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L’Utopia in default – di Gabriello Grandinetti

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Nonostante il  dominio del pensiero unico si manifesti sotto la spinta di un modello di sviluppo  fondato sulla società dell’immagine, e che perciò essa  si  sia sostituita al mondo reale capovolgendolo, come già avvertiva  Feuerbach  << E  senza dubbio il nostro tempo … preferisce l’immagine alla cosa, la copia all’originale, la rappresentazione alla realtà, l’apparenza all’essere… >> .

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Avveratasi l’intuizione di Guy  Debord che negli ultimi “Commentari  sulla Società dello Spettacolo” ribadisce la falsificazione finale del mondo da parte del sistema dei  Media  << Nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso>>.

 Possiamo ancora tentare di scorgervi   una chiave interpretativa del mai risolto equivoco che l’ architettura intrattiene col potere.

I  Situazionisti , com’è noto , parteciparono nel  1956  alla stagione utopica del  Movimento Internazionale  per una  Bauhaus  immaginista (MIBI) a cui aderirono Ettore Sottsass jr. , Enrico Baj, Pinot  Gallizio, Jorn Asger, C. Dotremont…  e che confluirà nel progetto “ New Babylon” di cui fu artefice  Constant Anton Niewenhuys (1920 -2005).

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In quel modello di città, espressione dell’indipendenza sociale, raggiunta attraverso l’eliminazione del lavoro e il soddisfacimento dei bisogni primari, mediante l’automazione, già si intravede nelle maquettes pervenuteci e nei disegni che non supereranno mai il loro destino cartaceo, uno spazio “evento” continuamente modificabile dai suoi utenti.

 Un Habitat ludico e mutevole per un popolo errante (wanderleben)  che si interroga sulla “Psicogeografia” che comporta dinamiche esplorative e una poetica dei  luoghi  nomadica.  In un tempo indistinto  da   Era  premillenaristica.

In qualche modo “ New Babylon ” sembra costituire l’antefatto di una promessa di felicità che si coagulerà nell’affollato laboratorio sperimentale degli anni sessanta poi caratterizzato dal salto di scala delle  Megastrutture dei Neo-Mastaba, dei Metabolism, di Soleri, Wachsman, Fuller, Isozaki, Friedman, Tange, Franzen & Rudolph, Safdie, Ricci, Kurokawa e , Last but not least , degli Archigram.                                              

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Tra  visionarietà  e ammiccamenti  alla Pop Art,  gli Archigram  sono stati i catalizzatori  di  una  fenomenologia  Swinging London  sul versante dell’architettura, vista sotto l’influenza  dei  New Media.  Le loro città robotizzate e semoventi  apparivano come gli avamposti di una tecnologia utopistica che prometteva  l’incursione in un mondo  edonistico che sembrava avverarsi   Right Now,  con tutta la sua efficacia espressiva,  proprio in quell’istante .

Vista in questa proiezione onirica non sorprende come il gioco al rialzo  dell’utopia urbana  delle Megastrutture, fin qui sospinta dalla critica di Reyner Banham, abbia cessato, per sopraggiunti limiti di gestazione, di esercitare  una  promessa di “ Renovatio Mundi ”.

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 Se l’utopia non è stata più in grado di onorare, seppur in teoria, la clausola contrattuale di una felicità non più rinegoziabile,  non ci sorprende  come al suo  default  abbia fatto seguito l’originarsi di un fenomeno di retroguardia che caratterizzerà per un ventennio l’area semantica della  sessione Postmoderna.

 Come per effetto di  un perverso anamorfismo , il Postmoderno,  che peraltro non ha mai sottaciuto il suo  piano per riavvolgere la storia,  anteponendo la ciclicità dell’Eterno Ritorno alla civiltà meccanica del  progresso lineare,  postula la fine dell’utopia  e  ingaggia  un falso corpo a corpo con il  Movimento Moderno, colpevole  di aver clonato un’architettura  “lorem ipsum”, ma che è ormai fuori dai giochi.

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Se l’architettura  Postmoderna reclamava :“The future doesn’t live here anymore”,   come il nuovo domicilio di Alice nel  film di Scorsese, occorrerà aspettare  che la  liason dangereuse  dei cattivi maestri si consumi lungo il suo percorso  Fin de Siecle,  prima  cioè che le forze dell’innovazione riprendano  il sopravvento. 

< <  Possiamo  fare architettura  senza possedere un sapere  architettonico , senza guardare indietro alla storia >>  sostiene Jean Nouvel   che nei suoi dialoghi con Jean Baudrillard  addita un’ ineffabile categoria merceologica:  Les Objets Singuliers  da contrapporre ai dogmi dei trattati.

  Il filosofo e l’architetto  giocano a rilanciarsi la palla – Baudrillard:  L’ architettura non può essere un atto spontaneo come la scrittura. – Nouvel :  Certamente; eppure quello che caratterizza un’ architettura  è la sua scrittura, il fatto  che possa essere riconosciuta a partire da qualunque dettaglio.

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Posta sul limite estremo della codificazione del linguaggio  simbolico dell’architettura, per il tramite della sua interfaccia digitale,  una nuova koinè artificiale, sovrapponendosi ai dialetti  locali, auspica un’agorà  globale nel cyberspazio,  il medium in cui ha luogo la percezione della forma , o della performance?

 Nella cosiddetta  “ realtà aumentata ” da dispositivi palmari perturbati dal transito di ologrammi che osservano la nostra incredulità, muovendo i primi passi nel terzo millennio, questa nuova modalità espressiva , supportata dagli algoritmi del Parametricismo, aspira a saltare l’intermediazione tra espressione e comunicazione.

 Mentre si colloca  deliberatamente sul versante  di una figurazione estetica  e strutturale  dagli approcci  osteologici  che spesso sembrano poggiare su  una praxis   incline ad una paleontologia fossile o sugli indizi  di una tassonomia vegetale attinta da un glossario di species plantarum.

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Per chi cercasse ancora di sintonizzarsi con l’essenza raziocinante dell’architettura e dei suoi fondamenti teorici disciplinari e la consuetudine, per esempio, a considerare la pesantezza della materia in perenne opposizione alla legge di gravità, vale la pena ricordare l’interrogativo :  How much does your building weigh mr. Foster?     Rivoltogli anni fa da  B. Fuller ma che dà il titolo al recente cortometraggio  di Norberto Lopez Amado e Carlos Carcas, costruito intorno allo scenario internazionale delle opere di Norman Foster e il suo sogno.

L’ èphemére  come antidoto all’ossessione della pesantezza della materia . Il predominio della forma sulla funzione. La competizione in ambiti multidisciplinari  borderline:  tra architettura e arti visive marcatamente aniconiche , architettura e scultura , land art e landscape  architecture, arte digitale e architettura virtuale… Costituiscono solo alcuni aspetti della  la rottura dello schema che divide la realtà dal suo miraggio e che ci consente, adesso, di tornare a capo del problema posto in principio tra l’apparenza e l’essere.

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Perché mai  dovremmo decifrare il carattere enigmatico di questa architettura? Perché privarci dell’illusione di disinnescare l’alto grado di insignificanza estetica della città diffusa?   Ora che la Palingenesi sembra così a portata di mano?  L’utopia o ciò che resta  di  essa , nonostante l’impatto devastante della recessione, veleggia sul precetto  di Eraclito per cui : Chi non spera l’insperabile non lo troverà.

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