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Eco-comunità alternative in Israele – di Francesca Capobianco

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Comunità di Ginat Shalom Adamna, spazio collettivo

Foto: Avishag Shaar Yashuv. Fonte: D la Repubblica 19.10.13

“Sobrietà felice” e “decrescita felice”, due termini sempre più frequenti nel dibattito culturale contemporaneo, non sono le voci di un neutro aggiornamento di glossario e neanche mantra deputati ad esorcizzare i timori e le ombre più inquietanti della crisi pervasiva e profonda dei nostri tempi, ma più semplicemente i logo scelti da Pierre Rabhi e Serge Latouche, nell’aprire un percorso di riflessione sulla necessità di ritrovare la qualità del rapporto uomo- natura nelle modalità del vivere e del produrre, in un approccio alla questione dell’ambiente che ne integra la costruzione sociale. Un modo, in definitiva, per interrogarsi: per chiedersi nella quotidianità se siamo effettivamente ecologisti, …o almeno in parte consapevoli?.

Pierre Rabhi, pioniere dell’agricoltura ecologica in Francia, fondatore del Movimento Colibris, conosciuto negli ambienti intellettuali cosmopoliti, amico di Edgar Morin, con il quale collabora condividendo la paternità del conio di termini come “ecocidio” e “lucropatia”, dopo il Manifesto per la terra e per l’uomo, scrive La sobrietà felice, di recente edito in Italia, per raccontare la sua esperienza di vita: da più di quaranta anni vive in una comunità di agricoltura biodinamica, da lui fondata ad Ardéche in Francia, secondo i principi dettati dai ritmi della natura, rifiutando l’ossessione della produzione a tutti costi. La sobrietà, osserva, consiste nel “riconquistare la libertà nei confronti del tempo-denaro per ritrovare l’atemporalità senza scopo del sogno…una resistenza dichiarata al consumo a oltranza, giustificata dal bisogno di contribuire all’equità, in un mondo in cui abbondanza e miseria convivono”. Il nome del Movimento che ha fondato, una rete per tutti coloro che vogliono “cooperare per cambiare”, Rabhi lo illustra in modo semplice e significativo: ”è quel piccolo uccello che cerca di spegnere un incendio versando con il suo becco qualche goccia d’acqua sul fuoco. L’armadillo gli dice: ‘Colibrì, ma sei matto?’ ‘Non è così che spegnerai il fuoco’. E il colibrì: lo so, ma faccio la mia parte” (vedi A. Ginoris, “Intanto che ognuno faccia la sua parte”, il venerdi di Repubblica, la Repubblica 25.10.13; www.colibris-lemouvement.org).

Serge Latouche, filosofo e economista francese, sostenitore dell’importanza dei localismi, nel corso del suo lavoro teorico, perviene alla individuazione del concetto di “decrescita felice” da cui discende la proposta della strategia delle 8 R (rivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare, ridistribuire, rilocalizzare, ridurre, riutilizzare, riciclare) come possibile strumento per riparare i danni che l’Occidente ha prodotto e continua a produrre nella definizione di un circuito economico virtuoso.

E’ un approccio all’ambiente che si traccia nella cultura del secondo 900, a fronte del degradarsi progressivo delle risorse e della qualità dell’habitat, legato più che al sogno utopico di una ritrovata coscienza comunitaria alle richieste di situazioni limite (border di guerra, difficoltà naturali, isolamento) in ipotesi sostanzialmente elusive di processi di sviluppo affrontate in termini esclusivamente economici. Per altro l’approccio all’ambiente dettato dalle necessità del luogo è il punto di partenza di ogni processo idoneo ad accogliere quelle esigenze di risparmio delle risorse e di rifiuto delle energie non rinnovabili che oggi assumono carattere di urgenza. Probabilmente ciò che può risultare più ostico per la comprensione comune è la coniugazione del termine felice con le nuove condizioni di vita.

C’è, in ogni caso, un filo rosso che collega a questa linea ideologica una serie di esperienze costruttive rinviabili all’idea di permacultura come prima risposta alle richieste di cambiamento emergenti dalla crisi.

