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presS/Tletter n.12-2013

presS/Tletter n.12-2013

Ricordo di Soleri – Uccidere l’azzeccagarbugli che è in noi – Inerpicandosi su Big bambù – Silenzio per Milano – Lo zoo dell’architettura: il Weissenhofsiedlung – Carceri – Aguilera Guerrero Arquitectos, Hannes Meyer, Alex Britti e John Mayer – Le smart city siamo noi – Rudolf Steiner

 

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ESERCIZI DI ERMENEUTICA di Marcello del Campo 

Acronimi in libertà?

Molti ossequiosi libri inducono Napoli a rimanere indietro

 

IN EVIDENZA

LA NOTIZIA DELLA SETTIMANA: Ricordo di Soleri: di Massimo Locci

L’OPINIONE: Uccidere l’azzeccagarbugli che è in noi

IMPREVISTI E PROBABILITA’: di Alessandra Muntoni: Inerpicandosi su Big bambù

AIAC TUBE: Franco Di Capua – Nardini Distillery di Massimiliano Fuksas

DOCUMENTI: Sara Dini. Tesi di laurea: il viatico di un destino possibile

Ia puntata

INCONTRI DELLA SETTIMANA: News di Elisabetta Fragalà

RESTAURO TIMIDO: Marco Ermentini ci parla di: Silenzio per Milano

LA STORIA DELL’ARCHITETTURA: L’architettura del 1900 raccontata da LPP: 3.2.6 Lo zoo dell’architettura: il Weissenhofsiedlung

AFORISMI RISTRUTTURATI: Diego Lama produce ed aggiusta aforismi per il pubblico di presS/Tletter…

INTERMEZZO: Edoardo Alamaro ci parla di: Carceri

SGRUNT: Marco Maria Sambo: Aguilera Guerrero Arquitectos, Hannes Meyer, Alex Britti e John Mayer

MEDIA E DINTORNI: Antonio Tursi: Le smart city siamo noi

CONTRO-ARCHITETTURA: Massimo Locci: Rudolf Steiner

LETTERE: Vania Di Stefano: su Intermezzo Giuseppe Giannini: Non ti pago!

 

LA NOTIZIA DELLA SETTIMANA 

Ricordo di Soleri

L’Architettura quando incontra l’Ecologia diventa Arcologia; questo semplice ed efficace neologismo è stato creato da Paolo Soleri (Torino 1919- Arcosanti 2013) per spigare  un assunto complesso, d’avanguardia,  costantemente contro la cultura ufficiale e che coniuga l’idea di un rapporto non conflittuale con la Natura e urbanesimo,  tensione poetica e filosofia di vita, arte e architettura partecipata, economia del terzo settore e opposizione al consumismo, bioarchitettura e contenimento energetico, lotta all’automobile e allo sprawl, visionarietà ed etica. I valori sociali, ideali, economici e urbanistici dell’Armonia Cosmica, sottesi dalla ricerca di  Soleri, non sono un’utopia ma una forma di sperimentazione concreta e sperimentata nelle ‘Soleri-town’  in Arizona a partire dagli anni quaranta.

Per capire la complessità del pensiero e della visione architettonica di Paolo Soleri suggerisco di rileggere uno tanti saggi che Jolanda Lima ha dedicato all’architetto torinese. Nelle varie pubblicazioni ha delineato l’intero percorso intellettuale: dalla sua formazione fino agli ultimi lavori: analisi dense e con un’infinità di dati conoscitivi, riferimenti stratificati e con relazioni plurime  a opere ed autori diversi, osservazioni e spunti di analisi che da sole costituiscono una lettura multidisciplinare, di filosofia e di cultura tecnica.

Nodale nel lavoro di Paolo Soleri il soffermarsi sulla relazione architettura-stile di vita, da intendersi come un processo di “autocoscienza dell’io soleriano” e come tensione intellettuale per il ‘disvelamento dell’essere’; tutte fasi indispensabili e propedeutiche al progetto. Usava dire: «dobbiamo creare ciò di cui la società ha bisogno, non quello di cui l’individuo crede di avere necessità».

I contenuti concettuali sono spiegati da Soleri con centinaia di disegni con note e appunti che ci fanno leggere la complessità e la faticosa genesi dei suoi progetti: riferimenti multipli al sito, all’articolazione degli spazi, alla tecnologia costruttiva e alla bioclimaticità. Temi pubblicati già nel 1969 in  “Arcology. The City in the Image of Man”, una raccolta di trenta progetti di arcologie.  Del tutto innovativo fin dagli anni della formazione risulta il tema dell’integrazione volume/suolo, che a partire dalla tesi del 1945 su un quartiere sperimentale a Torino, che si lega all’utopia delle città antiche di fondazione e anticipa il dibattito sul town design degli anni ’60, il tema delle macrostrutture urbane in particolare, e i suoi progetti per la Mesa City, Cosanti , Arcosanti e le recenti Città Lineari per l’Arizzona e la Cina. 

Negli anni della formazione Paolo Soleri sviluppa interessanti relazioni con il mondo artistico e letterario dell’epoca, grazie alla presenza a Torino di Persico, Pagano, Sartoris, Levi Montalcini, Mollino, Casorati, Spazzapan, Mastroianni, Venturi, Argan, Mila e Muzio che lo seguì nella tesi. Importante per la sua formazione anche la cultura industriale (della FIAT, di Adriano Olivetti, il Cenacolo dei Gualino) e realtà produttiva artigianale, nel settore ceramico e delle fusioni in bronzo, che l’ha orientato verso una sperimentalità a tutto tondo.

Vedendo i progetti giovanili emerge che è già interessato dal mondo della figurazione plastica e del disegno espressivo, ovviamente non tanto la rappresentazione tecnico-architettonica ma quella astratta del guardare oltre, nella struttura del linguaggio e nell’approccio sperimentale  dell’imparar  facendo’ che ha caratterizzato anche il suo approccio didattico.

Fortemente influenzato dal filosofo Pierre Teilhard de Chardin, Soleri ha creato un linguaggio ipnotico con riferimenti cosmici, che ha esposto in un’infinità di libri e conferenze. La sua è stata una profezia futuristica emozionante per migliaia di studenti, che hanno frequentato i corsi di formazione_realizzazione delle sue architetture e che, spesso, lo consideravano come una sorta di anacronistico guru.

Su Soleri hanno scritto in molti (tra gli altri Zevi, De Carlo, Spinelli, Nicoletti, Suatoni, Loris Rossi, Felici),ha ricevuto infiniti premi e riconoscimenti  ( tra gli altri il Leone d’oro alla Carriera della Biennale di Venezia) oltre eppure nei suoi confronti per lungo tempo è rimasto un pregiudizio anche della critica più attenta. Lo stesso Bruno Zevi pur apprezzandone la grande capacità immaginifica ed espressiva in chiave eco-tecnologica, la sua capacità di inverare una forma sintetica e integrata tra scala architettonica e livello urbanistico, rilevava una forma di arcaicità tecnologica, riferita in particolare alla volta gettata direttamente nella terra.

Per quanto mi riguarda amo in particolare quattro progetti fortemente innovativi che mostro sempre agli studenti: la Dome House a Cave Creek (1949), la casa-laboratorio a sbalzo sulla costiera di Vietri sul Mare (1950-54), lo straordinario  ponte sperimentale The Beast (1947), la Fabbrica Solimene a Vietri sul Mare (1951-54).

