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Maison de Verre: una storia poco trasparente – di Roberto Sommatino

Roberto Sommatino 12/11/2013 Ragionamenti di Roberto Sommatino 2 commenti
Maison de Verre: una storia poco trasparente – di Roberto Sommatino

l’ illustrazione è tratta dal sito http://www.loustal.nl/museum1164.htm , credits Jacques de Loustal.

 

A Parigi, negli anni della cosiddetta “nuova oggettività”, Pierre Chareau e Bernard Bijvoet* portano a termine “Casa Dalsace”, l’ampliamento della residenza (con studio annesso) dell’omonimo ginecologo, amico e mecenate dell’architetto francese. L’esteso uso di tamponature in vetromattone, quasi una novità assoluta per quei tempi, le fece meritare di lì a poco il nomignolo evocativo con cui è nota ancora oggi: “Maison de Verre”.

Il progetto, in cui si sommano magnificamente la sensibilità artigianale del progettista di Bordeaux e il contributo della prima oggettività olandese (quella spirituale) alla quale si rifaceva Bijovet, è un capolavoro sotto ogni punto di vista. Lo spazio risolve in modo lirico la commistione tra i percorsi privati della famiglia e quelli riservati ai pazienti, mediante l’uso innovativo di diaframmi e pannelli mobili: porte, pareti, armadi e persino sanitari – grazie alla decisiva collaborazione col fabbro Dalbet – diventano oggetti semoventi che oltre a conferire al progetto trasformabilità e flessibilità, lo arricchiscono di scorci sorprendenti e visuali mozzafiato. La scelta poi di avvalersi di materiali quali putrelle in ferro, pavimento vinilico, tubolari in acciaio e soprattutto i blocchi di vetrocemento della Saint Gobain, ne hanno fatto un unicum che non ha perso ancora oggi la sua straordinaria carica di modernità.

Se è vero però – come riportano le cronache de L’Architecture d’aujourd’hui di allora -che Le Corbusier facesse capolino di tanto in tanto nel cantiere di rue St.Guillaume, possiamo supporre maliziosamente che la ragione non fosse squisitamente estetica. Casa Dalsace difatti è un progetto importante anche per l’alto tasso di innovazione impiantistica che introduce: un ingegnoso sistema fatto di paratie mobili garantisce la ventilazione del soggiorno; tubolari a vista convogliano i cavi elettrici tra i vari piani e accolgono le prese e i pannelli di comando; un sistema di canalizzazione dell’aria calda, realizzato mediante un gradone provvisto di bocchette che corre perimetralmente ai solai, climatizza efficacemente l’ambiente. D’altro canto non può sfuggire come, proprio in quegli anni, la Cité du refuge e il Pavillon Suisse, che Le Corbusier stava completando nella capitale francese, soffrissero di seri problemi di climatizzazione a causa delle scelte linguistiche di trasparenza e leggerezza delle tamponature. Problemi che non costituivano semplici ricadute pratiche trascurate da un genio della forma, ma questioni alle quali il maestro svizzero dedicava molte energie e studi approfonditi e per le quali molto si esponeva, esprimendosi col solito linguaggio icastico e solenne: “In quest’epoca di compenetrazioni sul piano internazionale delle tecniche scientifiche, io propongo: un unico edificio per tutte le nazioni e tutti i climi, la casa con respiration exacte”. Questo proclamava, mentre gli studenti del Pavillion Suisse già a maggio crepavano di caldo.

Insomma: quando il funzionalismo purista metteva le basi per assumere il ruolo predominante che poi ebbe, la Maison de Verre possedeva già tutte le carte in regola per esserne una valida alternativa. Essa proponeva una strada di grande lungimiranza, estetica e tecnologica, che la storia dell’architettura tuttavia non ha imboccato. Probabilmente il suo limite maggiore è stato insieme anche il suo pregio più grande. Proprio la sua fattura artigianale, contraria alla serialità richiesta dalla produzione industriale di allora, ne faceva infatti un esemplare che male si prestava ad essere emulato e tantomeno per questo a dettare uno stile. Ma le ragioni risiedono anche altrove e difficilmente potranno mai essere completamente chiarite dalla storiografia. Per dirla con Barnes, laddove “le imperfezioni della memoria incontrano le inadeguatezze della documentazione”, si assommano inevitabilmente altri fattori: casualità, sicuramente; la psicologia degli individui (Chareau non brillava per abilità comunicative); ma soprattutto quel tessuto poco trasparente di amicizie e di consensi che ogni uomo di mondo sa quanto sia utile affinché un’idea diventi più “giusta” di un’altra.

Casa Dalsace è stata quasi ignorata dalla critica per circa trent’anni; ancora oggi alcuni testi la includono forse un po’ frettolosamente tra le architetture trasparenti dell’età della meccanica, rimuovendo l’evidenza che la “casa di vetro” trasparente non lo sia del tutto. E sottolinearlo non è un puntiglio, ma capovolge le cose e spiega molto della sua vicenda. Passi l’artigianalità degli arredi, passi la felicissima simbiosi tra scelte estetiche e tecnologiche che smascherava la retorica formalista della machine à habiter lecorbuseriana, ma ciò che probabilmente proprio non poteva essere perdonato a Chareau e Bijovet, fu l’aver realizzato il più suggestivo spazio dell’architettura degli anni ’30 grazie a quella luce mediata, acquorea, irrazionale e anticlassica, diffusa da vetri lenticolari non perfettamente trasparenti.

 

la pronuncia suona in italiano qualcosa come “beefut” e significa artemisia, la pianta da cui si ricava l’assenzio.

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2 Comments

  1. Francesco Ranocchi 12/11/2013 at 23:37

    Ricordo il libro Pierre Chareau & Bernard Bijvoet di Luciano Rubino, 1983.

  2. Leonardo Matassoni 14/11/2013 at 12:58

    Dato che una cosa sono le capacità di autopromozione, ed un’altra la sostanza dell’architettura e stante il fatto che di solito chi è carente in una cosa tende a compensare con le altre che sa fare meglio, concluderei manifestando il mio scetticismo aprioristico verso chi si vende bene a parole!

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