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presS/Tletter n.03-2013

Un manifesto per l’architettura: il grado zero – Il caso Peluffo – Alessandro Anselmi: lo sguardo limpido dell’architettura – Profumo di lucido – Expo di Parigi – Mezzogiorno – UNDESTANDING ARCHITECTURE_a primer on architecture as experience – La selezione del portiere – Finisce un’epoca: chiude il NAI di Rotterdam, apre Fundamentals di Rem Koolhaas – Finisce un’epoca: chiude il NAI di Rotterdam, apre Fundamentals di Rem Koolhaas – La Fiera sta meglio ad est – Alessandro Anselmi

 

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ESERCIZI DI ERMENEUTICA di Marcello del Campo 

Acronimi in libertà?

Temerariamente ho espresso recentemente molte evidenti sciocchezze.

 

IN EVIDENZA

LA NOTIZIA DELLA SETTIMANA: Un manifesto per l’architettura: il grado zero

L’OPINIONE: Il caso Peluffo

IMPREVISTI E PROBABILITA’: di Alessandra Muntoni: Alessandro Anselmi: lo sguardo limpido dell’architettura

AIAC TUBE: Morphosis / Archi Live 10

INCONTRI DELLA SETTIMANA: News di Elisabetta Fragalà

RESTAURO TIMIDO: Marco Ermentini ci parla di: Profumo di lucido

LA STORIA DELL’ARCHITETTURA: L’architettura del 1900 raccontata da LPP: 3.1.12 Expo di Parigi

AFORISMI RISTRUTTURATI: Diego Lama produce ed aggiusta aforismi per il pubblico di presS/Tletter…

CRONACA E STORIA: Arcangelo di Cesare continua con Cronache e storia: Dicembre 1962 Gennaio 1963

INTERMEZZO: Edoardo Alamaro ci parla di: Mezzogiorno

RECENSIONI, COMMENTI, SUGGERIMENTI: Giulia Mura recensisce: UNDESTANDING ARCHITECTURE_a primer on architecture as experience

IDEE: Christian De Iuliis: La selezione del portiere

SGRUNT: Marco Maria Sambo: Finisce un’epoca: chiude il NAI di Rotterdam, apre Fundamentals di Rem Koolhaas

SEGNALAZIONI: AAA cercasi opere per Cento Quadri per l’Estate Romana

TESTIMONIANZE: Fiona Serrelli : La Fiera sta meglio ad est

CONTRO-ARCHITETTURA: Massimo Locci: Alessandro Anselmi

LETTERE: Dario Canciani risponde a Gerardo Mazziotti 

 

LA NOTIZIA DELLA SETTIMANA 

Un manifesto per l’architettura: il grado zero

Il grado zero è un linguaggio deaggettivato, amodale in cui ogni elemento stilistico, connotativo, esornativo, estetizzante è asciugato: cioè un linguaggio che cerca in ogni modo di evitare di cascare nella trappola del bello stile architettonico e della sua piacevole descrizione. 

Quella del grado zero è un’idea limite perché di fatto pone un obiettivo irraggiungibile, come hanno sottolineato prima Roland Barthes che lo ha introdotto nella ricerca letteraria e poi Bruno Zevi che lo ha proposto in quella architettonica. 

Ciononostante il concetto è importante, oggi, come indicazione di un metodo per ristabilire la connessione tra linguaggio e realtà, rimettendo in discussione le teorie e ridefinendo le condizioni di sensatezza del linguaggio stesso: e cioè per cercare di capire cosa vogliamo e cosa non vogliamo che l’architettura e la critica d’architettura facciano nei prossimi anni. 

Per due motivi. 

Il primo è che perseguire il grado zero vuol dire porsi in un atteggiamento critico nei confronti degli stili correnti e di quelli codificati percepiti come cliché che fornendoci repertori di forme già precostituite ci sottraggono da una più impegnativa e fruttuosa ricerca. 

Si pensi per esempio al proliferare oggi di un modernismo gradevole e disincantato che si ispira al movimento moderno ma senza averne la tensione etica, magari aggiustandone le asprezze con concessioni al gusto corrente. Oppure pensiamo al modo di fare critica d’architettura come erudita descrizione dell’opera e pettegolo racconto del contesto, evitando profondità di analisi e tensione interpretativa. 

Oppure alle infinite variazioni del repertorio formale messo a punto, spesso con eccezionale intelligenza critica, negli anni novanta dalle attuali archistar, da Koolhaas a Tschumi, da Hadid a Herzog& de Meuron, da Mayne a Coop Himmelb(l)au ecc… Variazioni giocate con sempre maggiore talento e cinismo commerciale dagli stessi protagonisti di allora, diventati celebri, e da una pletora di bravi, corretti o mediocri replicanti, a volte formatisi negli stessi loro studi. 

O, per fare altri esempi, alle innumerevoli versioni neomediterranee, manieriste, dell’architettura di Alvaro Siza proposte dalle universitá italiane o al minimalismo, piú o meno esasperato, in variante giapponese o inglese che gira per le riviste. 

Architetture non sempre sciocche e banali: a volte piacevoli, certe accattivanti, per diversi aspetti interessanti, alcune stupefacenti, ma nessuna tale da rappresentare un punto di vista radicalmente nuovo che valga la pena perseguire. 

Proporre il grado zero, nel panorama attuale, vuol dire denunciare tanto il cinismo delle archistar, quanto la prassi del copia e incolla sempre più diffusa negli studi professionali e nell’apprendimento, in particolare universitario, per puntare invece a un atteggiamento critico che richiede la rinuncia a schemi e preconcetti stilistici codificati. 

Con la precisazione che la novità agognata non è quella richiesta dalla moda ma dai problemi dell’oggi. 

Da qui la nostra critica del radicalismo chic, oggi diffuso attraverso le riviste, che persegue un azzeramento linguistico ma in funzione estetizzante -e quindi un fasullo grado zero- anche quando opera con materiali poveri e inusuali, con abbondanza di verde, con soluzioni minimali e con altre risposte formali innovative ma quasi mai pregnanti di nuovo senso che non sia quello dell’essere sempre aggiornati. 

In questa logica rientrano quelle poetiche di protesta che, in nome della semplicità, del rigore, denunciano gli eccessi stilistici dello star system, per proporre alternative allo stesso, ma sempre finalizzate alla diffusione di un nuovo atteggiamento estetizzante ( e alla conseguente sostituzione del vecchio star system con uno nuovo) che alla fine non muta, anzi forse aggrava, i termini della questione.

E nella stessa logica rientrano i discorsi a vario titolo sull’autonomia disciplinare che, invece di porre l’urgenza di un profondo ripensamento dell’architettura attraverso il processo del suo stesso formarsi, insistono sui temi della ripetizione, della citazione, dell’eterno ripresentarsi dell’identico, sia pur variato attraverso limitati scarti di prospettiva. Insomma sull’idea di una architettura che, piuttosto che cercare le motivazioni del suo farsi nel denudarsi dei suoi orpelli stilistici e nel proiettarsi all’esterno, le trova in un inconcludente e narcisistico ammirarsi allo specchio o peggio nella nostalgia di un’architettura, alla Aldo Rossi e alla Giorgio Grassi, reazionaria e compromessa da derive postmoderne. 

Il secondo motivo, è che la metodologia del grado zero postuli la fine degli stili nel senso che oggi non solo non ha piú senso riferirsi, con un atteggiamento manierista o eclettico, a uno piuttosto che ad un altro ma che non ha neanche piú senso pensare di costruire uno. Insomma dopo il movimento moderno non ci sará un movimento moderno 2.0 oppure un nuovo stile digitale. Ma dovranno porsi le condizioni perché si sviluppi un’architettura che non avendo preconcetti, proprio perché continuamente impegnata a metterli in discussione, avrá tante declinazioni per quante sono le opere. E da qui una dimensione meno oggettuale -e cioé meno attenta all’edificio che si autocelebra- ma protesa alla costruzione del paesaggio, e cioè al suo diventare altro. Su questo tema, che ha già numerosi e diversi precursori, per esempio il Landscape Urbanism, crediamo che sia opportuno lavorare. 

Il manifesto e il dibattito si trovano su www.presstletter.com

 

L’OPINIONE 

Il caso Peluffo

Uno dei principali problemi dell’insegnamento dell’architettura in Italia è che la gran parte dei professori ha un’idea solo teorica della costruzione. E che non faccia scandalo che ad insegnare la progettazione, la tecnologia o anche la storia siano personaggi che abbiano realizzato poco e nulla, come diversi ne conosco i quali hanno al loro attivo un paio di piccole costruzioni in tutta la loro vita, a volte realizzate dieci o venti anni prima che gli fosse affidata la cattedra.

Ad avallare questa logica è il fatto che chi opta per fare il professore di architettura a tempo pieno rinuncia di fatto a svolgere attività professionale ( per fortuna (?) però alcuni barano e un briciolo di professione la fanno lo stesso). O che si chieda ai ricercatori per tre anni, il tempo che dura il loro teorico periodo di prova, di essere inattivi. Come se ciò non pesasse proprio sugli alunni che così si ritrovano professori che hanno dell’architettura un’idea, ad essere generosi, molto vaga.

Si dirà, ma troppi professori che hanno una fiorente attività professionale non vengono mai a lezione e delegano i loro assistenti. E’ vero. Quando io ero studente ne pativo troppi che non si facevano mai vedere. Ma la soluzione, come capirebbe anche un bambino, non è ostacolare la pratica professionale ma combattere l’assenteismo. Anche perché nulla assicura che pure un non professionista faccia lo stesso gioco.

La severa punizione dell’architetto Gianluca Peluffo, di 5+1AA, reo di aver svolto attività professionale durante il periodo di prova come ricercatore e che pare gli costerà 85000 euro di multa ( corrispondenti ai tre anni di paga) e la sospensione di sei mesi, lascia esterrefatti. Certo chi ha comminato la pena doveva applicare la sanzione prevista. Ma resta il fatto che la norma appare stupida e dannosa.