Massimo Locci

massimolocci.arch@gmail.com

 

L’OPINIONE 

Uccidere l’azzeccagarbugli che è in noi

I mali dell’Italia sono colpa dei furbi, degli imbroglioni, dei politicanti e di coloro che credono nell’illegalità. Ma, non abbiamo finito. Vorrei aggiungere che non minori – sottolineo: non minori- colpe sono di coloro che, mossi da buoni propositi, per contrastare i primi hanno contribuito a costruire uno stato kafkiano straripante di leggi, regolamenti, prescrizioni. Urbanisti, ambientalisti e salvatori della patria hanno, con perseveranza e accanimento, cercato di normare tutto. E piú gli sfuggiva la realtà, che ha bisogno di buon senso e di amministrazioni efficienti e non di cavilli, e più si sono accaniti prevedendo ogni più minuto dettaglio. Risultato: oggi se devi costruire un tramezzo dentro casa tua, che è un fatto che non dovrebbe interessare nessuno, devi tirar fuori la storia del palazzo negli ultimi sessanta anni e guai se una carta non torna. Se vuoi dividere in due una abitazione devi fare i conti con quello stupido meccanismo ( stupido se applicato senza buon senso) che sono gli standard urbanistici. E guai se ti imbatti in uno dei centinaia di vincoli che rende ogni mossa anche la più insignificante passibile di galera. A questo delirio normativo, dove si sovrappongono disposizioni nazionali, regionali, provinciali, comunali e circoscrizionali si aggiunge poi la parcellizzazione delle competenze con percorsi di guerra o-se la metafora non piace- un continuo gioco dell’oca con troppe amministrazioni ciascuna delle quali si occupa di una sola cosa. Il risultato é che sono mortificati non solo i privati ma anche gli operatori istituzionali, tanto che per fare un’opera pubblica si é superata la soglia già da quarto mondo dei dieci anni per quella dei quindici.

Bene, sta a noi decidere: se vogliamo continuare in questa strada suicida, facciamolo pure. Se no dobbiamo pensare che oggi i nostri avversari culturali sono coloro che continuano a invocare vincoli, norme, prescrizioni. Coloro che vogliono nuove chiavi per nuovi cancelli. Occorre invece denormare e, insieme, sottrarre competenze per arrivare a sportelli unici con i quali risolvere velocemente i problemi. Quindi per esempio abolire i pareri delle soprintendenze o dei soggetti che tutelano il territorio per lasciare i loro compiti al comune. Riconoscere che negli infiniti aspetti che investono la sfera privata (come per esempio i lavori interni o le modifiche di lieve entità) il pubblico non deve entrare. Lasciare le persone libere di adottare i loro standard ( per quale motivo due persone devono dormire in una stanza di minimo 14 mq?) perché sará il mercato a premiare le scelte virtuose o a punire le cattive. Mi rendo conto che tutto ciò richiede uno sforzo culturale: bisogna infatti uccidere l’azzeccagarbugli che si é da tempo infiltrato nella nostra anima. Chi non lo farà -e mi riferisco alla categoria degli ambientalisti duri e puri e alle tante associazioni che vorrebbero salvare l’Italia e invece la distruggono- non pensi di farla franca e di poter vantare una coscienza linda: deve invece sapere che il male che fa al Paese é non minore di quello che gli arrecano gli imbroglioni, gli speculatori, i palazzinari.  (Lpp).

 

IMPREVISTI E PROBABILITA’ di Alessandra Muntoni 

Inerpicandosi su Big bambù

Approfittando di una giornata di sole, poco prima di Pasqua, sono finalmente riuscita a salire su ‘Big Bambù’, opera dei fratelli Mike e Doug Starn installata al MACRO Testaccio nel dicembre scorso. Si tratta di un oggetto alto circa 25 metri, promosso da Enel Contemporanea.

Con ‘Big Bambù’, commenta Francesco Bonami, «i fratelli Starn hanno dimostrato che è possibile creare una delle poche opere di arte contemporanea che, a dispetto di essere presentata come una scultura, abbraccia concetti organici e vitali, nonché l’abilità di includere lo spettatore e di inglobarlo come parte integrante del processo».

Qualcosa, dunque, a metà strada tra scultura e architettura. Per la scultura non è così importante avere un interno, mentre per l’architettura è questione basilare, e questa opera gioca proprio su questo elemento. Per la scultura non è così fondamentale che la gente la percorra, fatto invece imprescindibile per l’architettura, e questa opera è percorribile, anzi fruibile. Se forse non è così importante per la scultura esibire il modo con il quale è costruita, mentre per l’architettura la costruzione è d’obbligo, anche se non sempre è esplicitamente rivelata, questa opera invece la espone in pieno. Ma soprattutto mi pare che ‘Big Bambù’ condivida con l’architettura il fatto che è un progetto

 

La forma di ‘Big Bambù’ assomiglia a qualcosa a metà tra una capanna e un  pagliaio. Pende un po’ da una lato, ma appare stabile. E’ costruito con una serie di canne di diametro diverso, da quelle sottilissime come fuscelli a quelle di 10, 15 centimetri. Le canne sono state prima accatastate e poi installate e legate insieme con cordoni colorati che lasciano pendere gli estremi come stelle filanti. Talvolta si tratta di una vera e propria tessitura. Il progetto, realizzato grazie al lavoro di un gruppo di giovani che si arrampicava sulle canne annodandole insieme, prevede una serie di gradini e di rampe per raggiungere tre pianori sospesi a diversi livelli dove si può sostare, sedendosi su comodi divani. Può essere visitato da circa 80-100 persone per volta. Ed è un continuo andirivieni.

Dicono i fratelli Starn: “Nulla finisce per davvero, tutto è in continua evoluzione e in continuo cambiamento e queste modifiche  avvengono attraverso interconnessioni e interdipendenze”. Interconnessioni, evidentemente, per le quali gli esecutori e gli spettatori sono indispensabili.

Può dunque considerarsi un’opera collettiva, perché l’idea originaria (il progetto) ammette infinite varianti, ma allo stesso tempo è opera d’autore, perché immaginata appunto dai due artisti. 

 

Arrampicarsi su ‘Big Bambù’ è molto divertente. Sembra un gioco che risveglia sensazioni dell’infanzia: la casa sugli alberi, la sicurezza di avanzare in un intrigo e accorgersi che è ben connesso, comodo, persino rassicurante, un nido o una tana. Poi ci riporta ad azioni costruttive primarie: disporre, collegare, annodare, intrecciare, tessere. O anche: stare sospesi, salire, scendere, appoggiarsi, fermarsi, incontrare. Infine ci ricorda materiali, concetti e tecniche della città e della natura: la foresta, la canna, lo spago, il nodo, la trasparenza, la leggerezza, la complessità, lo spazio. E, una volta giunti nel punto culminante, s’impone il fattore cielo: lo sguardo dall’alto.

Qui facciamo alcune scoperte.

Sotto di noi ci sembra ancor più lugubre la tetra carcassa dell’ex Mattatoio che la retorica del riciclaggio ha voluto trasformare da luogo di morte a luogo dell’arte, impresa impossibile. Avvertiamo poi la presenza delle discariche intorno a Roma, dalle quali arriva il volo e il grido dei gabbiani che hanno fatto sosta sul Tevere. Leggiamo bene, da qui, la sagoma incerta del Monte dei Cocci, quasi discarica archeologica abbandonata a se stessa. Percepiamo, infine, la cancellazione della Piazza di Testaccio, un tempo area libera, campo di calcio, ora sciattamente circondata da un’attrezzatura di servizio appena realizzata ma nata fatiscente.

Forse sono solo incidenti collaterali? Ma se questo è un progetto, qui si sta parlando di uno strumento che serve a traguardare la città contemporanea e a svelare le sue  potenzialità fantastiche ma anche la sua miseria. ‘Big Bambù’ forse vorrebbe stare altrove? O è giusto che stia proprio lì, ad indicare ciò che oggi manca alla nostra città, spingendoci a migliorarla?

