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Il dettaglio filosofico: Raffaello e David – di Davide Boselli

Il dettaglio filosofico: Raffaello e David – di Davide Boselli

Il dettaglio é quel minuto particolare che, per sua natura, sottende un pensiero o un preciso messaggio.

Con Botticelli, nel Mercurio della cosiddetta Primavera (Firenze, Galleria degli Uffizi), opera degli anni ’80 del ‘400, si instaura un particolare tòpos, poi stratificatosi ed affermatosi in campo artistico: quello dell’indice della mano destra alzata ed indicante l’alto.

Si notino, ad esempio e tra gli altri, il San Giovanni Battista (Parigi, Louvre) di Leonardo, del secondo decennio del ‘500 ed i casi di Raffaello, nella Disputa del Sacramento o nella Scuola di Atene, entrambe coeve al San Giovanni ed affrescate sulle pareti dei Musei Vaticani.

Il gesto di Platone nella Scuola di Atene si relaziona ad un interessante dettaglio di un’opera di David, La morte di Socrate (New York, Metropolitan), del 1787.

Rileggendo l’arte e comparandola ai testi filosofici di Platone, in cui riscontrare il vero pensiero socratico (e non quello platonico mascherato in Socrate), come ad esempio l’Apologia, si possono legittimare le scelte operate da David.

In primo luogo emerge una disconnessione rispetto al tòpos dell’indice della mano destra operata da David, il quale opta per quello della mano sinistra.

Come cercheremo di dimostrare, la differenziazione rispetto al tòpos classico è operata volontariamente dall’artista francese e rimanda a specifici testi platonici, quelli in cui è proprio Socrate a parlare (il quale, è noto, praticava il suo insegnamento oralmente, senza lasciar nulla di scritto).

La resa di quel particolare indica, a favore di David, una profonda conoscenza del pensiero filosofico antico.

Se la scelta di David non fosse volontaria, lo schema sinottico dell’opera sarebbe capovolto, con i personaggi raffigurati attorno al letto disposti nel senso opposto e la fuga del terzetto di figure rappresentata sulla parte destra anziché su quella di sinistra, come vedremo successivamente.

Un siffatto schema sinottico è subordinato alla gestualità inversa di Socrate collegata al cenno di Santippe.

David costella la sua opera di dettagli affinché il particolare della mano sinistra possa veicolarne l’ermeneutica generale, fornendo perciò un messaggio differente, sottolineato dal dettaglio dissociativo.

Il Platone di Raffaello, rappresentato col volto di Leonardo, indica, si è detto, la realtà metafisica, introdotta nella filosofia proprio dall’allievo di Socrate.

Ma il Socrate di David, indirizza la riflessione altrove; Socrate non può indicare la realtà soprasensibile, teorizzata dal suo allievo decenni dopo la morte del maestro.

Il quadro sinottico del francese, abbiamo detto, riflette la volontarietà di far innalzare a Socrate l’indice della mano sinistra. A questo gesto cercheremo di far corrispondere un preciso messaggio, osservando altri dettagli e leggendo i testi antichi.

Si nota, nell’opera di David, uno scoramento patetico, al limite della drammaticità, ostentato dai seguaci di Socrate, in netto contrasto con la fermezza con la quale il maestro impugna la coppa contenente la cicuta.

In primo piano giacciono aperte delle catene di ferro.

Seminascosta nel letto su cui si sta posando Socrate, spunta una lira in secondo piano.

La stessa lira che Raffaello fa impugnare ad Apollo nella parte sinistra dell’affresco della Scuola di Atene, rappresentante uno degli attributi classici dell’iconologia apollinea.

Ma non solo. Apollo fu la divinità di riferimento per Socrate. Fu Apollo, attraverso l’oracolo di Delfi, ad indicare Socrate come “il più sapiente tra gli uomini” al motto scolpito sul frontone del tempio di Apollo a Delfi, “Conosci te stesso” che Socrate dedicherà tutta la sua indagine filosofica.

Introducendo la maieutica dei logói sokratikói Socrate indagherà il significato del responso della Phytia delfica (la sacerdotessa che offriva il responso divino) secondo il cosiddetto esame elenctico (dialettico confutatorio) da egli stesso condotto tra politici, poeti ed artigiani per analizzarne la presunta sapienza. L’esito, seppur confermante la maggior sapienza di Socrate, appare comunque irrisorio rispetto alla vera sapienza, quella divina. Ecco perché il motto socratico del “saper di non sapereè delfico per antonomasia, ottemperante al monito “conosci te stesso”: stimare la limitatezza della sapienza umana rispetto all’unica vera sapienza, quella divina.

