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Fine della Storia? – di Roberto Sommatino

Fine della Storia? – di Roberto Sommatino

 

E se avesse ragione Fukuyama? Se la Storia fosse davvero finita? Ma non finita come finisce un film al cinema, l’inchiostro in una biro o il latte nel tetrapak; finita piuttosto come una corsa che si conclude su un tapis roulant, o meglio, come un viaggio che prosegue su una giostra. Insomma: se la Storia fosse finita in un vortice nel quale tutta questa rapidità di eventi che si susseguono non fosse altro che una rotazione che non porta nessun progresso?

Non intendendo minimamente avventurarci – né in questa sede né altrove – nella verifica delle tesi del politologo statunitense (e tantomeno di quelle hegeliane), proviamo invece a isolare e mettere a fuoco qualche indizio che possa fare al caso nostro.

Primo indizio: negli ultimi cinque anni i media individuali hanno determinato una sensibile frattura fra spazio e luogo. Grazie soprattutto a smartphone e tablet, le relazioni umane si intessono sempre più di sovente in spazi virtuali, in contesti che non coincidono con i luoghi fisici; i riferimenti geografici hanno sempre meno importanza nel determinare queste relazioni, anzi, a volte sono del tutto superflui. “Ci siamo conosciuti su Facebook…”, si sente dire; si, ma dove sta, Facebook?

Secondo indizio: questo “eterno presente” che da più parti si evoca come qualità apparente dello scorrere del nostro tempo. In effetti, la globalizzazione che passa per la rete ha definitivamente sincronizzato il pianeta: siamo tutti always on e il tempo che conta in rete (dove si dice a ragione che la notte non esista), è soprattutto il tempo reale, sempre meno il passato o il futuro.

A questo punto, se al secondo indizio vengono subito a mancare le coordinate di tempo e luogo risulta già difficile immaginare di poter contare su una storiografia.

Il terzo indizio ha invece a che fare con la memoria, e non c’è bisogno di attardarsi a precisarne i nessi con la Storia e col tempo. L’elettronica ci consente oggi di archiviare una quantità di dati un tempo impensabile, rendendo le informazioni sempre disponibili (potenzialmente sempre presenti) in uno sterminato archivio extrasomatico. Come il Funes di Borges però, anche contro la nostra volontà, quest’abbondanza d’informazioni unita ad un insufficiente tempo di elaborazione, non consente di maturare un pensiero generale: il ricordo, che è la coltivazione del mero patrimonio mnemonico, non trova tempo; l’oblio, motore della modernità (Connerton) e matrice della Storia, si è tramutato in amnesia, e le idee nascono e muoiono vertiginosamente senza lasciare memoria di sé e del dibattito che gli è ruotato intorno, e quindi senza produrre progressi. Non saliamo più sulle spalle dei giganti, ma neanche su quelle dei nani, anzi, neanche distinguiamo più chi siano i nani e chi i giganti.

Ad integrazione dell’incompleto mosaico, si può aggiungere poi un quarto fenomeno, emblematico: il ritorno deciso di una comunicazione per immagini a discapito della scrittura (Flusser), strumento lineare e storico per definizione. Effettivamente in rete l’attenzione del lettore medio non supera le duemila battute (ad essere ottimisti) mentre spopolano filmati e fotomontaggi che si possono condividere con un solo gesto senza alcun bisogno di ulteriore commento. Ma è ancor più significativo il recente successo dei social network basati solo sulla condivisione di immagini: Instagram, primo per numeri; Vine, ultima scommessa di Twitter; ma soprattutto Pinterest, che con la sua interfaccia sulla quale si possono accostare foto fissate con “puntine” virtuali, fornisce oltretutto uno straordinario alimento a quell’estetica da catalogo, paratattica, in cui le immagini convivono senza gerarchie e senza alcuna profondità cronologica.

Ora, se a questo punto del quadro indiziario la Storia non ci sembra proprio finita, tutto lascia pensare che quantomeno giri a vuoto molto spesso. Fatto questo che, al netto della intrinseca difficoltà di chi deve giudicare i propri tempi, contribuisce probabilmente a spiegare perché l’architettura e le altre arti visive, vivano la paludosa stagione di eclettismo (non storicista, e non potrebbe essere altrimenti) che bene conosciamo. Se il “dove” e il “quando” non sono più dati rilevanti, se niente ci si aspetta dal futuro e il passato si è appiattito, diventa naturale rivolgersi ad un immaginario simile ad un carosello di foto che non ingialliscono, in cui si alternano sullo stesso piano stili e individualismi, movimenti e vernacoli, ideologie, idee o semplici trovate.

Chissà se nelle storie, quelle con la esse minuscola, non ci sia già una via d’uscita.

 

 

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