 

AIAC TUBE

http://www.youtube.com/user/architetturaecritica 

 

Franco Di Capua – Nardini Distillery di Massimiliano Fuksas

All’interno del nostro “Spazio Video Preferiti”, dedicato agli 855 iscritti al nostro canale, questa settimana vi segnaliamo il filmato di un nostro amico e illustre iscritto, Franco Di Capua, videomaker ormai celebre su YouTube. Si tratta di un filmato sul progetto “Bolle”, firmato da Massimiliano Fuksas, realizzato a Bassano del Grappa per la distilleria Nardini. All’interno della costruzione a forma di bolla si trovano il laboratorio di ricerca e controllo della qualità dei prodotti e un auditorium dove ospitare clienti e visitatori. Insomma, un ottimo progetto e, come sempre, un ottimo video di Franco Di Capua.

 

Ecco l’indirizzo, buona visione:

http://www.youtube.com/watch?v=PqSddrVsCZA&list=FLFB6lY-VpP0rLNhry9BtfvA&index=1

 

DOCUMENTI 

Sara Dini. Tesi di laurea: il viatico di un destino possibile

Ia puntata 

La tesi di laurea al 90% si fa, nel migliore dei casi, una volta nella vita. E nella sua qualità diventa un’esperienza unica, un biglietto di andata senza ritorno per un viaggio on the road, una mappa essenziale per un percorso lungo e fortunato se si fissa un ritorno. Il mio è stato entrambe e non me ne rammarico..La tesi non era facile e soprattutto l’avrei discussa con un maestro d’eccezione Luigi Pellegrin. “L’erede di FL Wrigth” si diceva tra colleghi al tempo..e non era certo una cosa da tutti. La mia tesi insieme all’amica e collega arch. Angela Cacopardo cominciò nel 1989, l’anno della caduta del muro di Berlino. L’evento non passò inosservato al maestro che alle nostre timide proposte oppose senza colpo ferire un ambito di indagine con analogie analoghe, se mi passate la tautologia..Bella sfida..il titolo definitivo fu sancito inequivocabilmente alla fine. Burocraticamente parlando il titolo depositato in segreteria studenti a via Gramsci il 13 novembre 1989 era: “ricerca progettuale sulla multipolarità urbana”..era chiaro, non potevamo certo cavarcela con una tesi compilativa! Il dado era tratto e lo sforzo che io e la mia collega avremmo dovuto profondere era assai più che una passeggiata, piuttosto un trekking ad alta quota..

 

Corviale è una realtà a sè stante dal resto della città, ce ne rendemmo conto nei numerosi sopralluoghi, un chilometro lanciato lungo un asse praticamente nord-sud di 12 piani alla sommità di una collina: in zona Portuense – via Casetta Mattei, progettato tra il 1972ed 1974 e realizzato tra il 1975 ed il 1982, ha visto impegnati decine di architetti romani di quegli anni (G. De Giorgi, A.Quistelli, H Selem..) ed il capogruppo fu l’arch Mario Fiorentino. Sorto come complesso residenziale di 60 ettari per 8500 abitanti, nel piano di zona n.61,  l’edificio oggetto della tesi, che prende a modello di riferimento l’unità d’abitazione ,  “costituisce  l’intervento più ricco di implicazioni sperimentali realizzato a Roma dall’Istituto Case Popolari”. La tesi del tutto sperimentale, affrontava questo scenario apodittico che solo l’ingenuità e lo spirito di avventura, per quanto circostanziato, era in grado di contemplare con la guida costante della visione di Luigi Pellegrin. E così fu. Dopo studi preparatori condotti singolarmente di tipologie edilizie americane e del nord Europa per lo più, abitative, per uffici e per il commercio studiati, analizzati, ridisegnati e schedati, furono realizzati ex-tempore sul tema dell’abitare, sul quello delle porte di Roma (tema assai caro a Pellegrin) e dopo un anno preparatorio di uno studio siffato con una , due revisioni a settimana e la contemporanea preparazione e discussione dell’esame di Scenografia col Medesimo, si aprirono le porte del suo Studio in via dei Lucchesi: la fucina del maestro

 

INCONTRI DELLA SETTIMANA a cura di Elisabetta Fragalà 

Young Italian Architects 2012

brainstorming con gli studi partecipanti e mostra ad Interno 14

Appuntamento il giorno 19 aprile alle ore 16.00 presso la Casa dell’Architettura a Roma, dove l’AIAC-Associazione Italiana di Architettura e Critica – presS/Tletter propone un brainstorming con i migliori 20 studi partecipanti a Young Italian Architects 2012, concorso che individuato le migliori idee progettuali di giovani architetti italiani distintisi per ricerca, innovazione e lettura della realtà contemporanea.

Ogni studio si presenterà attraverso tre parole, pronte a sintetizzare la poetica progettuale e concettuale della proposta. Alle 19.30 seguirà l’opening con cocktail della mostra Young Italian Architects 2012 presso Interno 14, lo spazio dell’AIAC in Via Carlo Alberto 63.

Gli studi partecipanti:

Aca Amore Campione Architettura / Alessi Didonè / Brenna Armelini Bolognese Gennara Carboncini / Carlana Mezzalira Pentimalli / Cimini / Cinquearchitetti / Davide Corti Davide Corti Architetti / Crilo / Duediquattro e Stefano Sbarbati / ETB Studio / Fivecore / Tomas Ghisellini Architetto / Lab255 / Localdesignstudio / Loi Montoya / No_Mad_Group / Opensystems Architecture / Schiavello Architects Office / Spedstudio / Studiowok.

Interverranno: Orazio Carpenzano,  Massimo Locci,  Paolo Valerio Mosco.

Modera: Luigi Prestinenza Puglisi.

Venerdì 19 aprile 2013 ore 16.00 Casa dell’Architettura, Piazza Manfredo Fanti 47 – Roma.

 

 

Progettare e costruire edifici antisismici e ad energia quasi zero

Smart Village in tour, la mostra convegno di Edilportale in collaborazione con Made Expo.

Efficienza energetica degli edifici e sistemi costruttivi antisismici sono i temi dello Smart Village in Tour 2013, il ciclo di 18 convegni organizzato da Edilportale in altrettante città italiane con la collaborazione di Made Expo.Ciascun appuntamento è diviso in due sessioni: la prima è dedicata alla progettazione e costruzione di edifici antisismici e all’adeguamento del patrimonio edilizio esistente, argomenti di stretta attualità dopo gli eventi sismici degli ultimi mesi; la seconda alla progettazione di edifici a energia quasi zero, tema centrale delle politiche energetiche e nazionali e comunitarie e già affrontato nelle due precedenti edizioni del Tour e nello “Smart Village” all’interno di Made Expo 2012.

La partecipazione al Convegno è gratuita; i lavori inizieranno esattamente negli orari indicati.

Ai partecipanti verrà rilasciato l’attestato che dà diritto all’assegnazione dei crediti formativi previsti dai singoli organi professionali provinciali.

Giovedì 18/04/2013, ore 14,00 Sala concerti Filarmonica, Via Verdi, 30 Trento.

 

 

European Solar Day

Sesta edizione della campagna informativa sull’energia solare

l via la nuova edizione degli European Solar Days, più di 1.000 iniziative e circa 350.000 cittadini hanno dato vita e successo alla campagna informativa sull’energia solare negli ultimi cinque anni.

I Solar Days Italia si terranno, nel 2013, dal 1 al 19 maggio, con il coordinamento di Ambiente Italia e Legambiente e il supporto di Assolterm, Climate Alliance, Comunicare Energia, GIFI, Kyoto Club, Qualenergia, Staffetta quotidiana e Solarexpo.  Nel mese di maggio la campagna coinvolgerà contemporaneamente 17 Paesi europei, con l’organizzazione di visite guidate, punti informativi, laboratori nelle scuole, eventi culturali sull’energia solare e tante altre iniziative.