Platone, nel Fedone, indica la cicuta col termine di pharmakon, un vocabolo sul quale soffermarsi per disambiguare. Esso indica un generico veleno ed al contempo un generico medicinale, come nel moderno significato del termine. È chiaro come, sia per Socrate e Platone che per David, il termine indichi non il veleno, bensì il suo opposto, il medicinale.

Il Socrate di David, infatti, non esita ad impugnare con fermezza la coppa della cicuta; le catene infrante in primo piano enfatizzano la funzione curativa e liberatoria del pharmakon, affinché l’anima possa affrancarsi dal corpo. La cicuta è perciò lo strumento necessario ad ottemperare all’insegnamento filosofico socratico: la cura dell’anima.

Analizzando i testi filosofici si possono fissare ulteriori elementi.

Illuminante è un passo del Fedone, ove Platone fa pronunciare a Socrate il celebre paragone col canto dei cigni.

“Si vede che io, in fatto di divinazione, vi sembro molto meno dei cigni, i quali, quando sentono che devono morire, pur cantando anche prima, in quel momento, tuttavia, cantano i loro canti più lunghi e più belli, pieni di gioia, perché stanno per andarsene presso quel dio (Apollo) del quale sono ministri […]. Credo che i cigni, poiché sono sacri ad Apollo, sono indovini, e avendo la visione dei beni dell’Ade, nel giorno della morte cantano e si rallegrano più che nel tempo passato. Ora, anch’io mi ritengo compagno dei cigni nel loro servizio, e sacro al medesimo dio, e ritengo di aver avuto dal dio il dono della divinazione non meno di essi, e quindi non dover andarmene da questa vita più tristemente di loro”. (Fedone, 85 A /B).

Questo passo conferma la stretta connessione tra Socrate ed Apollo, chiarisce la presenza della lira, strumento sacro al dio e delle catene rotte nel quadro di David.

Tuttavia il Fedone è un testo puramente platonico, ove non vi è traccia dell’originario pensiero socratico.

È infatti Platone stesso ad ammettere, nel Fedone, di non aver presenziato alla morte di Socrate (perché, afferma, esser malato, ndr) e dunque di ammettere, in filigrana, la piena paternità poetica di quel contributo.

Ciò postulato, rileggere l’opera di David secondo la falsariga espressa nel Fedone risulterebbe fuorviante.

Come cercheremo di dimostrare La morte di Socrate di David fa sì riferimento al passo del Fedone, per ciò che concerne gli attimi immediatamente antecedenti la morte, ma esprime un preciso messaggio di stampo socratico, scevro da filtri platonici e desumibile nel particolare dissociativo della mano sinistra.

L’Apologia, si è detto, riflette invece, per svariate ragioni, il pensiero originale di Socrate.

Basti pensare che, trattandosi di un processo ufficiale di Stato, l’Apologia di Socrate ripropone le battute originarie che lo caratterizzarono; è dunque possibile desumere dagli interventi dell’illustre imputato il suo pensiero, svincolato dalla maschera editoriale di Platone.

È dunque l’Apologia il testo ove trovare la chiave di volta per spiegare l’opera di David.

Socrate prende in esame la natura della pena di morte e dice:

“avere paura della morte, cittadini, non significa altro che credere di essere un sapiente, mentre in realtà non lo si è. In effetti nessuno sa cosa sia la morte e se essa non sia per l’uomo il maggiore di tutti i beni; e invece gli uomini ne hanno paura, come se sapessero bene che essa è il più grande dei mali. Non è forse ignoranza questa, e anzi la più riprovevole, l’esser convinti di sapere le cose che invece non si sanno?”  (Apologia, 29 A/B)

Non è forse questa una risposta al motto delfico “conosci te stesso” ed al contempo una connessione al celebre aforisma socratico “so di non sapere“, nonché un immediato corollario al responso dell’oracolo “Socrate è il più sapiente tra gli uomini”?

Leggendo un altro passo, Socrate risponde con una provocazione alla proposta di pena presentata da Meleto, uno dei suoi accusatori. Egli domanda ai giudici:

(quella che Meleto) cerca di infliggermi e che io affermo di non sapere nè se sia un bene nè se sia un male (Apologia, 37 B) è una questione da porre in relazione al passo precedente ed alle medesime riflessioni.