Almeno se vogliamo che ad insegnare architettura non siano professori che nel corso della loro esistenza abbiano conosciuto l’architettura solo attraverso i libri di scuola. (lpp) 

Su www.presstletter.com Peluffo interviene sul caso Peluffo

 

IMPREVISTI E PROBABILITA’ di Alessandra Muntoni 

Alessandro Anselmi: lo sguardo limpido dell’architettura

La prima cosa che mi viene in mente pensando a Sandro sono i suoi occhi azzurri, trasparenti. Vi si leggeva attraverso la sua bellezza interiore che sapeva elargire con naturalezza, senza remore, con generosa gentilezza, quasi con divertimento.

Anche la sua architettura è così: scintillante di vita.

I suoi disegni sapevano presentare una architettura magicamente già pronta, con elementi imprevedibili che diventavano immediatamente convincenti, rivelazione di un futuro possibile.

Siamo stati fortunati che il destino ci abbia riservato il tempo per conoscerlo, per essergli amici o colleghi, per visitare le sue opere così luminose, eleganti, raffinate, intelligenti.

Un abbraccio fraterno va a Giovanna De Sanctis, formidabile temperamento di donna e di artista che ha condiviso la sua vita e gli è stata vicino fino all’ultimo.

Il congedo dai suoi cari, e da chi gli ha voluto bene, è stato celebrato quest’oggi all’interno della loro magnifica Chiesa di San Pio, qui a Roma, nella sua città che per questo gli è grata.

30 gennaio 2013

 

AIAC TUBE

http://www.youtube.com/user/architetturaecritica 

http://vimeo.com/architetturaecritica

 

Morphosis / Archi Live 10

–Questa settimana vi segnaliamo un filmato all’interno del nostro “Spazio Video Preferiti” dedicato agli 835 iscritti al nostro canale YouTube: un piccolo viaggio di 3 minuti e 17 secondi a New York, per osservare insieme The Cooper Union dei Morphosis. Il filmato si intitola “The Cooper Union – New Academic Building” ed è realizzato da Alexander Rozko (http://www.youtube.com/user/rozko0002). 

Ecco l’indirizzo, buona visione:

http://www.youtube.com/watch?v=pB2S7bhTBYM&list=FLFB6lY-VpP0rLNhry9BtfvA

 

–Vi ricordiamo anche di guardare, sul nostro secondo canale Vimeo, la puntata numero 10 di “Archi Live – Architettura dal vivo”, il Format a cura dell’AIAC e del Laboratorio presS/Tfactory realizzato per “Ceramicanda”, Canale 813 di Sky Italia.

Sommario: Video-Editoriale di Luigi Prestinenza Puglisi, ArchiBar con Nicolò Lewanski e Antonio Visceglia sulla Stazione Tiburtina di ABDR a Roma, Diego Barbarelli e Ilenia Pizzico sui giovani architetti italiani di talento, un video dei Monovolume realizzato per il nostro Format, Anna Baldini con le news dell’Associazione Italiana di Architettura e Critica, un filmato di Architrend, Giulia Mura con i libri consigliati dal Laboratorio presS/Tfactory, le ArchiVignette di Roberto Malfatti e il commento Fuori Tema di Marco Maria Sambo.

Ecco l’indirizzo della puntata, buona visione:

http://vimeo.com/55115992

 

INCONTRI DELLA SETTIMANA a cura di Elisabetta Fragalà 

Objet Rotterdam 2013, Design Fair of The Netherlands

OBJECT Rotterdam is the fair for contemporary design and will be held during Art Rotterdam in the Netherlands Architecture Institute/The New Institute, situated in the Rotterdam Museumpark. OBJECT Rotterdam presents the most current developments in Dutch and international design. The fair is a platform for the latest limited editions and one-offs from well-known and upcoming designers working in different design disciplines and various materials. OBJECT Rotterdam is the place where the cutting edge between design, crafts, fashion, architecture and art becomes evident and a must see for collectors, professionals and other design minded people.       http://www.objectrotterdam.com

dal 07/02/2013 al 10/02/2013 NETHERLANDS ARCHITECTURE INSTITUTE (THE NEW INSTITUTE), MUSEUMPARK 25, ROTTERDAM, THE NETHERLANDS

 

Conversazione sul Colore nella Progettazione. Incontro dedicato alla cultura progettuale del color a Milano

Il crescente interesse per l’argomento colore è la diretta conseguenza della sistematica “negazione del colore” che ha dominato la nostra recente cultura. Infatti negli ultimi anni, anche a livello urbanistico ed edilizio, ha prevalso la legge del livellamento collettivo e il colore è stato ridotto a elemento accessorio, completamente svuotato del suo valore sociale. Non è un caso che fenomeni come il “vandalismo” siano in continuo aumento proprio nei contesti urbani in cui dominano grigiore e spersonalizzazione. Altrettanto preoccupanti sono le conseguenze della diffusa “voglia di colore” come mero fattore estetico che, non essendo supportata da un’adeguata “cultura del colore”, si limita ad un approccio superficiale, impoverendo ulteriormente il nostro patrimonio cromatico.

venerdì 8 febbraio 2013 ORDINE DEGLI ARCHITETTI, P.P.C. DELLA PROVINCIA DI MILANO VIA SOLFERINO 19 – 20121 MILANO

 

Manuale pratico del verde in architettura, Progettazione, realizzazione e manutenzione del verde tradizionale e tecnico in architettura. Presentazione libro a Roma

per i tipi Wolters Kluwer Italia Editore.

Sono stati invitati ad intervenire oltre al curatore dell’opera, alcuni degli autori: il prof. Achille M. Ippolito, Ordinario di Composizione Architettonica e Urbana presso la Sapienza Università di Roma e coordinatore del Dottorato, la prof. prof. Giulia Caneva, Ordinario di Botanica ed Ecologia Vegetale presso l’Università degli Sudi di Roma Tre ed il Paesaggista Mauro Masullo.

lunedì 11 febbrario, l’aula Fiorentino della sede di via Gramsci, Facoltà di Architettura, Roma

 

Il sentiero dell’architettura porta nella foresta, presentazione libro a Roma

a cura di Maurizio Corrado.

martedì 12 febbraio 2013, l’aula Fiorentino della sede di via Gramsci, Facoltà di Architettura, Roma

 

Il progetto di paesaggio come strumento di ricomposizione dei conflitti, presentazione libro a Roma

a cura di Achille M. Ippolito.

martedì 12 febbraio 2013, l’aula Fiorentino della sede di via Gramsci, Facoltà di Architettura, Roma

 

Paesaggi. Città Natura Infrastrutture, Franco Angeli Editore, presentazione collana a Roma

Intervengono il prof. Achille M. Ippolito, coordinatore del Dottorato e direttore della collana, il prof. Marco Marchetti, Direttore del Dipartimento di Scienze e Tecnologie per l’Ambiente e il Territorio dell’Università del Molise e membro del comitato scientifico della collana e l’arch. Maurizio Corrado, direttore della rivista Nemeton ed autore.

martedì 12 febbraio 2013, l’aula Fiorentino della sede di via Gramsci, Facoltà di Architettura, Roma

 

Ross Lovegrove ad Happy Business to You. Incontro con il noto designer inglese a Pordenone

Uno dei designer più carismatici e visionari della scena, i suoi progetti si ispirano alla logica e alla bellezza della natura, mostrando l’unione tra tecnologia, scienza materiale e forma organica intelligente, creando una nuova espressione estetica. Ross Lovegrove vanta numerose e fortunate collaborazioni anche con prestigiosi ed importanti brand italiani dell’arredamento e dell’illuminazione come Moroso, Ceccotti, Cappellini, Driade, Luceplan e Alias, che in questi anni hanno scelto il suo genio e il suo estro creativo per dare vita a oggetti e prodotti diventati icone del design. Le sue opere sono esposte nei principali musei del mondo come il MOMA e il Guggenheim Museum di New York, l’Axis Centre Japan, il Pompidou di Parigi e il Design Museum di Londra.

venerdì 15 febbraio 2013, PORDENONE FIERE, VIALE TREVISO 1

 

Facciamo quattro passi, itinerari alla scoperta di Torino, itinerari di visita

L’Urban Center Metropolitano di Torino organizza nuovi itinerari alla scoperta delle trasformazioni recenti vissute dalla città, percorsi che si snodano tra le aree meno note ma comunque di importante significato per Torino.   Prossimo appuntamento: La trasformazione di Spina 2: a che punto siamo.

Le tappe della visita: Nuova Stazione di Porta Susa – Cantiere del nuovo centro direzionale Intesa Sanpaolo – Viale della Spina Centrale – Ex Carceri Nuove – Officine Grandi Riparazioni – Cittadella Politecnica – Sottocentrale del Teleriscaldamento.

sabato 16 febbraio ore 10.00 e mercoledì 20 febbraio ore 15.00.Luogo d’incontro e partenza: piazza XVIII Dicembre area pedonale / fronte Rai – Torino

 

RESTAURO TIMIDO  di Marco Ermentini 

Profumo di lucido

Il nuovo gadget per il nuovo anno si chiama Smelloftracing. Un gruppo di ricercatori dell’università di Lecco è riuscito ad identificare  l’aroma  della carta da lucido tanto cara ai progetti dell’architettura moderna. Smelloftracing è uno spray da applicare alle algide immagini digitali che aggiungono l’amato profumo della vecchia carta da lucido. Così schermi dei computer, iPad, e altri apparecchi odoreranno con i ricordi dei vecchi tubi di carta, inchiostro, normografi, compassi, gomme, cancellature con lamette da barba, insomma di tutto l’armamentario romantico del passato. Risultato: visti i tempi carichi di storia del passato architettonico, a partire dalla biennale del geniale Koolhaas, se ne prevede una grande diffusione.