Come partecipare?  ideare uno o più eventi da organizzare, su scala locale o nazionale, sul tema dell’energia solare; gli eventi sono preparati autonomamente dagli organizzatori delle singole iniziative, che saranno poi incluse nella campagna Solar Days;

chi può organizzare una iniziativa? Chiunque! Aziende del settore (fornitura, progettazione, installazione, ecc.), amministrazioni locali, scuole, università, associazioni ambientaliste, ordini professionali, comitati locali o singoli cittadini, ecc.

cosa organizzare? Eventi informativi (seminari, incontri con esperti),  piccole fiere dedicate all’energia solare, lezioni tecniche per progettisti e installatori, laboratori aperti nelle scuole, visite guidate a impianti o presso industrie di produzione, giochi o lotterie “solari”, passeggiate ecologiche, ecc.

Per  iscrivere la propria iniziativa? Collegarsi a www.eusd.it, cliccare su “Registra il tuo evento” e compilare in pochi minuti il form con i dati dell’evento in corso di organizzazione. Ultimata la fase di registrazione, sarà possibile visualizzare l’iniziativa sulla mappa degli eventi.

 

LE:NOTRE Landscape Forum

Meeting in the middle | Un punto di contatto per diverse culture del paesaggio

Il LE:NOTRE Landscape Forum è un evento unico che raccoglie rappresentati di circa 120 scuole di architettura del paesaggio iscritte all’ECLAS (European Council of Landscape Architecture Schools) e si articola in sessioni plenarie e laboratori di ricerca applicati a casi studio dei paesaggi di Roma.

Ognuno dei partecipanti al Forum potrà scegliere a quale workshop partecipare in forma attiva, portando il proprio contributo. Potrà inoltre collaborare preventivamente alla preparazione dei temi del Forum e alla comprensione dei casi studio. Il coinvolgimento potrà continuare anche dopo l’incontro come co-autore della relazione finale, redatta sulla base dei risultati del Forum.

 I quattro gruppi tematici del Forum sono:

 crescita urbana e dispersione delle periferie | paesaggi della città contemporanea

 turismo sostenibile | strategie per la rigenerazione del paesaggio

 patrimonio e identità | permanenza vs trasformazione

 frange rurali | produzione o cultura?

 Ulteriori informazioni sul programma e il modulo di iscrizione si possono trovare sul sito:

http://www.le-notre.org/public/news-detail.php?news_id=317

Dal 17 al 20 aprile 2013 | facoltà architettura

 

Festa d’Artisti

La rivista ARIA, con le sue pagine di contributi visivi, continua a proporre una testimonianza diretta di partecipazione e di coinvolgimento. Al gioco trasversale della rivista aderiscono artisti che veicolano il loro attuale operato in essa. La -1 art gallery, spazio del piano interrato della Casa dell’Architettura, è in continua trasformazione: ogni sua parete, una vera pelle mutante, periodicamente si trasforma, per una straordinaria immersione nella street art più attuale. Si è organizzata una grande festa, aprendo lo spazio alla città, per condividere passione comune e visioni personali con tutti gli artisti e gli amanti dell’arte. Teatro, street art, arte visiva, musica eclettica e performance sono la girandola di scintillanti ingredienti della torta di compleanno.

mercoledì 17 aprile 2013,  ore 18 alle 24, Casa dell’Architettura, Piazza Manfredo Fanti, 47 00185 Roma.

 

RESTAURO TIMIDO  di Marco Ermentini 

Silenzio per Milano

Sopraffatto dalla comunicazione che sotto il suo rullo compressore tutto livella mi chiedo se il compito di chi interviene sui luoghi possa essere proprio il suo contrario: tacere. Che, nel chiasso del mondo, sia il silenzio la vera arma sembra proprio un paradosso, ma non troppo. Così una curiosa istituzione: l’Accademia del Silenzio, propone per domenica 21 a Milano una giornata dedicata al diritto al silenzio, per leggere, per scrivere, per pensare, per meditare, per camminare, per ascoltare. Eventi passeggiate, reading e concerti in diversi punti della città. www.lua.it/accademiasilenzio/

 

LA STORIA DELL’ARCHITETTURA di LPP 

3.2.6 Lo zoo dell’architettura: il Weissenhofsiedlung

Già dai primi giorni di apertura  del Weissenhofsiedlung il successo di pubblico è impressionante. Si conta che l’esposizione, dal luglio all’ottobre del 1927, venga visitata da oltre mezzo milione di visitatori.

  

In mostra 63 alloggi in 21 edifici. Gli architetti coinvolti sono 16. Undici i tedeschi: Mies van der Rohe, Peter Berhens, Richard Döcker, Walter Gropius, Ludwig Hilberseimer, Hans Poelzig, Adolf Rading, Hans Scharoun, Adolf G. Schneck, Bruno Taut, Max Taut. Cinque stranieri: Le Corbusier (Francia-Svizzera), Mart Stam (Olanda), Josef Frank (Austria), Jacobus Johannes Oud (Olanda), Victor Bourgeois (Belgio).

 

Mancano quattro personaggi, alla cui assenza accenna in maniera imbarazzata Werner Gräff nell’introduzione di Bau und Wohnung, uno dei libri stampati dal Werkbund per celebrare l’esposizione. Sono: Adolf Loos, Hugo Häring, Heinrich Tessenow, Erich Mendelsohn.

 

Abbiamo già accennato alla controversia tra Mies e Häring che porta all’allontanamento di questi dall’esperienza del Weissenhof e, quasi di seguito, alle dimissioni di Mies dal Ring. Di Loos abbiamo visto che fu escluso sin dagli inizi.

Di Mendelsohn sappiamo che i suoi rapporti con Mies non sono mai stati buoni: Mies vede in lui un insopportabile spirito romantico, mentre questi disprezza di cuore l’arida freddezza delle composizioni del secondo.

 

Tra i grandi assenti vi è infine Theo van Doesburg, forse visto con sospetto per il carattere difficile e accentratore, o forse per i rapporti tesi con Gropius, a seguito del controcorso da lui organizzato qualche anno prima al Bauhaus. Van Doesburg, sebbene escluso, guarderà tuttavia con favore all’esposizione, parlandone in termini elogiativi e difendendola dai numerosi detrattori.

I quali ben capiscono che il Weissenhof è più di un intervento edilizio tra i tanti. È un’opera emblematica, attraverso cui un intero movimento, che ormai ha assunto dimensioni internazionali, chiede di essere legittimato. Critiche sono rivolte all’aspetto da villaggio mediterraneo, alla freddezza di una composizione risolta in semplici forme geometriche, alla mancanza di praticità dei tetti piatti, alla povertà della decorazione e del dettaglio architettonico. Di contro, gli estimatori non esitano a parlare dell’esperienza del Weissenhof in termini entusiastici. Walter Behrendt dichiara, per esempio, la vittoria del nuovo stile (Der Sieg des neuen Baustils) con un libro sull’architettura contemporanea pubblicato nel 1927, la cui foto di copertina è dedicata al complesso di Stoccarda.

Vi sono infine giudizi più articolati: Muthesius, per esempio, valuta positivamente l’esposizione in quanto esperimento, ma nota che le soluzioni proposte denunciano un nuovo formalismo al quale è subordinata ogni considerazione razionale.

 

In realtà, non sono poche le carenze in fase di realizzazione e, se si eccettua l’intervento in verità assai deludente di Gropius, non vengono adottate nuove tecniche costruttive né di prefabbricazione. Vi e’ spreco di spazio e le abitazioni a consuntivo vengono a costare quasi il trenta per cento in più di quelle della normale produzione residenziale.

Gli affitti costano troppo e non possono essere sostenuti dalla classe lavoratrice, alla quale l’intervento, almeno in teoria, è rivolto. Servono infatti almeno 900 marchi all’anno per affittare due camere nell’edificio di Mies, 5000 per la casa unifamiliare di Le Corbusier, 1800 per l’edificio a schiera di Oud e una media di 3000 per le restanti case unifamiliari.

