetto che non esisteva prima metti anche al mondo un’idea diversa di esistente. Poi dire se ha senso fare il designer oggi a livello economico, no! È il lavoro più mal pagato del mondo e credo che sia profondamente sottovalutato.

Perché dite che è sottovalutato?

Ma perché è evidente. C’è un business enorme intorno all’istruzione, al parlare di design, ma esser pagati per disegnare è molto più difficile che essere pagati per scrivere di design, per fotografare il design. Potremmo nominare mille mestieri che girano intorno a questo mondo che sono pagati, mentre il lavoro del designer molto spesso è sottovalutato. Il sistema royalties, tra l’altro, che ancora molti insistono a dire che funzioni, in realtà non funziona per niente, perché in un mercato molto aperto come in quello in cui siamo, non ci sono tre aziende per cui se lavori ti pigli un sacco di royalties. Inoltre non bisogna dimenticare che quando un’azienda chiama il designer a disegnare, non necessariamente lo fa perché cerca il progetto che gli faccia fare i numeri, ma vuole il progetto che migliori l’immagine dell’azienda o il progetto che le porti valore aggiunto, non è detto che il progetto venda. La storia del design italiano è piena di progetti che non hanno venduto ma che hanno fatto la storia del design, quindi valutare un progetto ed essere pagati solamente per quanto vende secondo noi è svilente ed è un insulto al lavoro. Ad un grafico nessuno chiederà mai di essere pagato per quanto l’azienda guadagna in più rispetto alla comunicazione che produce. È un sistema assolutamente stupido. Oltre a questo esempio delle royalties potremmo farne altri, come grosse aziende che organizzano workshop e non pagano. Allora uno si rifiuta e non le fa queste cose. Oppure il department store più grosso in Inghilterra chiede il window designer gratuito. Cose a cui devi dire di no. Evidentemente troppo poche persone lo hanno detto. Questi sono esempi di situazioni che è normale che succedano ad un designer ma che sono assolutamente anormali se fai un altro lavoro. Il momento in cui viviamo è particolare, certo, però è risaputo che se si facesse un’indagine sul guadagno di un designer medio si scoprirebbe quanto sia difficile sopravvivere. Per questo bisogna inventarsi vari modi per farlo.

    
Studio FormaFantasma CRAFTICA-FENDI 2012

Qual’è il posto migliore al mondo in cui fare design oggi?

Andrea e Simone – In questo momento il posto migliore è ancora l’Olanda perché, anche se adesso molto meno, è stato un Paese che ha finanziato molto il design e dove ci sono un sacco di designer della nostra generazione che fanno il nostro stesso mestiere, significa che non siamo delle pecore nere e non abbiamo delle vecchie “carampane” che ti dicono che loro sono più bravi. È molto piacevole stare fuori dall’Italia. Poi fare il designer qui è come fare il designer in Italia: te ne devi fregare e fare quello che ti piace, chiuderti in una stanza, non ascoltare nessuno e sbattere la testa contro il tavolo fino a che non ti escono delle più o meno buone idee ed insisti perché le persone se ne accorgano. L’unico modo è isolarsi, ma isolarsi sul progetto perché è necessaria  la capacità di sapersi guardare attorno e capire dove bisogna essere, con chi bisogna parlare, cosa bisogna scrivere…

Raccontatemi di un oggetto comune/anonimo a cui legate una storia.

Andrea e Simone – Ogni volta che progettiamo e scegliamo un materiale, però, cerchiamo sempre di capire le memorie collettive che quel materiale può stimolare. Per esempio ci sono i materiali che appartengono alla tradizione e che hanno la capacità di rievocare delle memorie quasi ancestrali, come il legno o il marmo. Diciamo spesso, però, che i designer sono come i parrucchieri, perché di solito ci vai e trovi sempre dei tagli di capelli tremendi. Ecco noi designer più o meno siamo così: abbiamo scarso attaccamento emotivo agli oggetti, cosa che molte persone non se l’aspetterebbero. Per questo non riesco a dire molto su un oggetto a cui ho legato una storia. È ovvio che ho degli oggetti a cui sono legate delle storie ma non sono delle cose particolarmente eclatanti. 

     

    Studio FormaFantasma CHARCOAL 2012 – Illustrazioni di Francesco Zorzi

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