 

LA STORIA DELL’ARCHITETTURA di LPP 

3.1.12 Expo di Parigi

Il 1925 è per Le Corbusier anche l’anno dell’Esposizione universale di Parigi. Realizza un ambiente espositivo, il padiglione dell’“Esprit Nouveau”, con annesso un diorama che visualizza le proposte urbanistiche per una nuova città messe a punto a partire dal 1922 e un piano per il centro storico di Parigi, in cui propone di abbattere la città vecchia per fare posto a spazi verdi su cui insistono snelli grattacieli cartesiani.

 

Il padiglione , escluso all’inizio con il pretesto della mancanza di posto disponibile, è costruito all’ultimo momento in una zona periferica dell’Expo.

Disegnato, in stile purista, è giudicato dagli organizzatori una mostruosità e circondato da una palizzata alta sei metri per nasconderlo al pubblico. Sarà necessario sollecitare l’intervento del ministro per l’Educazione nazionale, conosciuto attraverso Gertrude Stein, perché il padiglione possa essere finalmente restituito alla vista.

 

Eppure, come vedremo, non mancano all’Expo altre opere di architettura contemporanea offensive del senso comune, quale il padiglione russo disegnato da Konstantin Mel’nikov, l’allestimento City in Space di Frederick Kiesler o il padiglione danese progettato da Kay Fisker.

Ma mentre i primi due possono essere visti come scelte bizzarre di artisti stranieri e il terzo come una variante del classicismo modernista, la costruzione di Le Corbusier è un affronto diretto alla nazione ospitante, un esplicito disconoscimento dell’art déco, di cui l’Expo celebra il trionfo.

 

Il Déco e’ un gusto piuttosto che uno stile che spesso si esaurisce nell’accettazione superficiale di alcuni valori moderni – il geometrismo cubista, il dinamismo futurista, il simbolismo espressionista – stemperati da un eclettismo vorace, che non esita a contaminare motivi egizi, africani o babilonesi in prodotti lussuosi e di perfetta fattura artigianale.

Il Déco è l’arte che negli anni ruggenti fa accettare a una borghesia in ascesa le nuove linee dell’età della macchina e, insieme, il momento di reazione che gli contrappone la citazione classica, e il reperto archeologico.

 

Dal clima Déco si fanno influenzare architetti di eccezionale talento quali Frank Lloyd Wright – anche in questa luce sono da leggere le sue case californiane –, superficiali ma abili modernisti quali Robert Mallet-Stevens, autore di raffinate costruzioni parigine, o innovatori nel campo dell’arredamento quali Francis Jordain, René Herbst e Pierre Chareau, quest’ultimo, come vedremo a proposito della Maison de verre, sicuramente il più dotato dei tre.

 

Il clima che produce il nuovo gusto è determinato da una società cosmopolita, che legge Francis Scott Fitzgerald e si muove al ritmo del charleston e del jazz importato dall’America verso la fine del conflitto mondiale. Che scopre la musica e la danza negra dell’allegra e scatenata Joséphine Baker  che balla quasi nuda e affascina Loos e Le Corbusier mentre Man Ray accorre per fotografarla.

 

Il sarto Paul Poiret già dall’anteguerra propone sfarzosi modelli di bellezza e uno stile di vita dissoluto con figure esili e slanciate.

Prefigurano il culto della donna anoressica: quando crollerà la borsa, saranno chiamate le “donne-crisi”. Gabrielle Chanel, detta Coco, le veste con tailleur con gonna decisamente sopra la caviglia. I capelli sono à la garçonne, le calze di seta rossa. I manichini in vetrina stilizzati.

Il modello maschile è l’ attore hollywoodiano Rodolfo Valentino la cui morte nel 1926 fa precipitare migliaia di fan in una crisi d’isteria collettiva, che porterà a numerosi suicidi.

 

L’Expo di Parigi, programmato sin dal 1912 per il 1915, spostato al 1925 a causa dello scoppio della prima guerra mondiale, è la vetrina di questo gusto, esasperato ed estremizzato.

Ventuno gli stati presenti. Il padiglione italiano, disegnato da Armando Brasini, spicca per bruttezza.

Deludenti anche i padiglioni disegnati da Horta, la cui produzione sta regredendo verso un vuoto e pomposo accademismo, e da Josef Hoffmann, elegante come sempre, ma snervato in un estetismo di modanature ingigantite alla scala dell’edificio, che i critici dell’epoca definiscono una conversione al barocco italiano.

 

Si salvano il padiglione danese progettato da Kay Fisker, ritmato da corsi di mattoni rossi intervallati da fasce di cemento, il padiglione polacco, che colpisce più per la sua sognante bizzarria che per il valore architettonico, e il sobrio padiglione neoclassico della Richard-Ginori, disegnato da un trentaquattrenne promettente: Gio Ponti.

 

Abbondano tempietti e mausolei. Il padiglione olandese disegnato da Jan Frederik Staal fa pensare agli edifici di culto orientali: è uno degli esempi meno convincenti della produzione della Scuola di Amsterdam; solleva l’ira e le critiche di van Doesburg, giustamente risentito per l’esclusione di de Stijl.

 

Sono i sovietici, con il padiglione di Konstantin Mel’nikov, gli unici a puntare su un’architettura decisamente contemporanea.

 

Mel’nikov è scelto a seguito di un concorso in cui sono invitati undici architetti, quasi tutti appartenenti all’ala artisticamente progressista, quali i fratelli Vesnin, Ladovskij, Ginsburg, Golosov. Il suo progetto, schiettamente moderno eppure appariscente e non privo di una certa retorica, lo fa scegliere, nonostante la giovane età e l’inesperienza dell’autore, la cui unica opera di prestigio eseguita alla data del concorso è la bara in cristallo sagomato per il feretro di Lenin.

 

Il padiglione realizzato è il risultato di una snervante opera di revisione, per stare nei tempi e nei costi, che porterà una notevole semplificazione del progetto iniziale, impostato su generatrici curve. Le revisioni, tuttavia, non nuocciono all’architettura. Nella versione definitiva il padiglione è un corpo di fabbrica prismatico tagliato in diagonale da una scala. I due triangoli hanno coperture con inclinazioni opposte raccordate da pannelli inclinati e incrociati che fungono da copertura alla scala stessa. Una torre, realizzata con un traliccio reticolare, posta su un lato della scala, funge da richiamo visivo. La costruzione, per motivi di economia, è interamente in legno. Il colore rosso fiammante. Lo stile costruttivista. Josef Hoffmann lo definisce il migliore edificio dell’esposizione. Mostrano interesse Perret e Mallet-Stevens. Le Corbusier lo apprezza tanto da familiarizzare con Mel’nikov, scarrozzandolo per Parigi. Non mancano ovviamente i giudizi negativi dei tradizionalisti.

 

Al Grand Palais viene presentato l’allestimento City in Space del trentacinquenne Frederick Kiesler, un artista che vive a Vienna, ha lavorato nel 1920 con Adolf Loos ed è entrato in contatto con il gruppo De Stijl nel 1923, quando van Doesburg, favorevolmente impressionato da una scena teatrale in movimento da lui allestita a Berlino, lo cerca e gli presenta Richter, Moholy-Nagy, El Lissitskij, Gräff (la stessa sera, racconta, incontreranno Mies e parleranno di architettura sino a notte fonda).

 

City in Space è un progetto utopico di una città che fluttua nello spazio. Una città aerea e senza peso dove vige il principio statico del tensionismo contro quello dei momenti flettenti e dove sono abolite le pareti perché l’uomo soffoca.

Però che cosa sia il tensionismo nessuno lo sa. Infatti, quando Le Corbusier, che conosce Kiesler attraverso Léger, gli chiede come si possa reggere la città e aggiunge: “Pensi di sospendere queste case agli Zeppelin?”, questi gli risponde, evitando di approfondire il discorso: “No, penso di sospenderle attraverso la tensione”. (Per natura utopista, Kiesler perseguirà per tutta la vita temi ai limiti dell’impossibile.

A cominciare dal Teatro senza fine, che prefigura già dal 1923 e sviluppa in America, dove si trasferisce nel gennaio del 1926. Lo espone all’International Theatre Exhibition del 1926. Il modello è così innovativo da far apparire convenzionale il Teatro totale a scene mobili disegnato nel 1927 da Gropius per Erwin Piscator. Seguono la Space House, la Endless House e altri progetti che prefigurano un modo di vita più creativo, radicalmente alternativo. Amico di Duchamp e di tutta l’avanguardia americana – ne parleremo in seguito – realizzerà la galleria di Peggy Guggenheim.)

 

Qualche parola ancora sul padiglione disegnato da Le Corbusier. È riduttivo vederlo come un’opera d’architettura in sé conclusa, estraniandolo dalla proposta urbanistica illustrata nel vicino diorama. Il padiglione, infatti, è un modulo abitativo che trova la sua ragione solo in una prospettiva urbanistica.

Non una casa unifamiliare isolata, ma un blocchetto che si inserisce – ne prevede 64 per piano, 340 per isolato – negli Immeubles villas che circondano il centro cittadino lasciato ai grattacieli cartesiani.

È l’espediente per contemperare alte densità abitative e insieme – si osservi in pianta la forma a “L” che racchiude un generoso terrazzo – per dare a ciascun abitante una casa con un grande spazio all’aperto, a sua volta affacciato sul verde della corte: cioè, una condizione abitativa da villa anche a un banale appartamento situato al piano alto di un blocco intensivo.