 

Nonostante gli aspetti problematici, il Weissenhof  mostra come all’interno del Movimento Moderno esista una pluralità di linee di ricerca. Tra queste cinque spiccano.

 

La prima è quella di Mies. Il suo edificio in linea, all’esterno essenziale sino quasi a rasentare la banalità, all’interno è assai flessibile, quasi uno spazio neutro che può variare in relazione ai gusti degli abitanti e all’alternarsi delle funzioni lungo la giornata.

Non è difficile intravedervi una ricerca sullo spazio già percorsa con i progetti per il grattacielo in vetro del 1921 e l’edificio per uffici in cemento armato del 1923, che porterà Mies in modo progressivo e inevitabile alla filosofia del quasi nulla, alla smaterializzazione dello spazio e alla fluidità, prima di casa Tugendhat (1928-1930) e del padiglione di Barcellona (1929), e poi di casa Farnsworth (1945-1950).

 

La seconda linea di ricerca è quella di Le Corbusier. L’architetto franco-svizzero propone nei suoi due edifici i cinque punti della nuova architettura che ha già in parte sperimentato a partire dalle case Domino del 1914, sino al padiglione dell’“Esprit Nouveau” all’Expo di Parigi del 1925 e che adesso sono esplicitamente applicati ed enunciati per la prima volta.

Sono i pilotis, il tetto-giardino, la pianta libera, la finestra a nastro, la facciata libera. Nascono da una riflessione sulle possibilità costruttive offerte dal cemento armato, ma le traducono in termini poetici. L’atteggiamento di Le Corbusier, per quanto filtrato dalla mano felice di un genio, ha sempre carattere normativo.

 

Il terzo approccio è quello pragmatista di Oud. Le sue case a schiera sono un capolavoro di intelligente gestione dello spazio, di eliminazione di ogni spreco, di corretta organizzazione della pluralità delle funzioni che si svolgono all’interno dell’ abitazione.

La relazione illustrativa che Oud presenta è accurata sino alla pignoleria: forme, funzioni, attività, materiali sono discussi in maniera approfondita.

Oud è troppo attento alla concretezza del costruire per potersi avventurare nella scomposizione quadridimensionale. Tuttavia, l’influenza della frequentazione De Stijl è rintracciabile nell’ansia di articolazione spaziale che si concretizza nel leggero sfalsamento delle singole abitazioni tra loro e nella differenziazione dei volumi annessi che si trovano sul retro, più bassi rispetto alla restante costruzione grazie alla minore altezza dei loro ambienti. L’impeccabile disegno della scala che serve i vari livelli determina, a sua volta, e senza extracosti, una piacevole quanto ingegnosa sequenza spaziale.

 

Il quarto approccio è quello politico-sociale di Stam. Per il giovanissimo architetto olandese (ha ventotto anni nel 1927) è inutile che l’architettura insegua la forma.

La casa, invece, è un oggetto d’uso che deve cambiare in relazione alle nuove abitudini e alle nuove possibilità economiche. Via quindi i lavatoi, che saranno sostituiti dalle meno ingombranti macchine, via le cantine perché le cianfrusaglie vanno buttate, fine dei lavori domestici e dei relativi spazi perché questi saranno o meccanizzati o svolti all’esterno in spazi comuni.

Non è difficile intravedere, dietro la linea di ricerca prospettata da Stam, gli studi sulla casa comune e l’abitare collettivo che proprio in quegli anni si approntano in Unione Sovietica. Stam, in piena coerenza con i propri assunti, vi si recherà nel 1930 a seguito della Brigata Ernest May, ma, dopo aver elaborato il piano per Magnitogorsk, non tarderà a restarne deluso quando scoprirà che i modelli tradizionali di vita e le forme a essi connesse sono molto più duri a morire di quanto avrebbe voluto l’ideologia costruttivista.

 

Il quinto approccio è espressivo. Lo realizza Scharoun con un’abitazione colorata, articolata nella conformazione interna e nei volumi esterni. La casa, dichiara, è nata dal piacere di giocare con materiali nuovi e nuove esigenze di spazio. Siamo lontani dalla laconicità di Mies, dal formalismo prescrittivo di Le Corbusier, dal raffinato buon senso di Oud, dall’impegno politico di Stam.

L’obiettivo non è la standardizzazione ripetitiva né la creazione di un paesaggio artificiale e macchinista, ma la volontà di favorire un’evoluzione in sintonia con la vita. L’osservatore, aggiunge Scharoun, non vi troverà nulla di troppo tipizzato.

Ricerca quindi dell’individuale, dell’unione tra spazio interno ed esterno, della possibilità di stare con gli altri o di isolarsi nel soggiorno.

 

Scharoun è vicino alla filosofia di Häring ed è, insieme a Mendelsohn, uno dei progettisti più dotati e proprio per questo colpevolmente dimenticati, non rientrando la sua vena espressionistica all’interno del racconto dell’architettura contemporanea sviluppatosi a partire dagli anni trenta, dopo la mostra International Style.

Eppure, la sua casa al Weissenhof è senz’altro una delle opere più riuscite della siedlung e la casa Schminke che realizzerà a Löbau nel 1933 è un’incomparabile sintesi tra la leggerezza del razionalismo e la sinuosità dell’architettura organica.

Entrambe prefigurano una linea di ricerca originale e assai feconda che porterà alla realizzazione della Filarmonica di Berlino, uno dei più importanti edifici realizzati a Berlino a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta.

 

Oltre alle cinque linee di ricerca appena delineate, una pluralità di altre, tutte interessanti. Compresa quella di Behrens, stilisticamente fuori dal tempo, che però presenta un progetto di casa con terrazze rispondente ai nuovi requisiti di salubrità e igiene, e di Bruno Taut, come sempre problematico, concreto, intelligente ma poco dotato dal punto di vista figurativo.

L’affettuosa e insieme beffarda definizione del Weissenhof come “zoo dell’architettura contemporanea” appare quindi non priva di fondamento. Ma trascura un’altra e opposta verità: a Stoccarda un nutrito gruppo di architetti di varie nazionalità produce soluzioni diverse all’interno di un medesimo programma di ricerca.

 

Quando, nel 1927, Walter Curt Behrendt, anche sulla scorta del successo del Weissenhof, nel libro Der Sieg des neuen Baustils si chiede se lo spirito del tempo stia generando un nuovo stile e risponde in maniera affermativa, pur ammettendo che ancora vi è una notevole pluralità di punti di vista diversi, coglie il nodo della questione, travisandolo.

La ricchezza del moderno è infatti in questa pluralità, e tentare – come Behrendt stesso, in una certa misura auspica, e come avverrà in seguito sotto le pressioni di personaggi quali Sigfried Giedion e Philip Johnson – di ridurla a un unico comun denominatore stilistico è oltremodo pericoloso, per la vitalità del movimento stesso.

 

AFORISMI RISTRUTTURATI di Diego Lama 

Chi sa disegnare sa fotografare 

Dopo il piano regolatore, il piano sregolatore

In architettura non c’è bellezza senza coraggio

Più l’architetto è povero, meno costa 

Chi sa fotografare non sa disegnare

 

INTERMEZZO di Edoardo Alamaro 

Carceri

Il 910 da stazione Termini porta nei pressi del MAXXI di via Guido Reni. Dal finestrino del bus vedo il palazzetto dello sport di Nervi. Rispetto al gigantismo vuoto di oggi sembra una bomboniera, una porcellana di Capodimonte, fa tenerezza. Sono un po’ in anticipo, i cancelli del MAXXI si aprono alle undici. Una guida, illustra alla scolaresca le virtù del nuovo edificio. I ragazzi sembrano interessati. Ascolto un po’ anch’io, poi vado. Ho il tempo di fare un giretto attorno all’edificio, è una bellissima giornata primaverile romana. Guardo, penso … è orario, entro, pago 11 euro, niente entrate di favore, gratis solo giornalisti professionisti, e noi siamo dilettanti, si sa.

