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L’arte della memoria: Almarcegui e Benassi alla Biennale – di Marta Atzeni

L’arte della memoria: Almarcegui e Benassi alla Biennale – di Marta Atzeni

Edifici, strade, ponti. Isole artificiali. Stazioni spaziali.
Prima la terra, poi l’acqua, infine lo spazio: l’uomo manipola il mondo naturale, altera i suoi confini, muta i suoi rilievi, colonizza le sue superfici. E poi dimentica.

Alla 55. Mostra Internazionale di Arte – La Biennale di Venezia in corso, due opere indagano come la memoria dell’azione umana compiuta sulla natura conduca alla presa di  coscienza delle conseguenze che la stessa produce.

Nel Padiglione Italia alle Tese delle Vergini Elisabetta Benassi – tra i 14 artisti scelti dal curatore Bartolomeo Pietromarchi per la mostra vice versa – realizza ‘The Dry Salvages’: migliaia di mattoni di argilla del Polesine sono marchiati con le sigle identificative dei più grandi detriti spaziali in orbita attorno alla Terra. Ordinati in filari continui, compongono un’inaspettata parete a terra, a tratti dissestata, superficie di un pianeta vergine che mai ha incontrato la mano dell’uomo.

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Elisabetta Benassi, The Dry Salvages, 2013 / ph. Agostino Osio

Nei Giardini, Lara Almarcegui – unica artista invitata dal curatore Octavio Zaya a rappresentare la Spagna – trasforma lo spazio a sua totale disposizione: materiali in quantità equivalenti a quelli delle eterogenee materie prime di cui si compone il Padiglione vengono ordinati come macerie in cumuli distinti per tipo. Invadono lo spazio del Padiglione stesso di cui rappresentano genesi e morte: ostruiscono il passaggio dalla sala principale alle altre, articolano le stanze laterali in percorsi obbligati lungo i loro tondi perimetri.

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Laura Almarcegui, Padiglione spagnolo, 2013 / ph. Ugo Carmeni

E’ arte che si fa spazio, che rimanda ad altri luoghi, più o meno lontani, il cui naturale equilibrio viene, o è stato, alterato da interventi antropici. Azioni, poiché il più delle volte imprudenti, anche dalle conseguenze impreviste. Una tristemente nota pianura italiana, alluvionata il 21 novembre 1951; l’universo, meta di conquiste odierne e future, invaso da migliaia di detriti artificiali; terreni un tempo vuoti, ora lotti costruiti.
A completare questa mappa ideale dei luoghi, Sacca San Mattia, isola artificiale composta di frammenti delle lavorazioni delle vetrerie e delle opere di demolizione e costruzione delle abitazioni veneziane, a cui la Almarcegui dedica un’omonima guida.

Un archivio scritto dei detriti è invece organizzato dalla Benassi: ad ogni codice impresso sui mattoni corrisponde nelle pagine del libro una descrizione dettagliata del detrito di riferimento. Testi come strumenti ulteriori per fissare nella memoria ricordi evocati. O per conoscere. Questa volta analiticamente.

La mente conserva memorie finite, distinte, diverse e distanti. Le scompone in frammenti chiari, li affianca, li sovrappone, li ricompone in serie infinite di nuovi sistemi. Ordinati e non: un suono si unisce a un rumore, un’immagine a un odore. Vissuti in spazi e tempi distanti, vengono riuniti in forme inaspettate nell’unico spazio atemporale della mente.
Così l’alluvione del Polesine si unisce ai detriti spaziali.
Così la storia di un edificio si affianca a quella di un’isola.
Così il paesaggio lunare di Elisabetta Benassi si lega al percorso fra i tumuli di Lara Almarcegui.

 

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