 

AFORISMI RISTRUTTURATI di Diego Lama 

Se l’antenna è lunga l’edificio è più alto 

Un edificio non sa quanti problemi ha dato al suo progettista 

L’architettura non è lo specchio dell’umanità 

Se fuori è bello anche dentro è bello

Quando la matita è in mano, prima o poi esce il disegno

 

CRONACA E STORIA di Arcangelo Di Cesare 

Dicembre 1962- Gennaio 1963

Nel 1962 con la “nota aggiuntiva”alla “Relazione generale sulla situazione economica del paese”, l’On. Ugo La Malfa conferì alla politica del centrosinistra una prospettiva destinata a caratterizzare lo sviluppo della società italiana nei decenni successivi.

L’elevatissimo ritmo di accrescimento raggiunto dall’economia italiana era accompagnato dal permanere di situazioni regionali e sociali arretrate che l’espansione del sistema non aveva alterato.

Il miracolo economico accentuò la differenza tra le condizioni di vita del Nord e del Sud determinando, tra l’altro, un pauroso esodo dalle campagne che, se era in larga misura inevitabile generò la trasformazione dei terreni agricoli.

L’economia di mercato assicurò un aumento del reddito globale e il pieno impiego lavorativo, cercando di risanare gli squilibri regionali e di risolvere i problemi collettivi.

L’aumento e il miglioramento dei consumi pubblici rappresentarono una delle forme più desiderabili di aumento del reddito reale e del miglioramento del tenore di vita, mentre l’espansione dei consumi pubblici rispetto ai consumi privati rappresentò il segnale definitivo del raggiungimento del benessere collettivo.

La programmazione economica delineata dalla “nota aggiuntiva” coinvolse apertamente anche l’opera degli architetti e degli urbanisti chiamati a dare risposte sulla congestione di alcuni centri abitati e il conseguente spopolamento di alcuni territori.

E se è vero che spettò alla politica economica il compito di indirizzare la localizzazione dei nuovi insediamenti, è altrettanto vero che gli architetti non seppero raccogliere al meglio l’enorme possibilità che gli stava passando sotto le mani.

Negli anni ’60, la programmazione economica intesa, come incentivo di libertà non poteva non raccogliere il consenso e l’adesione di tutti quelli che nel decennio precedente, avevano assistito passivi alla caotica e sterile politica degli investimenti pubblici e mentre gli imprenditori cercavano di organizzare il lavoro, i lavoratori era entusiasti nel dare il loro contributo.

Oggi il lavoro è una chimera, di programmazione ne esiste sempre di meno e i singoli contributi sono affievoliti da una lenta e inesorabile depressione.

Si preferisce sempre di più vivere alla giornata cercando di risolvere i problemi solo quando si manifestano; oggi non si programma più nulla e si aspetta che cambi qualcosa.

Che cosa? Aspettiamo il nuovo corso affidandoci al “solito stellone”……..

Architettura.

Nel doppio fascicolo di dicembre-gennaio sono presentate alcune superbe realizzazioni:

-il centro contabile di Napoli opera dell’Architetto Carlo Cocchia, concreto esempio di architettura razionale in cui due corpi rettangolari disposti a T che si innestano tra di loro; la soluzione formale, arricchita dalla modulazione della facciata, risulta discretamente vibrante.

-il negozio Olivetti a Parigi opera degli Architetti Franco Albini e Franca Helg, raffinato esempio di architettura d’interni, sulla scia di quelli già realizzati da Carlo Scarpa a Venezia e Ignazio Gardella a Dusseldorf. L’interno del negozio fu caratterizzato da eleganti montanti lignei che sorreggevano ripiani triangolari; la loro combinazione provocava una moltiplicazione dello spazio generando una gamma ripetuta di cellule modulari tridimensionali.

-la casa sul mare a Long Island dell’Architetto John Johansen, splendida realizzazione caratterizzata dalla contrapposizione tra la volumetria esterna, scultorea, rugosa e introversa e la disposizione interna in cui gli angoli sfuggenti e gli spazi passanti determinano una continuità labirintica centrifugata dal perno centrale del focolare.

-il terminal TWA a New York opera postuma di Eero Saarinen, celebrata sintesi di un edificio inconfondibile, memorabile e capace di esprimere il fascino del volo e del movimento attraverso il suo elevato dinamismo; le originali forme che lo compongono generano, ancora oggi, stupore.

Tra le tante opere costruite, e contrariamente alla linea editoriale della rivista di presentare solo edifici costruiti, viene divulgato il progetto di concorso per la realizzazione del grattacielo Peugeot opera dell’Architetto Maurizio Sacripanti.

Il progetto, che fu giudicato dalla commissione meritevole di una sola menzione, era originale e brillante e, dal confronto con i vincitori, ne usciva rivalutato a dismisura; la rivista, pubblicandolo, cercò di ripagare il torto subito.

Il grattacielo era organizzato come un quartiere in verticale, con una torre centrale per servizi e ascensori sui quali s’innestavano i blocchi di uffici con altezza variabile da uno a dieci piani.

Questi blocchi variabili erano capaci di generare una vibrante tessitura esterna caratterizzata da continui vuoti occupati da giardini pensili.

A sottolineare ancora di più le facciate fu l’apposizione di lamelle frangisole regolabili, connesse agli infissi, che oltre a garantire l’oscuramento erano capaci, con il loro movimento, di creare scritte pubblicitarie.

Il risultato fu una soluzione non solo estremamente suggestiva, ma altamente integrata: volumi funzioni, struttura, prefabbricazione e pubblicità determinarono un tutto coerente, aggressivo, figurativamente vibrato ed esaltante.

Le stupende prospettive di Mario Mafai sono ancora lì a testimoniarlo…….

Se nel 1962 decidevi di comprare il libro di Filiberto Menna su Mondrian, edito dalle Edizioni dell’Ateneo, spendevi 2.500 lire ……….pardon 1.29 euro……..

 

Architetto Arcangelo DI CESARE

www.xxl-architetture.com

mail: a.dicesare@xxl-architetture.comarchang@libero.it

 

INTERMEZZO di Edoardo Alamaro 

Mezzogiorno 

Napoli coloniale, piazzetta Trinità degli Spagnoli, sopra i Quartieri. Da via Toledo, all’altezza del nobile palazzo Zevallos Colonna di Stigliano, oggi Banca Prossima, dove sta in mostra “l’ultimo Caravaggio”, bisogna salire su dritto, (quasi) di fronte al puntuto portale barocco di Cosimo Fanzago.

Il mio giovane amico Antonio, della Casaforte S.B. mi fa da Virgilio. Sta di casa proprio “in piazzetta”, nell’ex chiostro del convento della Trinità, requisito nel 1806 con le leggi eversive dai francesi. Ha ri-architettato con la moglie un loft bellissimo, nei locali che un tempo –mi dice– erano sede di un grande stabilimento cromo-litografico. C’è infatti ancora qualche pietra d’arte superstite, a testimonianza di quella Napoli operosa che fu.

Antonio mi parla di Pietro Bianchi di Lugano, l’architetto neoclassico del Largo di Palazzo del Borbone e della famosa ottusa chiesa che troneggia sulla Piazza. Io sono qui per questo. E’ abile Antonio: con le sue parole mi ha incuriosito ad arte applicata. Del resto si occupa di “semina d’arte” a Napoli. E in questo caso direi di “semina d’architettura”. Se son cose fioriranno. E qui, sui Quartieri, c’è invece puzza di bruciato. Puzza di Napoli città coloniale, quella di sempre.

 

Anche Pietro Bianchi, “architetto di prima classe” del re Ferdinando, con un appannaggio mensile di ben 184 ducati, stava infatti di casa e studio e laboratorio qui, alla Trinità degli Spagnoli. Tutto franco, tutto a spese delle casse del re, (chiamalo fesso!). Ne è testimonianza ancor oggi l’alto cantonale dell’ex convento, una sorta di torre sulla piazzetta, un elemento distintivo, singolare per Napoli. Fu ridisegnato dal Bianchi stesso quale adeguato suo ingresso residenziale. E’ risolto (in gran parte) a mattoni, alla maniera lombarda, con qualche adattamento “locale” in tufo, come da consiglio regio.

La lapide che ricorda l’illustre residente non è grande, anzi è trascurabile. Sta posizionata anonima a tre metri di altezza, in corrispondenza del civico 21 della salita Trinità degli Spagnoli, svoltata l’omonima piazzetta. Te la devi andare a cercare nel gran groviglio dei fili elettrici, telefonici e d’antenne televisive che pende dal muro perimetrale. Abbiamo qualche difficoltà a leggerla, sbiadita com’é. Ma sforzandoci la leggiamo insieme, io e Antonio.

 

Ne trascrivo ‘e PresS/T il testo su un fogliettino, è simpatica:

“AL CAVALIERE PIETRO BIANCHI DI LUGANO / INGEGNERE ARCHEOLOGO INSIGNE / CONTROLLORE DEGLI SCAVI E ABBELLIMENTI IN ROMA / ARCHITETTO DEI BENI FARNESIANI / DEI REALI PALAZZI E DEL REAL MUSEO NAZIONALE / DIRETTORE DEGLI SCAVI DI POMPEI ED ERCOLANO / DELL’ANFITEATRO CAMPANO E DI TUTTE LE ANTICHITA’ DEL REGNO / DISEGNO’ E CURO’ LA EDIFICAZIONE DEL TEMPIO DI SAN FRANCESCO DI PAOLA / MORI’ IN QUESTA CASA DI ANNI 62 / IL 29 DICEMBRE 1849”.

L’Antonio-Virgilio mi dice di un libro dove stanno scritte tante cose suc-cose e succu-lenti del Bianchi … mi saluta, deve andare. E io vado ‘e subbito, ‘e PresS/T, a verificare sulle carte questo pezzo del serial “Napoli, città coloniale”.

 

Biblioteca Nazionale, sezione napoletana. E facile da raggiungere scendendo giù dai Quartieri spagnoli. Cerco nel vecchio schedario cartaceo il libro: “Pietro Bianchi 1787 – 1849 architetto e archeologo” a cura di Nicoletta Ossanna Cavadini, Electa 1996, catalogo della mostra. Lo trovo facilmente, compilo il modulo, me lo danno subito da leggere, che efficienza!