Al MAXXI sono in corso varie mostre: Alighiero & Boetti, ad esempio, con contorno dei suoi adepti Clemente ed Ontani. Leggo un po’ di cose. Mi incuriosisce molto il rapporto che questi tre artisti degli anni 70-80 del ‘900 dichiaravano di intrattenere con Roma; una città a loro sostanzialmente estranea, forse carceraria, da sfuggire, … “Qui a Roma sono uno straniero, sono un soggiornante (obbligato), per cui ho sempre la coscienza di dove sono…”, scrive infatti Boetti nel 1982, dopo 10 anni di permanenza a Roma, proveniente da Torino-Porta Nuova.

Ed ancora, Francesco Clemente, nel 1999: “Io ho visto Roma come parte dell’Oriente. Boetti, Ontani ed io eravamo a Roma perché non volevano essere Altrove. Cercavamo un non-luogo…”, dichiara. Infine, Luigi Ontani, nel 1986: “A Roma è come se dei luoghi noti del pensiero fossero ancora viventi, come se dei personaggi permanessero per mitologie e leggende. Sono andato in India nello stesso modo in cui sono venuto a Roma, per diletto….”

L’Oriente e Roma e viceversa, quindi: il medio Oriente, Ali baba, la lampada di Al hamar, l’India, the Beatles, ‘o Mahatma Gandhi, Pascalino ‘o maragià, Caravan petrol, Cinecittà, Chandigarh, Kenzo Tange; … Mao, la Cina, il libretto istruzioni per l’uso, l’Oriente è rosso, ecc…; e poi, ancora, l’arte contrattuale-concettuale, la paziente decorazione colorata delle tessitrici di Boetti in Afghanistan e (poi) in Pakistan, …; insomma, una marmellata dolce da spalmare su “Roma pagnotta”.

Così sta scritto in mostra: “… da stranieri i tre artisti vivono Roma come un ponte verso l’Oriente, un porto per immaginazioni lontane, in un momento in cui la situazione sociale del paese diventa sempre più soffocante, l’Oriente è un luogo dove trovare asilo e conforto. La Roma di quegli anni corrisponde alla loro visione di Oriente, un luogo vissuto in prima persona e nello stesso tempo costruito e immaginato.… bla, bla … e voilà”.

Scendo per questa china romana in un’altra MAXXImostra. E’ disposta su tre livelli, si chiama “Inventory” e la firma l’indonesiana-olandese Fiona Tan, un’artista  che indaga con le foto e le video installazioni sulla nozione di “spazio-tempo e memoria”; e cioè sul “rapporto tra collezioni artistiche e memoria visiva, arte e architettura”.

Al piano terra, al primo livello, Fiona Tan ripropone una sua opera del 2004, si chiama “Correction” ed è una video-installazione modello Panopticon. Infatti, davanti a me, malcapitato spettatore a pagamento, sfilano 300 ritratti reality di secondini, carcerieri e carcerati americani. Dovrei stare tre ore per godermi tutta l’opera correzionale della Tan, ma tre minuti bastano (e avanzano).

Il secondo livello di “Inventory” spiega meglio l’angoscioso tema carcerario visto al piano di sotto: sono infatti disposte al muro simil-fax delle famosissime incisioni “Carceri d’Invenzione” di Piranesi, fonte d’ispirazione per Fiona Tan. Sta scritto testualmente ed eloquentemente: “… l’artista riscontra una forte correlazione tra i visionari spazi architettonici delle piranesiane Carceri d’invenzione e gli spazi fluidi e dinamici del progetto di Zaha Hadid per il MAXXI”. La cosa comincia da interessarmi.

Monia Trombetta, curatrice della mostra, all’uopo precisa: “Fiona Tan considera le elaborazioni fatte da Piranesi sulle “Carceri d’Invenzione” (realizzate nel 1749-50, fino al raggiungimento del risultato finale) simile al lavoro di un autore letterario che lavora al proprio testo, rimaneggiandolo e sovrascrivendo più volte….” Giusto, esattamente come faccio io, per questi Intermezzi passanti all’Eldorado da viaggio low cost d’architettura.

Ma il punto caldo d’osservazione è il MAXXIcarcere di Fiona Tan a via Guido Reni a Roma. Non ci vuole certo Freud per sottolineare “la memoria” che l’architettura di Zaha Hadid ha suscitato in questa viaggiatrice d’arte contemporanea dalla radice antica. Del resto si sa che le incisioni di Piranesi hanno giocato un ruolo fondamentale nell’arte del XX secolo, del surrealismo in particolare, e addirittura nelle scenografie del primo cinema horror, fino al Maxischemo…. Così sta scritto nel web: “Le carceri di Piranesi hanno un’essenza ghiacciante e gracchiante .… Lo spazio dell’architettura antica è invaso da scale che si intrecciano e confondono e che non portano da nessuna parte, ponteggi robusti, corde e tendaggi sono appese ad arte concettosa senza motivo apparente; grosse arcate collegano spazi dove regna soltanto il ca-sos. (ma allora è proprio il MAXXI, nda)”. Continua il saggio liquido: “… Gli spazi sono attrezzati da bizzarri strumenti adatti a ogni tipo di tortura dello spettatore, che nulla hanno da invidiare alle grottesche apparecchiature dell’inquisizione spagnola. I personaggi rappresentati nelle “Carceri d’Invenzione” sono invece delle anime vaganti (ma paganti il biglietto d’ingresso, ma allora è proprio il MAXXI, nda)”. Insiste ancora il Nostro: “… Corpi senza volontà alcuna sono lì per farci capire l’aspetto più lugubre e terrificante dell’architettura d’oggi. Da loro capiamo come gli spazi incisi tolgono non solo la libertà di fare, ma anche di essere architetti, rubano la volontà di esistere: è una MAXIfuffa. I personaggi vagano perciò senza espressioni nel viso, come inerti, come ospiti dell’inferno di Zazà … bla, bla …”.

Con questa chiave carceraria romana fornitami da Fiona Tan (e da Alighiero Boetti & C.) percorro i MAXXIspazi di Zaha Hadid: ero ben disposto, ero preparato, comprensivo, ma la realtà supera ogni mia immaginazione. Parlo con alcuni addetti del MAXXI, giovani simpatici. Domando loro: “Scusate, ma il museo dov’è?” Uno mi risponde pronto: “… ci sono cinque pezzi fissi (Penone, Sol Lewitt, Kapoor…), poi il resto è liquido, mobile, ruota dall’archivio …. è infatti il museo del XXI secolo, non c’è ancora, è in corso d’opera … ”. (… ma l’Unione consumatori d’arte vi farà causa, dico).

Mi fermo, guardo i due tubi rossi di Moschetti (ben posizionati) che scendono nel vuoto, … per associazione di idee penso a Scampia, al Di salvo chi può.…; penso divertito all’utilizzo che avrà questo edificio nel domani prossimo venturo; cerco di indovinare le modifiche “piranesiane” che solleciterà, … penso agli scenari possibili, … penso che alla prima emergenza seria romana sarà occupato da gente comune non concettuale e trasformato dall’uso. Il vuoto diventerà allora pieno, nelle forme d’uso di che? Bah, chi lo sa, forse si potrebbe sin da ora bandire un concorso d’idee per la MAXXi trasformazione partecipativa ‘e PresS/T. Che ne dici, Lpp? Saluti romani, Eldorado 

 

SGRUNT  a cura di Marco Maria Sambo 

Aguilera Guerrero Arquitectos, Hannes Meyer, Alex Britti e John Mayer

Visitando il blog di Aguilera Guerrero Arquitectos sono rimasto colpito dalla foto di Hannes Meyer in copertina, uno tra i fondatori della celebre rivista “ABC”, anche direttore del Bauhaus tra il ‘28 e il ‘30. Una presa di posizione netta, quindi, un richiamo a ritornare alle origini per riscoprire spazi e funzioni dell’architettura. Trovo culturalmente molto interessante questo piccolo dettaglio, e trovo estremamente interessante la ricerca spaziale di questo Studio d’architettura di Tarragona: ottima architettura, attenta al sociale, complessa al punto giusto e sì, perché no, funzionale quando serve. Perché in fondo, una delle cose che ho capito in questi ultimi 8 anni (da quando cioè scrivo su presSTletter) è questa: la funzione dell’architettura non può essere totalmente soppressa in nome di un espressionismo fine a sé stesso; lo spazio non può essere soggiogato da un elàn vital che costruisce solo forme e se ne infischia delle esigenze umane.

