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Mostre ALBERTO GARUTTI. Vivere poeticamente la propria esistenza – di Francesca Gattello

Mostre ALBERTO GARUTTI. Vivere poeticamente la propria esistenza – di Francesca Gattello

Si possono visitare tante mostre oggi, vedere tanta arte, conoscere il lavoro di tanti artisti, di cui, però, colpisce mediamente solo un’opera, la più famosa, la più pubblicata, la “fortuna” dell’artista. Risultato: mediocrità diffusa, ripetizione incalzante e un mare di noia. Il più delle volte ci si ritrova perplessi di fronte ad opere d’arte di dubbio gusto e inesistente significato, spesso titolate con anonimi “Untitled” e che trovano un senso solamente –  e non è detto che succeda – attraverso una condita spiegazione dell’artista o della critica. 

Fatta eccezione per Alberto Garutti, rappresentante troppo poco noto dell’arte contemporanea italiana nonostante l’intensità che il suo lavoro comunica, a cui il Pac di Milano ha dedicato una personale, da poco conclusa. Questa mostra è stata una sorpresa, anzi, un sospiro di sollievo: c’è dell’arte che riesce ancora a toccare l’anima.

Il titolo della mostra Didascalia/capture esprime il desiderio dell’artista di creare un profondo legame con lo spettatore – con qualsiasi interlocutore -, relazione che parte dalla comprensione dell’opera, possibile grazie a titoli-didascalie, esplicite spiegazioni del senso. Questa scelta estremamente generosa, che non permette di nascondere l’eventuale vacuità del messaggio e mette in gioco l’artista in maniera diretta – è la sua parola, è questione di fiducia -, genera uno scambio tra le parti coinvolte, come in una storia d’amore si dà e si riceve, si riceve e si dà, ci si arricchisce. Il visitatore diventa soggetto attivo, portatore di una visione e di una sensibilità che concorrono a dare senso all’opera. La riflessione viene indotta e diventa attività consapevole, viene svolta con attenzione e con maggior partecipazione. Questo rapporto paritario tra artista e fruitore, permette di amplificare esponenzialmente la percezione del lavoro di Garutti, che per farsi sentire non deve essere provocatorio o giocare su opere di dimensioni smisurate.

L’installazione “Didascalie”, migliaia di fogli colorati su cui sono stampate tutte le didascalie delle sue opere disposti al centro dello spazio espositivo a comporre una piccola architettura di carta, raccoglie in sé la poetica di Garutti: l’artista, con un gesto d’amore, offre il suo lavoro al visitatore che, raccogliendo le stampe e portandole all’esterno del museo, attiva il processo di scambio, dando vita all’opera d’arte, come se si trattasse di un organismo vivente, che si sposta, lascia tracce, contagia… L’arte per Garutti ha uno stretto legame con la biologia, “azioni e trasformazioni si mettono in moto come le forme naturali di sopravvivenza” e si legano ad un concetto, che accomuna l’umanità soggetta al tempo che passa, quello della perdita, che ha a che fare con “il senso di artisticità” e che genera “per reazione, un’idea etica di ricostruzione”.

“Ai nati oggi” è un esempio che concretizza in modo evidente l’idea di arte “biologica”. Si tratta di un’opera ambientale che si dilata organicamente nello spazio della città, inserendosi nel divenire della società di cui racconta: una serie di lampioni, collegati con il reparto di maternità dell’ospedale e localizzati in un determinato luogo della città (presso una strada, una piazza, un ponte), la cui luce si intensifica ogni volta che nasce un bambino (il personale deve schiacciare un pulsante che permette di alterare la variazione dell’emissione luminosa). Il tema della natività viene interpretato in chiave contemporanea. Successivamente, a distanza di alcuni anni, Garutti decide di dedicare ai bambini la cui nascita venne annunciata dalla sua opera, dei ritratti fotografici con le loro famiglie creando così uno spaccato della città e della società: questo piccolo catalogo rappresenta l’evoluzione di “Ai nati oggi”, uno sviluppo metabiologico che permette all’arte di crescere, di muoversi e di godere di una linfa vitale.

Per “vivere poeticamente la propria esistenza”, una sorta di mantra suggerito dall’artista con cui affrontare il quotidiano, è necessario compiere una profonda riflessione sulla vita, sugli affetti, sulla storia e sui propri obiettivi, con la consapevolezza che noi siamo somma di infinite scelte e innumerevoli attimi, “Every step I have taken in my life has led me here, now”. In questa didascalia si sente un’eco di passi, in altre, invece, si riconoscono voci e musiche, il suono di gocce d’acqua che cadono in una fonte, rombi di tuono, vagiti di neonate creature: opere silenziosamente risonanti che creano un’atmosfera sonora nella mente dello spettatore che, a sua volta, cede il suo prodotto vocale ai microfoni installati all’interno del museo per l’opera site-specific “In queste sale 28 microfoni registrano tutte le parole che gli spettatori pronunceranno. Un libro a loro dedicato le raccoglierà”.

In questa, come in altre opere l’artista si confronta con il tema della spazialità: l’architettura è “la grande madre” senza cui le arti visive non sarebbero mai esistite. Lo spazio viene indagato da un punto di vista del significato –“Stanza di soggiorno”-, o evidenziandone le relazioni che si instaurano tra esso e coloro che ci vivono o ci lavorano dentro –“Dedicato agli abitanti delle case”, “Storie d’amore”, “Dedicato agli abitanti di Via dei Prefetti 17”, “Recinzione”-, oppure proponendo provocatoriamente un nuovo ruolo della natura –“Come se la natura avesse lasciato fuori gli uomini”-, fino a trasformare, stravolgere e ri-significare l’intervento artistico come azione di ristrutturazione di luoghi della memoria, come fossero esseri biologicamente manipolabili, –“Dedicato alle ragazze e ai ragazzi che in questa sala hanno ballato”, “Quest’opera é dedicata alle ragazze e ai ragazzi che in questo piccolo teatro si innamorarono. Teatro di fabbrica, Peccioli”.

Stupisce come ogni lavoro di Alberto Garutti sia permeato da una sensibilità discreta, probabilmente legata alla posizione “laterale” che l’artista assume nei confronti di ogni suo intervento, e profonda, grazie alla quale si genera un intimo coinvolgimento e una grande meraviglia nel constatare che l’arte può ancora commuovere.

    

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