E’ molto interessante il libro. L’attacco dell’introduzione, dovuta al compianto Giancarlo Alisio, è fulminante. E’ illuminante. Si, confermo: più che un neoclassico di Milano, Pietro Bianchi è un “classico” di Napoli oggi, per governare i napoletani, gli artisti e gli architetti napoletani. Cogitò all’uopo il compianto Massimo Troisi: “Sai perché il Mezzogiorno d’Italia si chiama così? Perché quello scende dal Nord, si siede e mangia: è Mezzogiorno!” Però Troisi si sbagliava, trascurava un particolare: “quello” era chiamato a scendere dal Nord, per sedersi a pranzo a Mezzogiorno. La vicenda di Bianchi è esemplare.

 

Infatti a pagina 19 sta scritto: “Venuto a Napoli su invito di Ferdinando di Borbone nell’agosto del 1816 con l’incarico di esprimere solo un parere sui progetti per la chiesa di San Francesco di Paola prescelti dal Consiglio degli Edifici, Pietro Bianchi stilò una relazione intitolata: “Osservazioni sopra li due progetti della chiesa da costruirsi al largo di Palazzo ….”.

Il trentenne architetto ticinese proveniente da Brera e poi specializzato con un master nella Roma archeologica, (fu il Canova che “consigliò” il Borbone a chiamarlo, che endorsement!), criticò aspramente le soluzioni proposte dai “locali” Leopoldo Laperuta e Giuliano De Fazio e … con-vinse facilmente il Borbone, che non aspettava altro che questo “parere” superiore (del Nord, appunto) per trarsi d’impaccio dalla difficile scelta tra i locali, litigiosi doc.

 

Fu così che il Bianchi bianchissimo lavato con AVA (Alta Velocità d’Architettura) Milano-Roma-Napoli, si fottette subissimo l’incarico di approntare il nuovo progetto che verrà infatti realizzato a partire dal 1818. I lavori durarono una ventina di anni. La chiesa reale del Borbone (poi del Plebiscito unitario), fu infatti inaugurata nel 1836, con gran concorso di folla, autorità, alberi della cuccagna, dirette televisive e … e tutto quanto consueto in questi casi coloniali.

“Iniziava così, nel 1816” -continua l’Alisio- “la permanenza di Bianchi nella capitale che si concluse con la sua morte nel 1849, dopo anni densi di grandi soddisfazioni e di pessimi rapporti con l’ambiente professionale napoletano al quale rimase sostanzialmente estraneo. Che mal lo sopportava ritenendolo colpevole di avere ottenuto in maniera assai ambigua l’incarico …. bla, bla, bla”. (Oltre ai due già citati, De Fazio e Laperuta, al ricordato concorso indetto dal re Borbone, avevano partecipato nomi del luogo non secondari: Antonio Niccolini, Pietro Valente, i fratelli Gasse, Pompeo Schiattarella, Francesco De Cesare …; il Niccolini, a compenso, fu però poi anche lui insignito del titolo (e dei ducati) di “architetto di prima classe della Real Casa”, ma solo per tutto quanto riguardava “l’effimero” degli apparati e feste varie: ducati 120 al mese, 64 meno del Bianchi, quello del “parcellone”!, nda).

 

Salto a pagina 33. Nel bel saggio della curatrice del catalogo si ribadisce l’estraneità di Bianchi a Napoli e al suo ambiente: era l’architetto primo del re, puntuale, pignolo, onesto …; proverbiale era la cura maniacale delle sue campagne di scavo a Pompei. Diventò famosissimo in tutta l’Europa per lo scavo della casa del Fauno con il pavimento musivo della battaglia tra Dario e Alessandro. Correva l’anno 1831 e Bianchi aveva 45 anni. Tutte le Accademie se lo contendevano, ma a Napoli “… non ebbe mai una commissione privata al di fuori della casa regnante”. Mantenne Bianchi, questo è fondamentale, un profilo alto, distaccato, internazionale, superiore. Si amministrò molto bene, continuando a tessere l’antico legame con il Ticino, col l’Accademia di Brera di Milano e con l’Ateneo di Pavia nei quali si era formato. Napoli, città coloniale.

 

Sottolinea infatti la Cavadini: “Nella città partenopea Bianchi si circondò di maestranze lombarde-ticinesi, attribuendo loro incarichi importanti, che contribuirono a creare inimicizie e incomprensioni”. A pagina 29 del libro sono infatti ricordati alcuni di quei nomi: l’ingegner Luigi Gandini di Milano, diretto sottostante di Bianchi in qualità di “Ajutante dell’Ingegnere direttore”, con il considerevole stipendio di ottanta Ducati al mese; Raffaele e Gabriele Cattori di Lamone per le opere della cupola in stucco; Giorgio Pelossi di Bedano, che da stuccatore apprendista schizzò nel 1829 alla direzione dei lavori “de la grande cupola” (allora si che funzionava col merito l’ascensore sociale artigiano, nda). Ed ancora: l’architetto Luigi Cerasoli, milanese, che partecipò attivamente alla seconda fase della costruzione della chiesa di San Francesco di Paola; Michele Rusca che partecipò ai rilievi delle campagne di scavo a Pompei ….

 

Ma non basta: il 21 febbraio del 1818 fu stipulato il contratto d’appalto per edificare la Chiesa. Con chi fu stipulato, nella Napoli coloniale? Si stipulò con Domenico Barbaja, noto impresario di origine milanese, bingo, bango!!

E’ scritto ancora, pag. 30: “Tra Pietro Bianchi e l’impresario Barbaja vi furono sempre ottimi rapporti, incentrati sui rendiconti meticolosi che l’architetto redigeva con estrema precisione: la grande perizia tecnico-scientifica mai fu messa in discussione dai colleghi.” Del resto Bianchi, oltre a redigere il progetto, aveva ottenuto dal Borbone anche la direzione dei lavori.

E da bravo ticinese aveva una indiscussa competenza di cantiere. E quello reale di San Francesco di Paola non era cosa facile. Era di grandi dimensioni e impegnava molta manodopera da governare: dagli iniziali 4698 operai, leggo, si raggiunse infatti una punta massima di 8195, per scendere a 2878 verso il 1824. E c’è da giurare che, man mano che si andava alla stretta finale, verso la finitezza e l’accuratezza tecnologica, sarà salita la percentuale di manodopera specializzata, svizzerotta o del milanese, spedita “a Mezzogiorno”. Napoli, città coloniale, sempre la stessa storia … Va bene, basta così per un intermezzo.

 

“Si possono fare quelle fotocopie?”, chiedo. L’addetto concedente soppesa il libro, lo sfoglia, mi guarda, mi domanda: “Quante?”. “Una decina di pagine”, gli rispondo. “Va bene, le segni sulla richiesta”, concede, .. vado.

La tessera di 12 fotocopie costa un euro. Pago, le faccio da me stesso, sono le due del pomeriggio e non c’è nessuno. Consegno rapido il libro e scendo giù per le scale della biblioteca. Non ci venivo da tanti anni, amata biblioteca ….

Fuori pioviggina tristemente. Rivedo la piazza, la grande Chiesa, il difficile innesto tra la possanza del Pantheon e l’abbraccio del colonnato di San Pietro; l’alto tamburo mi sembra ancora più marziano di quanto non lo ricordassi …

Vado nella città coloniale, alla fermata del bus. Ma quando passa l’R1, Lpp? Saluti, Eldorado

 

RECENSIONI, COMMENTI, SUGGERIMENTI 

“UNDESTANDING ARCHITECTURE_a primer on architecture as experience”

di Robert McCarter e Juhani Pallasmaa

Edizioni Phaidon, 2012

euro 69,95

 

Un manuale, dedicato a studenti, addetti ai lavori e general audience, pensato come vademecum per comprendere a pieno non l’architettura ma le architetture: sviluppato intorno a 12 temi chiave (SPACE, TIME, MATTER,GRAVITY,LIGHT,SILENCE,DWELLING,ROOM,RITUAL,MEMORY,LANDSCAPE,PLACE) propone per ognuno un saggio critico iniziale, seguito da 6 esempi iconici, dalle Piramidi all’Opera House di Sydney. Interessante soprattutto perché, ciascuno dei singoli edifici, è spiegato in modo che chi legga abbia l’impressione di “camminarci attraverso”. Secondo gli autori infatti – entrambi professori universitari, uno americano, l’altro finlandese – l’architettura non può essere compresa se non attraverso l’esperienza di essa, quando tutti i sensi riescono ad essere coinvolti simultaneamente. 

In un tempo come questo, dominato dalle immagini e dal “LOOKS LIKE”, è necessario un ritorno all’esperienza spaziale dell’architettura, più che alla sua pura esperienza esteriore. Alvar Aalto diceva: “non bisogna valutare come appare un edificio il giorno della sua inaugurazione, ma come esso appare trent’anni dopo.”  Perché, va detto, è proprio a distanza di tempo che si riesce a considerare un’architettura memorabile: quella cioè che, visitata in infinite occasioni, propone ogni volta nuove esperienze sensoriali legate alla luce, alle stagioni, alla sua funzione.

 

BODY-MOVEMENT-MEMORY-IMAGINATION-INTERACTION. 

 

Voto: 8 

Giulia Mura

 

IDEE 

La selezione del portiere

Ricordate il palazzo in via Foria dove abitava il professor Bellavista nella Napoli degli anni ’80, ben narrata nel film “Così parlò Bellavista” ?. A presidiarne l’ingresso vi erano ben tre portieri: “Armando il portiere, Don Ferdinando sostituto portiere e Salvatore vice del sostituto portiere, senza contare poi Garibaldi, il pappagallo, che sa i nomi di tutti gli inquilini del palazzo”.