In ogni caso vi consiglio di visitare il blog di Aguilera Guerrero Arquitectos, ecco l’indirizzo: http://aguileraguerreroarquitectos.blogspot.it

 

E dopo questa inutile riflessione vi lascio con un bellissimo video intitolato “Alex Britti VS John Mayer”, uno scontro tra due grandi chitarristi all’ultima nota, buona visione, buon ascolto e Sgrunt a tutti:

http://www.youtube.com/watch?v=wT6qh99O-_I

marco_sambo@yahoo.it

 

MEDIA E DINTORNI a cura di Antonio Tursi 

Le smart city siamo noi

Smart city è ormai un’etichetta di uso comune per indicare un ripensamento della vita urbana secondo differenti vettori segnati dagli utilizzi delle tecnologie digitali. Tra questi vettori sicuramente occupano un posto di primo piano quelli legati alla sostenibilità ambientale: perciò reti intelligenti per la distribuzione e il risparmio di energia elettrica, nuove modalità di raccolta dei rifiuti, razionale gestione del traffico. Il tutto attraverso sensori diffusi, con una polverizzazione nello spazio urbano di intelligenza tecnologica, il pieno dispiegamento dell’Internet delle cose. Ma molti altri vettori si prospettano all’orizzonte: dalle possibilità di un marketing territoriale che sfrutti strumenti e scale innovative, alle forme di partecipazione alle decisioni pubbliche attraverso gli strumenti di e-democracy e e-government. In generale, infatti, una smart city ha possibilità di edificarsi se c’è un impegno complessivo della cittadinanza a cambiare pratiche e stili di vita. Una città intelligente significa anzitutto cittadini intelligenti. E la spinta dal basso è indispensabile tanto che si diffondono le pratiche legate alle azioni di ciascuno: crowd-sourcing, funding, creating, voting, wisdom. Ciascuno deve assumersi la responsabilità di prendersi cura di quelle tracce che condivide con il suo prossimo. La consapevolezza di questa assunzione di responsabilità per le conseguenze delle proprie azioni sull’ambiente circostante può venire anche attraverso l’intrattenimento di un videogioco come SimCity di cui è stata appena lanciata la sesta versione: con l’incredibile realismo di una simulazione di tutti i singoli comportamenti urbani, di tutte le interazioni e reazioni tra persone, oggetti ed eventi in città. Anche giocando a fare gli urbanisti si contribuisce all’emergere di una smart city. [“L’Espresso”, 11 aprile 2013] Twitter @antonio_tursi

 

CONTRO-ARCHITETTURA di Massimo Locci 

Rudolf Steiner

Il  MART di Rovereto, fino al 2 giugno, ospita  una mostra su Rufolf Steiner (1861-1925) curata da Mateo Kries, che l’aveva già  organizzata al Vitra Design Museum di Weil am Rhein.  La retrospettiva documenta la straordinaria e poliedrica attività di un intellettuale interessato  a tutte le forme della ricerca umana, teorica e applicata. Attività spaziante dal pensiero filosofico (Teosofia e Antroposofia) e pedagogico (scuole  Waldorf), alla sperimentazione in campo scientifico (medicina steineriana, agricoltura biodinamica), alla letteratura (arte della parola) alle molteplici articolazioni artistiche. Queste ultime sono finalizzate a creare una nuova “estetica del quotidiano” applicata alla scultura e alla pittura, alla musica e al teatro, all’architettura, al design, alla scenografia (in particolare del Faust).

Steiner  insegue un nuovo umanesimo che coinvolga sinergicamente e olisticamente tutte le discipline tecnico-umanistiche, immagina infatti ” di poter prendere l’uomo e di rovesciarlo come un guanto. Non rimarrebbe così come lo vediamo ora; si espanderebbe fino a diventare l’Universo”.

Centrale nel suo lavoro lo studio scientifico sul pensiero di Nietzsche e di Goethe, di cui a soli 21 anni analizza criticamente l’Opera Omnia, sia per gli aspetti legati al suo specifico disciplinare di giovane neo-laureato (Biologia, Chimica, Fisica, Matematica), sia per i riflessi sulle discipline umanistiche e delle arti visive. Nell’analizzare l’opera di Goethe si è occupato, inoltre, delle implicazioni nel campo della sociologia, dell’antropologia e della nascente psicologia. Soprattutto nello stesso periodo, dopo aver consolidato la sua posizione di opposizione alla visione Kantiana e alla Critica della Ragion Pura, che rappresentavano una delle finalità dei Circoli Teosofici, Rufolf Steiner diresse per un decennio la Società Teosofica.

Nel 1886 pubblicò un primo libro sulla filosofia di Goethe: La teoria della conoscenza implicita nella concezione del mondo di Goethe. Negli anni successivi, dopo aver a lungo lavorato al riordino del suo archivio a Weimar (così come aveva fatto con quello di Nietzsche), esce il suo Goethes Weltanschauung (La concezione del mondo di Goethe).

Tra gli elementi sostanziali sotteso dal pensiero di Goethe, oltre alla celebre Teoria dei Colori,  la visione metamorfica che,  grazie agli studi di Steiner e alla sua forte attività di comunicatore, è diventata il secondo e principale asse di interpretazione della cultura espressiva del ‘900 e che incorpora tra gli altri  il Futurismo,  la componente orfica del Cubismo, l’Espressionismo, l’Avanguardia Sovietica,  il DeStijl, l’Informale.

Rufolf Steiner da giovane si era contrapposto a Riegl e Semper, cioè alla linea analitica che ha concettualmente vertebrato il Razionalismo,  e ciò ha determinato una controversa fortuna critica del suo pensiero. Solo per rimanere tra i contemporanei Giedion, Frampton, Benevolo, Tafuri, Norberg Schulz e Brandi non ne hanno condiviso la dimensione esoterica  e sovrasensibile.

Tra i detrattori più determinati Nicola Abbagnale che lo riteneva addirittura fuori dalle filosofie ufficiali. Gillo Dorfles, Denis Sharp, Justus Dahinden e Bruno Zevi  ne apprezzavano, viceversa, l’approccio olistico che coniugava Movimento, Forma Plastica e Metamorfosi.

Tra i progetti architettonici rimane esemplare il Goetheanum, realizzato a Dornach due volte: il primo, con due grandi cupole e sperimentali strutture intrecciate in legno, fu inaugurato nel 1920 e bruciato solo due anni dopo. Il secondo (di cui nella mostra è possibile ammirare un modello in scala) fu ricostruito tra il 1924 e il 1928 in cemento armato, di cui tra i primi sfrutta le potenzialità plastiche della materia.

La presenza, in quegli anni, a Weimar e poi a Berlino (per insegnare storia all’Università) fu determinante anche per infinite frequentazioni che ebbe opportunità di coltivare: Wedekind, Sceerbart, Mondrian, Kafka, Max Brod, Rosa Luxemburg, Poelzig, Finsterling, Taut, Scharoun, perfino Benedetto Croce e Giovanni Papini.  Molti con lui e la sua scuola ebbero relazioni indirette, come  Piet Mondrian e Wassily Kandinsky che da lui traggono ispirazione o i nostri Balla, Marinetti, Depero, Evola.