Queste battute, riferite alla morte, dimostrano la consapevolezza del non sapere di Socrate: ossia il non conoscere se essa sia un bene o un male; e perciò la condanna a morte può essere, alla luce dell’impossibilità di conoscere l’entità della morte, una punizione?

Proseguendo con la lettura dell’Apologia si rintracciano ulteriori tasselli.

Dice Socrate:

Consideriamo il fatto che c’è molta speranza che il morire sia un bene. Una di queste cose è il morire: o è come un non essere nulla, e chi è morto non ha più alcuna sensazione di nulla; oppure, stando ad alcune cose che si tramandano, è un mutamento e una migrazione dell’anima da questo luogo che è quaggiù ad un altro luogo” (Apologia, 40 C).

In questo passo si vaglia la possibilità che la morte possa essere un evento positivo e liberatorio, di per sé non consona all’attribuzione di una pena.

Infine nell’Apologia emerge un passo, che potrebbe rappresentare l’esatto momento raffigurato da David e che spiegherebbe il motivo della scelta di innalzare l’indice della mano sinistra, per indicare qualcosa ed un messaggio differente rispetto a quanto indicato dall’iconologia classica.

Socrate, nelle battute finali dell’Apologia, afferma:

ma è ormai venuta l’ora di andare: io a morire, voi, invece, a vivere. Ma chi di noi vada verso ciò che è meglio, è oscuro a tutti, tranne che al dio” (Apologia, 42A).

Ecco spiegato a cosa l’indice di Socrate alluda: la sapienza di dio, di Apollo, il solo sapiente e dunque il solo conoscitore del mistero della  morte.

E poiché Socrate è conscio di aver ottemperato ai dettami divini, del viver filosofando, consapevole della limitatezza della propria sapienza, non esita ad afferrare la cicuta, strumento di espiazione e liberazione della propria anima, oggetto della cura operata dalla filosofia.

Infatti, notando un particolare, David raffigura Santippe, la moglie di Socrate, nel terzetto di figure in alto sulla sinistra. Ella, a differenza degli allievi di Socrate, non si dispera per l’imminente morte del marito, bensì lo saluta con un arrivederci consapevole e speranzoso.

Un insegnamento, quello di Socrate che, nelle parole spese nell’Apologia, gli venne affidato direttamente dal dio (Apollo) e che, in ottemperanza ad una vita spesa alla conoscenza di sé stesso, della propria limitatezza e soprattutto votata alla filosofia, intesa come unico strumento di purificazione dell’anima, lo conduca ad una realtà migliore, secondo l’evoluzione del pensiero filosofico originato dalla dottrina orfica.

Ulteriore conferma emerge da un confronto con un’opera analoga nel soggetto, ma soprattutto coeva a quella di David, La morte di Socrate di Peyron, (Statens Museum fur Kunst, Copenaghen), del 1787.

Il quadro sinottico è il medesimo di David. Tuttavia, nonostante la presenza delle catene sciolte in primo piano, Socrate innalza la mano destra, ma Santippe e la lira non vengono raffigurate.

Quest’ermeneutica comparativa mostra, oltre al maggior talento artistico di David, una totale e differente conoscenza della filosofia antica, dei testi platonici e del messaggio socratico, resi nell’opera attraverso alcuni dettagli.

In virtù dei medesimi assunti, la consueta attribuzione alla figura di Platone, in riferimento all’uomo seduto sulla cassa ove è apposta la firma di David, raffigurato grigio e calvo, col capo chinato, ai piedi del letto di Socrate, potrebbe essere rivista. Un attento conoscitore del Fedone e dell’Apologia quale abbiamo ipotizzato essere David, non avrebbe raffigurato Platone, assecondando la testimonianza del medesimo circa la sua assenza al momento della morte del maestro. Anche qualora questi fosse Platone, all’epoca dei fatti (399 a. C.) neanche trentenne, non avrebbe posseduto quei connotati senili che il personaggio in questione palesa.

È dunque dalla resa di alcuni dettagli, comparati con gli scritti filosofici, che il gesto del Socrate di David conduce ad un’ermeneutica del tutto differente rispetto al tòpos classico; è proprio il dettaglio artistico che rivela la firma d’autore.

 

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