In uno degli uffici pubblici che grazie, o a causa, della professione di architetto mi trovo a dover frequentare, sono comunque riusciti a superare il palazzo del prof. Bellavista e a sorvegliare l’ingresso sono state posizionate ben cinque persone.

In questi uffici, per avere un colloquio di lavoro con il funzionario addetto, occorre essere ricevuti, questo avviene solo attraverso un appuntamento ed in determinati giorni ed orari e dopo aver superato l’ostacolo portierato. Ostacolo incomprensibile poichè anche durante i tempi consentiti, le stanze sono quasi sempre deserte, si cammina tra una sequenza di porte chiuse disposte lungo corridoi lunghissimi e silenziosi a temperature caraibiche anche in pieno inverno.

Chi come me proviene da un’università come quella di Napoli, prestigiosa ma non esattamente organizzata, sa che per divenire architetto ha dovuto sottostare ad una serie di prove fisiche e psicologiche di grande difficoltà, tali che un portierato, per quanto complesso, non può essere motivo di spavento o di particolare ostacolo.

Ma, in ogni caso, il colloquio è possibile solo dopo aver oltrepassato l’inflessibile controllo della portineria.

Che è composto dal seguente organico:

1) L’esperto: Si tratta del capo. Lo si riconosce da due caratteristiche oggettive: l’età e le mansioni. L’età in quanto è certamente il più anziano ed è prossimo alla pensione (Fornero permettendo) e le mansioni, perchè non ne svolge nessuna se non quella del comando.

2) L’inquisitore: E’ l’uomo che, appena compari in sala d’attesa, sporgendosi dal gabbiotto ti scruta con il sopracciglio sufficientemente arcuato e gli occhi da ispettore di polizia, dopodichè ti sottopone ad una rapida quanto inquietante inquisizione. Chi sei, da dove vieni, titolo di studio, con chi vuoi parlare, di cosa si tratta, se hai già un appuntamento, dopodichè ti chiede un documento d’identità, che perlustra come farebbe un carabiniere con un latitante. Se soddisfatto, annuisce leggermente con il capo e passa la tessera al collega seguente. Se non soddisfatto, scuote il capo con una smorfia contrita e imbraccia il telefono, tramite il quale compone una serie di numeri ai quali puntualmente non risponde nessuno. Di solito si arrende e passa comunque il documento al collega, altrimenti insiste finchè non riceve risposta di un funzionario che a sua volta viene interrogato sulla veridicità delle tue generalità. Questo passaggio può durare anche venti minuti nei quali non bisogna commettere l’errore di perdere la pazienza, anzi è utile mantenere la calma e continuare a sorridergli dietro al vetro del gabbiotto per rassicurarlo. 

3) Il giovane: Si tratta di un ragazzo sulla trentina, ben vestito ed apparentemente non abilitato all’uso della parola. Ha in dotazione una sedia dalla quale non si alza mai, forse per non perderne il possesso o perchè non autorizzato. Davanti a sè ha un quadernone a righi dove annota i tuoi dati, l’ora di ingresso ed il funzionario con il quale hai chiesto di parlare. Di solito accanto al quadernone sono in bella vista i documenti degli altri architetti che sono già stati approvati ed intanto vagano per il fabbricato. E’ l’unico dotato di un elemento di tradizionale cancelleria: la penna biro. 

4) La “quota rosa”: E’ una donna piuttosto grassa, anch’ella dotata di una sedia dalla quale non si alza mai anche perchè ne è entrata con difficoltà e non sarebbe in grado di uscirne senza un aiuto esterno. Di solito la si scopre essere impegnata in una delle seguenti attività: l’uncinetto (o la variante, la maglia con i ferri lunghi), le parole crociate (anche il Bartezzaghi di elevata difficoltà), chiacchierare al telefono (il fisso del gabbiotto) o con qualche conoscente passata a salutarla. Ha il volume della voce “settato” molto alto e un pessimo carattere tanto che anche il capo le rivolge raramente la parola e mai per contraddirla.

5) L’addetto alle pubbliche relazioni: L’individuazione e la catalogazione di questa unità lavorativa mi ha occupato per diverso tempo poichè costui possiede doti di mimetismo di grande qualità. In generale si occupa dei servizi esterni come quelli legati al sostentamento alimentare dello staff, quindi con compiti di garzonaggio. Ma la sua specialità è la conversazione con il pubblico in sala d’attesa, dove rivela doti di intrattenimento degli ospiti intavolando discussioni su argomenti di qualsiasi natura. Ha libertà di movimento pressochè illimitate e praticamente non entra mai nel gabbiotto di portineria innanzitutto perché non saprebbe cosa farci e poi perchè non c’è più spazio.

 

I visitanti architetti avevano imparato ad apprezzare queste figure umane, tanto da diventarne quasi amici, ma con mio grande dispiacere, stamattina, ho scoperto che, probabilmente nell’ambito di un piano di razionalizzazione delle unità lavorative in forza al ministero, le ultime due sono venute a mancare.

E non è stato aggiunto neanche il pappagallo 

Christian De Iuliis

www.christiandeiuliis.it

 

SGRUNT  a cura di Marco Maria Sambo 

Finisce un’epoca: chiude il NAI di Rotterdam, apre Fundamentals di Rem Koolhaas

Chiude ufficialmente il Nederlands Architectuurinstituut (NAI) di Rotterdam, fulcro internazionale dell’architettura olandese e mondiale dal 1988, anno della sua fondazione. Al suo posto è stato aperto, il primo gennaio 2013, un nuovo istituto per la “creatività industriale”. Ho letto questa notizia l’altro giorno su Domus Web e ancora devo riprendermi. Il NAI è stato al centro del dibattito d’architettura negli ultimi 24 anni. All’interno del bellissimo edificio di Jo Coenen si progettava l’architettura del futuro, si pianificava la città del domani. Sono nate in questo edificio, negli anni ’90, tantissime idee che hanno rivoluzionato in modo del tutto positivo l’architettura contemporanea. Poi sono arrivate le archistar e tutto è cambiato. E se ci pensiamo bene questa chiusura pone simbolicamente fine a un ciclo: è la fine di un’epoca positiva e creativa; epoca fagocitata anche (in questi ultimi anni) da chi l’ha fatta nascere e crescere.

 

Chissà se Rem Koolhaas -l’astuto e (un tempo) geniale architetto olandese- celebrerà il NAI nella Biennale Architettura di Venezia del 2014 dal lui curata. Certamente il titolo che Koolhaas ha scelto è indicativo: “Fundamentals”. «Sarà una Biennale sull’architettura. Nessuna celebrazione del contemporaneo ma ci concentreremo sulla storia e sull’evoluzione delle architetture nazionali degli ultimi 100 anni» ha detto Rem Koolhaas presentando la sua Biennale. Chissà, staremo a vedere. Il titolo è interessante, le idee pure. Magari nascerà un giorno, dalle ceneri delle archistar ormai redente, un nuovo e meraviglioso NAI che inaugurerà una nuova e splendida stagione per l’architettura contemporanea. 

marco_sambo@yahoo.it

 

SEGNALAZIONI 

Cento Quadri per l’Estate Romana

Nella convinzione che Renato Nicolini abbia contribuito con l’Estate Romana ad avvicinare la capitale italiana ai suoi abitanti e anche all’Europa in modo culturalmente elevato e, al tempo stesso, amichevole; che l’Estate Romana abbia intercettato quella necessità di ‘sentire insieme’ negli spazi della città da parte delle genti; che questa necessità culturale si è dimostrata per molti cittadini uno strumento di condivisione ancor più sentito delle manifestazioni di piazza; che tale modalità d’uso della città è divenuta essa stessa un nuovo modo di manifestare; che il ‘sentire insieme’ nelle città costituisce un argine da rafforzare contro i soprusi provenienti dalla bassa politica, che troppo spesso minano i diritti dei cittadini; che nell’idea dell’Estate Romana si invera il desiderio di mettere in sintonia le genti che vivono la città, residenti e turisti, nei caldi mesi dell’anno e non solo;il Comitato scientifico composto da Ruggero Lenci (architetto), Franco Luccichenti (architetto), Paolo Palomba (presidente di “Atelier Paema – spazio urbano protetto”), Giuseppe Pullara (giornalista, Corriere della Sera), Franco Purini (architetto), Claudio Strinati (critico d’arte), insieme a Gangemi Editore,

I N V I T A N O

100 tra architetti e artisti a realizzare un dipinto inedito (ovvero a tutt’oggi non ancora eseguito) avente come tema “l’Estate Romana”, vista nel suo passato, ovvero volta verso un suo possibile futuro.

Si tratta di una mostra ‘evocativa’ di una ‘esperienza di massa’ di percezione e ‘uso’ della città di Roma come somma di luoghi che si animano di una pluralità di significati. Una ‘rete’ di emozioni possibili, tessuta da Renato Nicolini, per dare ‘un’estate’ anche a chi rimane in città, ma soprattutto per restituire una “città aperta” alle genti (i fatti di Berlino del 1989 sono successivi a questo desiderio). L’Estate Romana ha costituito un grande momento di aggregazione e condivisione anche di esperienze estetiche. La mostra dei dipinti dovrà avere, pertanto, la capacità di sottrarre questo straordinario evento al passato e all’oblio, attraverso una somma di opere volte a ‘propiziare’, in un momento difficile e oscuro qual è quello che stiamo vivendo, una nuova ‘estate dell’essere’.A titolo di esempio il dipinto (da realizzarsi principalmente o esclusivamente a pennello) potrà contenere, anche in forma astratta, una o più delle seguenti suggestioni: parti della città di Roma antica e/o moderna; edifici; genti e personaggi; ambientazioni e installazioni tipiche dello spettacolo teatrale, musicale, cinematografico; animali, piante, ecc.; altri elementi ritenuti utili a veicolare il messaggio artistico.

Le tecniche ammesse sono: olio, acrilico, acquarello.

