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Pritzker Prize 2013 dietro le quinte – di Zaira Magliozzi

Che il Pritzker Prize a Toyo Ito sia il meritato riconoscimento di una carriera piena di successi è innegabile. Così come lo è stato per Richard Rogers, Jean Nouvel e Peter Zumthor. Tutti premiati per una lunga e luminosa carriera. Quando poi nel 2010 è toccato ai meritevoli ma sicuramente meno maturi SANAA, sembrava che il premio avesse cambiato rotta: non più solo nomi altisonanti del firmamento architettonico mondiale con alle spalle decenni di esperienza. Ma forse il motivo era un altro. Quell’anno la vittoria era arrivata solo qualche settimana dopo la nomina di Kazuyo Sejima a curatrice della Biennale di Venezia. Casualità? La scelta di Wang Shu nel 2012 è stata infine la conferma che il Pritzker, oggi più che mai, risenta molto delle pressioni provenienti dall’esterno. Pressoché sconosciuto ai più, è stato il primo cinese insignito di un tale riconoscimento. Proprio in un periodo in cui il peso della Cina, anche in architettura, iniziava a farsi sentire pesantemente.

Il Pritzker più che “onorare un architetto vivente il cui lavoro dimostra una combinazione di talento, visione e impegno, che ha prodotto un coerente e significativo contributo all’umanità e all’ambiente costruito attraverso l’arte dell’architettura” risulta essere, invece, fortemente influenzato da motivazioni politiche. Con Wang Shu si strizza l’occhio alla prima potenza mondiale riconoscendo, come imprescindibilmente determinante, il ruolo che la Cina gioca nelle dinamiche dell’architettura internazionale. Così come con Zaha Hadid nel 2004 si cercava di sopperire al carattere eccessivamente maschile del premio e di dare un segnale positivo nei confronti della guerra in Iraq, Paese natale della Hadid. Senza nulla a togliere al loro lavoro, anche nel caso di Toyo Ito gli indizi ci portano alla stessa conclusione. Nel 2011 il disastro di Fukushima portava nelle pagine dei giornali di tutto il mondo l’immagine tramortita e disfatta di un Giappone in ginocchio, allo sbando sulla questione nucleare. Dopo due anni, nel padiglione giapponese della scorsa Biennale di Architettura di Venezia, il curatore Ito, sulla scia dell’esperienza Fukushima, decide di mettere in mostra decine di “Home-for-all”, prototipi di abitazioni per le aree colpite da disastri naturali. Il Leone d’oro, prevedibilmente, arriva così come il Pritzker che ormai sembra indissolubilmente legato all’Istituzione veneziana. Un premio dovuto. Se non altro per farsi perdonare di averlo conferito, tre anni prima, a Kazuyo Sejima e Ryue Nishizawa, prima apprendisti e poi discepoli di Toyo Ito.

2 Comments

  1. marco 19/03/2013 at 13:11

    il Pritzker, come l’architettura, è lo specchio del potere politico. i giornali, i magazine, i blog, i siti, tutto dimostra quanto l’architettura abbia bisogno dell’appoggio politico per esistere. concordo su quanto scrivi, tuttavia il problema di fondo non resta la politicizzazione del Pritzker (anche nel caso di Ito arrivato ‘postumo’, con un anno di ritardo sul progetto ‘post-fukushima’ e 20 di ritardo su sendai). ma la ‘collusione’ (mi si perdoni per l’assonanza) dello star-system con la degenerazione del capitalismo (condotto dallo stato in alcuni casi più o meno orientali, o da multinazionali in altri casi). da questo punto di vista il premio a Ito è quanto mai lontano da quel genere di colonizzazione economica. trovo invece centrale il problema ‘a monte’ dello star-system. fino a quando si continuano a pubblicare, e a far campare studi come quelli di rem koolhaas, zaha hadid, herzog&demeuron, mvrdv, lo stesso libeskind (che dal suo pulpito di certo non può predicare il bene accusando ‘gli altri’ di operare per i regimi), siamo al punto di partenza. è sotto gli occhi di tutti il dominio del mercato di questi studi ed altri che propongono architetture fantasmagoriche dai costi esorbitanti e che generano ingenti speculazioni economiche ed enormi disparità (sia fra i ‘non’ concorrenti degli altri studi schiacchiati dal loro potere – sia nelle città dove crescono come funghi ennesime repliche di architetture costose vendute agli ingenui col bollino blu della sostenibilità). architetti come la hadid andrebbero radiati dal sistema. non si possono costruire edifici di centinaia di milioni di euro. non si possono progettare tavoli da 50 mila euro. l’immenso costo di alcuni interventi targati H&deM, il continuo dominare di studi come BIG, e la continua pubblicità che gli si fa perché fotografarli ripaga. parlarne fa vendere più copie. mostrarli fa sognare i milioni di studenti d’architettura che spendono i soldi dei genitori per comprarsi le loro monografie. non sostengo, per stare ‘nei tempi’, questo ‘nuovo pauperismo’ e non voglio moralizzare in linea con l’andamento del nuovo mondo che si predica attento ai poveri proprio ora che la disuguaglianza è il vero sigillo di quelle loro opere monumentali. il secolo scorso erano pochi gli architetti del regime. perché era identificabile. ora il regime economico è apparentemente invisibile. si muove non con armate in divisa. smettiamola di comprare le riviste. smettiamola di cliccare ‘like’ su ogni porcata (stupende, ma porcate) dell’architetto di turno. smettiamola di andare ad ascoltare questi predicatori che con parole buone si prestano a simili operazioni. ho sempre provato vergogna per loro. questo perfino 20 anni fa o anche solo 10, quando non era ‘esplosa’ la verità (o parte della verità) sul sistema economico. è il momento giusto per ignorarli e vergognarsi per il 90% delle loro opere. comincino a dare il buon esempio ‘gli illustri’. quelli che contano. e, in primo luogo, i politici.

    • Antonino Cardillo 20/03/2013 at 15:43

      Congratulazioni Marco. Commento forte e coraggioso. Mi piacerebbe conoscerti.

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