Esempi significativi di una modalità dell’abitare in accordo con l’ambiente e consapevole del limite delle risorse, attenta ai fattori umani, ricca di una dichiarata valenza sperimentale, gli Ecovillaggi di tradizione scandinava (e più generalmente nord-europea), tra la metà degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, si propongono come quartieri residenziali per la classe media, localizzati generalmente nelle vicinanze di quartieri già esistenti o in luoghi dalle forti potenzialità abitative. Il ricercatore svedese Folke Günther nel 1989 in un saggio dal titolo Ekobyar descrive come deve essere una comunità tipo: non più di 200 persone che si insediano “in aree ecologicamente adatte, dove avviene la produzione di prodotti di base e i nutrienti essenziali sono trattenuti, non dipendenti da fonti esterne di energia, dove sono utilizzate fonti energetiche locali e rinnovabili, indipendenti da un punto di vista tecnologico, dove la conoscenza e i pezzi di ricambio sono disponibili a livello locale, stabili da un punto di vista sociale, dove vi è l’opportunità per le persone di svolgere la maggior parte delle loro attività e avere una loro identità”. Una definizione che rinvia ad una visione ecosistemica e introduce la riflessione sui concetti di ecociclo, di autogestione e di autonomia. Nel 1990 in occasione del crescente interesse, anche sotto il profilo economico, nei confronti degli ecovillaggi il Boverket (the Swedish Board of Housing, Building and Planning) mette a punto un’ulteriore definizione articolata in venti linee guida: dalla scala della pianificazione (localizzazione dell’insediamento, caratteristiche naturali e culturali del sito, numero di famiglie e organizzazione delle unità abitative, aspetti amministrativi) alla scala delle qualità fisiche (trattamento delle acque, vegetazione e coltivazione, riscaldamento e ventilazione, elettricità, tecniche costruttive e materiali, trattamento dei rifiuti, organizzazione attività). Per il Boverket il numero base della comunità tipo è quello di 50 famiglie, se più numerose è consigliata l’organizzazione in unità “armoniose” (vedi F. Capobianco, “L’esperienza degli Ecovillaggi in Svezia” in Bottero M., Fabris L.M.F. (a cura di), Blu+Verde, acqua e vegetazione, risorse per l’ambiente costruito- Water and green resources for the built environment. Primo Congresso Internazionale. Atti del Congresso- Congress Proceeds, Libreria Clup, Milano 2006, pp. 75-79)

Le comunità ecologiche alternative israeliane, in progressiva diffusione nel corso dell’ultimo decennio, si pongono come un ulteriore tassello della mappa degli ecovillaggi: sono costituite da gruppi di persone più o meno organizzati, da famiglie, da singles che hanno scelto di praticare l’ecologia in tutte le sue declinazioni (dall’agricoltura alla produzione e consumo di energia; dall’utilizzo e riciclo dell’acqua al trattamento dei rifiuti; dalla medicina alternativa all’educazione e alla costruzione) e di condividere le esperienze. Queste organizzazioni vanno anche lette come un tentativo di risposta alle aziende agricole che fanno ricorso alle coltivazioni ogm riuscendo, in tal modo, ad utilizzare porzioni di territorio non facilmente lavorabili a causa delle condizioni climatiche e della scarsezza della risorsa acqua, per soddisfare il fabbisogno di una popolazione in crescita (cfr. F. Scuto, “Com’è verde il mio kibbutz”, D la Repubblica, la Repubblica 19.10.13).

La tipologia è articolata: interi kibbutz (fattorie con organizzazione collettivistica), comunità agricole appoggiate a kibbutz esistenti ma con una propria amministrazione, villaggi comunitari di recente costituzione, comunità che si aggiungono ad antiche comunità dividendo le aziende agricole esistenti.

Uri, un’abitante di una comunità sorta nel 1945 intorno al Kibbutz Hukkuk, delinea i tratti più salienti: “da venti famiglie siamo passati a quaranta, provenienti da zone diverse del paese; Lavoriamo a km zero, ossia limitando il più possibile gli spostamenti; I bambini, fin da piccoli, vengono educati secondo tre principi: ecologia ambientale, ecologia culturale ed ecologia sociale; Le case sono costruite secondo le tecniche costruttive locali e sono improntate al risparmio energetico; Il ciclo di vita dei materiali e degli oggetti, in genere, è sempre presente; Disponiamo di una produzione agricola propria e organizziamo, saltuariamente, mercatini per vendere i prodotti”.

L’attività del Kibbutz Lotan, del 1983, costituito da esponenti della corrente dell’Ebraismo Riformato, ruota intorno ad un concetto della teologia biblica che richiede la riparazione dei danni subiti dal mondo per opera degli uomini.

La responsabile del Centro per l’Ecologia Creativa, Leah Zigmund, sottolinea, l’attenzione prestata alla trasmissione delle conoscenze acquisite e alla sperimentazione, da qui l’organizzazione di corsi e laboratori per adulti e bambini di agricoltura organica, edilizia in paglia e fango, riciclaggio creativo, pedagogia ecologica e ambientale.

Il sistema della permacultura (permanent agriculture), definito nel 1970 dagli austrialiani Bill Mollison e David Holmgren, e approfondito successivamente dai coniugi Magrit e Declan Kennedy, improntato ad una visione olistica della vita e del progetto è alla base della piccola comunità (dodici persone e quattro bambini) di Yesh me-ayn (“Creato dal nulla”), vicino a Nahalal (Galilea), uno dei villaggi parzialmente collettivi più antichi di Israele. E’ la comunità più recente: la sua costituzione risale allo scorso anno (cfr. F. Scuto, D la Repubblica 19.10.13, cit.).

 

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