Le dimensioni finite della tela (olio e acrilico) possono variare da 50×70 cm a 100×150 cm.

La tela sarà bordata da una piattina in legno color noce di 1 cm di spessore, alta quanto il telaio (non più alta per ragioni di volume nel loro stoccaggio e movimentazione), non avrà vetro e sarà munita di attaccaglia/e. L’eventuale acquarello, sempre munito di attaccaglia/e, potrà anche essere di dimensioni minori delle minime e protetto da vetro.

Le opere, firmate e datate 2013, andranno presentate entro le ore 16,30 di martedì 30 aprile 2013 presso la Casa Editrice Gangemi di Roma, in via Giulia 142, insieme a un CD/DVD contenente un’immagine ad alta risoluzione del dipinto, la descrizione della tecnica utilizzata, le dimensioni, il titolo dell’opera e una breve descrizione di 500 battute circa.

Venerdì 21 giugno 2013 alle ore 17,30 presso la Casa Editrice Gangemi in via Giulia 142 Roma, sarà inaugurata la mostra (che è nell’intenzione degli organizzatori rendere itinerante) e sarà presentato il catalogo delle opere.

Chi desidera candidarsi a partecipare con una propria opera potrà inviare richiesta, documentata da due immagini di tele eseguite e da un breve curriculum di non oltre 1000 battute nel quale possono essere inseriti eventuali link, ai seguenti indirizzi e-mail (a tutti e tre contemporaneamente): at.paema@gmail.com, at.paema2@gmail.com, at.paema3@gmail.com

 

TESTIMONIANZE 

Fiona Serrelli : La Fiera sta meglio ad est

Alla nuova Fiera di Roma si arriva in treno, per raggiungerla è stata costruita una stazione nuova.

Si può anche arrivare in automobile ma ci si confonde nel dedalo di accessi ai parcheggi e sull’autostrada c’è sempre traffico.

La ferrovia, invece, consente un esperienza necessaria per comprendere la città guardandola dai suoi margini.

Il paesaggio della Portuense è lunare, acquatico, antico, prelude al mare, evoca ricordi di agro romano, propone brandelli di campi coltivati e pascoli aridi.

L’edificio della nuova Fiera, sembra esservi stato posato sopra.

L’area scelta è perfettamente adeguata per accogliere un tale spazio espositivo: è fuori dal caos urbano, raggiungibile facilmente dall’aeroporto, con tanta superficie per capannoni e parcheggi. A rendere credibile l’operazione è stato chiamato un solido architetto della tradizione romana per progettarlo e realizzarlo.

Il primo progetto dello Studio Valle per la Fiera di Roma, è accurato, non particolarmente innovativo né sorprendente, ma espressione di una ben assimilata cultura edilizia pratica.

 

La realizzazione, invece, si è materializzata articolandosi intorno ad una passerella pedonale soprelevata di sei metri dal suolo che serve coppie di padiglioni, coperta da “coil” di acciaio inox specchianti. Un giorno, forse, a completare il progetto arriverà il Centro Direzionale, che nelle intenzioni originarie, è l’emblema che simboleggerà la Fiera, coperto da una pelle di acciaio e cristallo, posto all’incrocio delle direttici pedonali.

La maglia compositiva appare geometricamente ferrea, come se questa rigidità fosse il presupposto per raggiungere gli obiettivi che la committenza aveva richiesto:

riconoscibilità dell’intervento, basso impatto ambientale, flessibilità di utilizzo, economia di realizzazione e gestione.

A soli sei anni dalla sua inaugurazione, la rigidità compositiva ha in qualche modo sclerotizzato il complesso, su tutto sembra aver prevalso l’economia di realizzazione e gestione, producendo una raccolta di pezzi strutturali, prefabbricati, ognuno scollegato dall’altro che generano sensazioni contrastanti, dove l’architettura, intesa nelle categorie vitruviane sembra non esserci.

La sensazione è che “il sito”, ora, sia una landa brulla e pianeggiante solcata ossessivamente da arterie asfaltate che girano ad anello, sicuramente non ci sono interferenze tra il traffico veicolare e quello pedonale, ma perché avrebbe dovuto crearsi questa commistione, che non è presente in alcun edificio fieristico?

Riguardo “l’utilitas”, appare difficile rilevare una funzione, spesso la gestione ha proposto esposizioni che hanno prevalenza locale.

“La venustas”, la bellezza, sembra essere stata accantonata, per fretta, per mancanza di fondi, forse non era negli accordi che la cura del particolare e del dettaglio sono le reali espressioni dell’architettura e che quando non ci sono si parla di “manufatto”.

Ma ciò che colpisce di più, ha a che fare con la “firmitas”, bandiera del progetto; se è vero, come riportato nell’agosto scorso, anche dal Corriere della Sera, che oggi, il complesso “affonda” letteralmente in un terreno subsidente, ossia, che lentamente ma progressivamente si abbassa.

Nel lunare paesaggio dell’agro romano, c’è, infatti, questo inconveniente, un tempo Ponte Galeria ospitava paludi, nel sottosuolo c’è acqua, ci sono porti e città antiche.

Il rigido, aereo, meccanizzato e funzionale percorso pedonale, che serve contenitori sovradimensionati rispetto all’affettiva fruizione, è coperto da nastri metallici che riflettono i colori scuri del pavimento evocando sensazioni da tangenziale est allo Scalo San Lorenzo.

Roma vuole andare verso il mare, è stato consumato tutto il suolo all’interno?

Occorrerebbe riflettere sulla visione strategica che ha portato alla scelta localizzativa e dimensionale della Nuova Fiera di Roma, sulla necessità che un’area così rilevante dal punto di vista paesaggistico dovesse essere intaccata, a fronte del fatto che Roma, al suo interno, conserva tutt’ora ruderi di archeologia industriale, caserme dismesse, spazi di risulta, degradati, che dovrebbero essere rifunzionalizzati, magari a padiglioni fieristici, e che, ritornati a nuova vita, inevitabilmente stimolerebbero la rinascita dei quartieri e delle zone in cui insistono.

Forse la scelta è stata facilitata dal fatto che questo luogo, non più campagna e non ancora periferia, si è lasciato consumare indifeso, attaccato da ragioni politiche, finanziarie figlie di una visione strategica degli anni ottanta che ha cementificato, con oggetti disparati, tutta l’area della Via Portuense.

Con le stesse ragioni anche l’architettura sembra messa in secondo piano laddove, invece, avrebbe potuto e dovuto esprimersi nelle sue migliori forme, le più accattivanti, forse non le più moderne, in quanto, quest’area doveva essere la vetrina commerciale della Capitale.

Nonostante il treno, alla Nuova Fiera, sembra che Roma non arrivi e sicuramente con fatica ci arrivano i romani.

 

CONTRO-ARCHITETTURA di Massimo Locci 

Alessandro Anselmi

Durante la sentita commemorazione per Alessandro Anselmi all’Accademia di San Luca  mi è tornata alla mente una recente bustina di Minerva di Umberto Eco sulla morte. Commentando un numero della rivista “Magazine Littéraire”, incentrato appunto sul rapporto letteratura-morte, Eco constata come storicamente la sua presenza nella narrativa (al pari che nella filosofia e nella religione) abbia aiutato gli uomini a prendere confidenza con essa. Anche l’architettura e l’arte del passato svolgevano costantemente una funzione didattico-terapeutica non dissimile: eros e thanatos, amore e odio, non erano mai disgiunti.

Oggi la morte delle persone care e che stimiamo ci coglie sempre impreparati. Nel caso di Sandro Anselmi sapevamo da alcuni mesi che stava male, ma nessuno si aspettava che ci avrebbe lasciato così presto. Questo spiega solo in parte la grande partecipazione di amici, colleghi progettisti, docenti, studenti, artisti, estimatori nei due momenti pubblici di commiato. In parte deriva anche dal suo particolare carattere, sempre disponibile a un confronto e che non poneva barriere; era un raffinato intellettuale con cui discutere piacevolmente.

Ognuno dei presenti , per motivi diversi, aveva un particolare legame con Sandro e che, come pochi mesi fa era successo per Renato Nicolini, l’intera comunità di docenti e degli architetti romani,  sempre divisi per differenze di posizioni, per ruoli e generazioni, si era  riunita per rendergli omaggio.

Sandro Anselmi è stato maestro di molte generazioni di architetti, compresi i suoi coetanei, che hanno riconosciuto in lui un caposcuola, una figura di riferimento per un’azione corale capace di determinare nuovi e diversi rapporti con la società, con chi gestisce le trasformazioni dell’habitat, con la politica e il mondo della produzione edilizia. Rispetto alla generazione precedente, che si era battuta per l’affermazione dell’architettura moderna, la sua ha potuto concedersi il lusso di riflettere con spirito critico sul senso del proprio operare, sul valore della contemporaneità (funzionale e figurativa) in continuità con le Avanguardie storiche e in contrapposizione con gli stilemi sclerotizzati dell’International Style. Centrale la riflessione e  il rapporto con la Storia, sui significati simbolici ed evocativi dell’opera d’arte, sul ruolo dell’architetto come intellettuale organico.