L’influenza e la stimolazione antroposofica di Steiner nel campo dell’architettura e dell’arte sono evidenti nelle visioni utopiche della November Grouppe, nella corrente  espressionista e  nel movimento organico. In tempi recenti sono esplicite e dichiarate le relazioni con il lavoro di Richard Neutra, FredericK Kiesler, André Bloc, Reima Pietila, Herzog & De Meuron, Gunter Domenig, Joseph Beuys, Imre Makovecz, Alberts & Van Huut, Justus Dahinden, Kenji Imai. In Italia in particolare  Vittorio Leti Messina, Maria Teresa Mariucci, Stefano Andi.

In merito a ciò il curatore Mateo Kries ha dichiarato: «L’estetica e la pratica architettonica di Steiner hanno segnato il lavoro di molti progettisti. Tra gli estimatori di Steiner si possono identificare due gruppi: il primo è composto da chi, seppure influenzato dalle sue teorie, ha sviluppato una ricerca autonoma: per esempio Herzog & De Meuron, che nel 2002 scrissero una monografia intitolata Natural History in cui dichiararono i propri riferimenti al testo Kunstformen der Natur del filosofo e biologo tedesco Ernst Haeckel e alla materialità delle formazioni geologiche (tratto tipico delle strutture steineriane); gli stessi riferimenti che si possono ritrovare nell’edificio Schaulager a Basilea, a pochi chilometri dal Goetheanum. Il secondo gruppo è formato da chi continua ad applicare dogmaticamente gli insegnamenti di Steiner, come gli olandesi Alberts & Van Huut»

Dalla mostra giungono sollecitazioni che attestano l’attualità del pensiero steineriano:

– l’architettura è una forma di comunicazione

– l’architetto è un intellettuale che coordina in modo interdisciplinare forme e linguaggi

– un edificio deve esprimere all’esterno i propri contenuti funzionali e simbolici

– l’ideazione coniuga forma e funzione in rapporto di verità tettonica con la tecnologia e i materiali

– il valore spaziale dell’architettura si esalta nel metamorfismo organico e nel libero flusso dei percorsi

L’itinerario illustrato al Mart è strutturato in tre sezioni, ovvero Contesto, Metamorfosi e Pratica. La sezione Metamorfosi, in particolare, affronta gli aspetti legati all’estetica applicati al mondo dell’architettura e del design. Nei suoi progetti con elementi antropomorfi è evidente la finalità di creare un sistema di forme “animate”. In mostra lettere, testi, foto, locandine delle conferenze (ne ha sostenuto più di 6000), dipinti, elaborati grafici, disegni su lavagna (con scritte e schizzi fatti durante le sue lezioni), plastici, mobili, oggetti di design. Accanto alle sue opere per l’interior design quelle coeve di Henry Van de Velde, Frank Lloyd Wright, Vatislav Hofman e Erich Mendelsohn, tavoli di Adolf Loos, modelli di camere colorate per uso terapeutico.

Massimo Locci

massimolocci.arch@gmail.com

 

LETTERE

Lettere spedite a: l.prestinenza@gmail.com

 

Vania Di Stefano: su Intermezzo

Caro Luigi,

la tua rassegna è sempre ricca di notizie eriflessioni interessanti, libere e, quando serve,irriverenti. Come studioso di epigrafia latina, mi hacolpito il malinconico INTERMEZZO di Edoardo Alamaro. Quel suo giro cimiteriale e le trascrizioni riportate, forse lui non lo sa, sono una fonte primaria, quasi un salvifico codice epigrafico, ricco di testi scelti in ragione dellamalinconica filosofia che sottintende la misura del tempo,la vanitas delle cose terrene, architettura compresa(spesso incompresa e demolita). Fa venire in mente Isepolcri di Foscolo, poesia stupenda, pagina di storia che guarda alla memoria collettiva, oggi corrosa dal superfluo che agisce come l’acqua del mitico Lete e ci sommerge, ci annega ogni pensiero. Alamaro dovrebbe farne un’antologia, ampliando la cerchia degli uomini illustri la cui storia, distrutto ogni foglio di carta, viaggerà su quelle pietre, su quei marmi sino a quando esisterà la capacità di leggere e capire l’italiano del XIX secolo; poi sarà solo materiale da costruzione o da cuocere in calcara. Così è tramontato il mondo antico, ma molto, molto più lentamente e, fuori dalle gerarchie dei troppo ricchi, dignitosamente.

Un caro

saluto da

Vania Di Stefano

 

Giuseppe Giannini: Non ti pago!

Ha ragione Orofino nel segnalare il caso. Si tratta di un atteggiamento “prudenziale” dell’ Amm. ne Comunale per tentare di prevenire contenziosi in caso di ritardo dei pagamenti forniture di servizi. Si tratta, dunque, di un “consenso informato” rivolto al prestatore di servizi o forniture che, in teoria, non lascerebbe spazio a rivalse nei confronti della Stazione appaltante. Cio’ per aver partecipato alla gara e accettato espressamente le condizioni. In realta’ invece, occorre disertare il bando e segnalarlo all’Autorita’ di Vigilanza sui LL.PP. o, nel caso, al Tar Competente.

Arch. Giuseppe Giannini

 

presS/Tletter

Lettera con notizie e eventi di architettura, cultura, arte, design. Ai sensi della Legge 675/1996, in relazione al D.Lgs 196/2003 La informiamo che il Suo indirizzo e-mail è stato reperito attraverso fonti di pubblico dominio o attraverso e-mail o adesioni da noi ricevute. Si informa inoltre che tali dati sono usati esclusivamente per  l’invio della presS/Tletter e di presS/Tmagazine. Per avere ulteriori informazioni sui suoi dati, che di regola si limitano al solo indirizzo di e-mail può contattare il responsabile, Luigi Prestinenza Puglisi, all’indirizzo l.prestinenza@gmail.com. Tutti i destinatari della mail sono in copia nascosta (Privacy L.75/96).

E’ gradito ricevere notizie, le quali, dovranno essere comunicate via mail all’indirizzo l.prestinenza@gmail.com con almeno una settimana di anticipo e, comunque, entro il giovedì che precede l’evento, con brevi comunicati stampa, di regola non superiori alle cinque righe. In questi dovrà essere chiaro giorno e luogo dell’evento, titolo, partecipanti, telefono, mail, sito web per approfondimenti. Le notizie, a giudizio insindacabile della redazione, sono divulgate quando se ne intravede un potenziale interesse. E’ però cura di chi riceve la lettera verificarne attendibilità e esattezza. Pertanto esplicitamente si declina ogni responsabilità in proposito. La redazione si riserva il diritto di sintetizzare le lettere e gli interventi da pubblicare. Il materiale mandato in redazione, che è anche il luogo dove sono custoditi i dati, viale Mazzini 25, Roma, non verrà restituito.

 

In redazione: LPP, Edoardo Alamaro, Anna Baldini, Furio Barzon, Diego Barbarelli, Claudio Betti, Valentina Buzzone, Diego Caramma, Francesca Capobianco, Luigi Catenacci, Marcello del Campo, Rossella de Rita, Arcangelo di Cesare, Marco Ermentini, Claudia Ferrauto, Elisabetta Fragalà, Maria Clara Ghia, Diego Lama, Nicolò Lewanski, Salvator-John Liotta, Massimo Locci, Zaira Magliozzi, Antonella Marino, Mario Miccio, Alessandra Muntoni, Giulia Mura, Santi Musmeci, Ilenia Pizzico, Filippo Puleo, Marco Maria Sambo, Benedetta Stoppioni, Diego Terna, Graziella Trovato, Antonio Tursi, Monica Zerboni.

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