Nel ’64 è tra i fondatori e figura trainante del GRAU (Gruppo Romano Architetti Urbanisti); il cui manifesto chiarifica l’approccio,” il prezzo pagato dal Movimento Moderno è stata una doppia impotenza: sul piano della trasformazione strutturale della società, tramite formalistiche illusioni sociali e, sul piano dell’elaborazione architettonica, con l’erronea assunzione degli stessi parametri (socio-tecno-tipologici) a impossibili leggi compositive…”. Nella prima metà degli anni sessanta il panorama dell’architettura, infatti, appariva loro imbrigliato e incapace di aderire alle esigenze della società e, quindi, di dare risposte ai valori della contemporaneità. Qualche anno dopo più esplicitamente rivendicano per  l’architettura una nuova identità come arte e come “pensiero: unità del molteplice, giudizio, verità

 Sulla scorta delle fascinazioni kahniane  mettevano in discussione alcune certezze apodittiche del MM: le composizioni seriali e rigide, le modalità d’intervento atopiche, la programmazione delle trasformazioni urbane senza commisurarsi con i valori geografici e antropologici. Ragionando sulle necessità di  definire limiti al costruito,  tra città e campagna, nasceva una embrionale coscienza ecologica e un’attenzione concreta per i centri storici, per le relazioni morfologiche e paesaggistiche dei centri minori. Ai movimenti d’avanguardia (Futurismo, Costruttivismo, Dadaismo ed Espressionismo) si affiancava un’attenzione non ideologica verso il Novecento italiano, cogliendo aspetti significativi di ciascuna esperienza e coniugandolo con il proprio in modo non banale.

Quella di Sandro Anselmi è una generazione di architetti che si preparava al cambiamento rafforzando la struttura teorica  e comunicativa dell’idea progettuale; facendo leva sulle concatenazioni geometriche di figure primarie, sulle morfologie complesse, sull’astrazione e le utopie ( il loro progetto per gli Uffici della Camera dei Deputati aveva come motto un ossimoro: Astrazione Determinata), sui significati simbolici ed evocativi dello spazio figurativo. Intendevano il progetto di architettura come leva politica per un cambiamento della società e come strumento di opposizione all’ottimismo fideistico del capitalismo.

L’esperienza del GRAU sostanzialmente si chiude paradossalmente con la Via Nuovissima alla Biennale di Venezia del 1980, la prima grande vetrina internazionale del gruppo, dove realizzano uno spazio  funereo, direi rispondente a un principio di “auto-contestazione”( perché esito di un conflitto latente interno al gruppo). Lo definirei una reinterpretazione storico-critica (dei colombari romani?) di uno spazio chiuso e involuto: più che il tanto atteso scontro frontale con gli stilemi del M.. In Sintesi realizzarono l’opposto di quanto fino ad allora teorizzato.

Viceversa il confronto con le sperimentazioni e la ricchezza semantica di Gehry, di Eisenman, di Hollein o di koolhaas, fornì a Sandro Anselmi nuovi e vivificanti stimoli, che gli consentì di impostare una nuova ricerca sullo spazio liquido, sulle concatenazioni geometriche (reinterpretando anche la lezione wrightiana), sulle polifocali, sulla percezione e fruizione obliqua, sulle forme simboliche di matrice anche aleatoria, zoomorfica e fantastica, sulle superfici piegate, gli origami, le rigate, le superfici curve e i paraboloidi (lo spazio temporizzato e curvo  di Einstein), che ha portato avanti con molta coerenza fino a oggi.

 Il recente complesso parrocchiale S. Pio da Pietrelcina, in località Malafede a Roma, ne è un esempio. Con elaborate operazioni di geometria topologica, deformando una superficie elastica ottiene uno spazio  asimmetrico: ampio ed unitario verso l’altare, trilobato sul lato opposto. In sintonia con la poetica di Klee, soprattutto per la capacità di interrogarsi sulla genesi del segno nella sintesi morfologica (per entrambi una coniugazione di movimento e luce), flettendo la superficie della copertura definisce un volume plastico ad archi parabolici, piegando un esile nastro in costruisce un campanile astratto e un simbolico quadriportico.

Anche se dotato di una forte capacità  intuitiva il suo lavoro si è sempre caratterizzato per la rigorosa metodologia, procedeva per “mappe e percorsi” concettuali e interpretativi, processi di costruzione dello spazio “vuoto”, inteso come espressione della “forma simbolica” e  non  come invaso casuale e residuale tra il costruito.

Interiorizzare un “paesaggio architettonico” significa, quindi, “ trovarsi all’interno di un mondo percorribile: lo spettatore non deve essere soggiogato da un oggetto architettonico monumentale, ma al contrario gli devono essere proposti molteplici punti di vista, molteplici “vedute”. Il secondo problema è quello della conformazione del “vuoto” architettonico, inteso come superamento dell’autonomia dell’oggetto architettonico a favore dell’instaurarsi di una serie di relazioni complesse.

L’opera per Anselmi nasce dal paesaggio e muore in esso, determinando fughe percettive divergenti e anti-prospettiche. Nel nuovo municipio di Fiumicino, progettato nel 1997 riprende una intuizione di F.L. Wright: “un profondo sentimento per la bellezza del suolo sarebbe fondamentale nell’edilizia della nuova città: cercando la bellezza del paesaggio non tanto per costruire sopra, quanto per servirsene nella costruzione” (The living city, 1958).  L’immagine, infatti, è una collina che cambia lo skyline della città, un parterre plasticizzato che ingloba un’ipotetica architettura ipogea.  Il piano inclinato, piegato, livellato è un nuovo terreno artificiale che consente, man mano che risale in altezza, di percepire quote sempre più significative di paesaggio: all’inizio si scopre il canale, poi il mare, quindi le anse del Tevere. 

Come intellettuale Sandro Anselmi aveva una particolare curiosità, spirito critico, sensibilità  e ampiezza d’interessi: Arte, Storia, Politica,  Società. Con un linguaggio essenziale e senza alcun sofismo intellettualistico, nelle conversazioni, nelle lezioni, negli interventi il ragionamento  spaziava liberamente, dal contingente all’astrazione e ritorno al reale. Avendo insegnato anche alle scuole superiori (come Mario Ridolfi) possedeva una rara capacità di affrontare temi complessi con linearità e semplicità, mischiando riferimenti aulici e prosaici , architettura e scienza come solo Maurizio Sacripanti era in grado di fare.

Tempo fa mi chiese di organizzare un confronto  con l’Amministrazione di Fiumicino, che ne aveva modificato gli spazi del municipio. Iniziò il discorso parlando di problemi legati alle funzioni e dopo poco eravamo coinvolti in un ragionamento sul pensiero e l’arte del ‘900, sul senso dell’architettura in relazione alla morte, a partire dal Barocco e poi nella scuola viennese (da Freud a Schiele) fino ai contemporanei (Bacon o Cattelan solo per citarne alcuni). Nella psicanalisi freudiana, evidenziava,  la pulsione di vita e quella di morte sono avvicinati nel “principio di  piacere”, in quanto tutto ciò che vive contiene in se la possibilità di modificazione e di morte. Dunque ogni processo creativo tiene insieme costruzione, trasformazione e distruzione, e in ciò è il senso dell’architettura stessa. Come progettista soffriva per le manomissioni operate sugli spazi ma, paradossalmente, come intellettuale era portato a difendere l’operato dell’Amministrazione, che aveva fatto propria l’opera adattandola alle proprie necessità. “L’architettura –affermava– non ha la caratteristica dell’assolutezza con cui l’arte figurativa si pone. Se faccio un quadro, una performance o una scultura, io ho definito nello spazio e nel tempo una determinata cosa: c’è la matericità e il concetto. Ma l’architettura non ha questa definitezza, è un organismo che vive nel tempo (…) sembra essere eterna ma in realtà risulta essere la più precaria.”

 

LETTERE

Lettere spedite a: l.prestinenza@gmail.com 

Dario Canciani risponde a Gerardo Mazziotti

Ho letto e riletto con molta attenzione l’intervento di Gerardo Mazziotti “L’architettura contemporanea mi fa orrore” apparso sulla PresS/Tletter 2/2013. E’ ben scritto, ben argomentato, a tratti condivisibile, specie quando sostiene che alcune “stranezze” ” servono solo a far lievitare i costi degli impianti a tutto vantaggio dei costruttori“. Interessante anche la citazione-pensiero di Roger Scruton “La bellezza non è una impressione soggettiva ma è un valore assoluto, oggettivo, parte integrante della cultura di un popolo”.

Mi permetto però di esprimere alcune considerazioni non polemiche al fine di contribuire ad un dibattito che credo interessante. Io stesso nel mio Blog “Das Andere” (www.dariocanciani.blogspot.com) ho espresso la mia perplessità sulle cosiddette “archistar” e su una tendenza dell’architettura contemporanea per lo meno bizzarra (mi risulta che abbiano proposto persino allo stilista Cavalli di progettare un grattacielo a Dubai!), ma non credo che vada fatta di tutta l’erba un fascio arrivando (mi auguro provocatoriamente) ad affermare in modo perentorio “L’architettura contemporanea mi fa orrore”. Se a dirlo è la famosa “casalinga di Voghera” si tratta di gusto personale e, come si sa, “De gustibus non est disputandum”, ma se ad esprimerlo è un architetto le cose cambiano. Per prima cosa sappiamo che molte costruzioni che oggi riteniamo capolavori all’epoca in cui furono costruite non erano oggetto di lusinghe (la citata Tour Eiffel, il centro Pompidou di Piano e Rogers, ma anche il barocco di Borromini o il “Gotico” tout court considerato appunto cosa da “barbari”): forse ciò che oggi suscita polimica o “ribrezzo” domani apparirà interessante e persino “bello”. Ma, ammesso per un momento di tagliare le “punte” più spigolose, possibile che oggi non ci siano architetti che hanno o stanno progettando e costruendo architetture “belle” (uso questo termine in omaggio al “Beauty” citato da Mazziotti)? Non salviamo il Kiasma di Holl che sa lavorare con maestria nel cuore di Helsinki? Ci priviamo di una visita alle Terme di Vals di Zumthor? Demoliamo l’Istituto del Mondo Arabo o la Maison Cartier di Nouvel a Parigi? Cancelliamo il Centro d’arte gallego di Siza a Santiago? Facciamo a meno della chiesa di Meier a Roma? Se è pur vero che oggi alcune costruzioni si avvicinano più alla “moda-marketing” che all’architettura, io personalmente non voglio assolutamente privare il mio spirito ed i miei sensi di “bellissime” architetture a me contemporanee.

Dario Canciani

 

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