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Quando Leonardo Savioli dipingeva e costruiva case – di Alessandra Muntoni

SAVIOLI Casa studio

Con la sua architettura Savioli voleva “registrare l’esistenza”. Voleva “toccare lo spazio” prima di poterlo rappresentare e poi costruire; per lui tutto era relazionato agli “altri”, da comprendere e da amare; non occorreva “inventare per forza”, ma raccogliere “l’eredità delle cose che sono sempre esistite”. Ecco perché il fine dell’architettura era sempre la città.

Con la sua pittura e la sua grafica, invece, Savioli esplora in solitudine un proprio universo, toccando la soglia del dolore emergente dalla tragedia del secondo dopoguerra. I disegni, graffi sul foglio, annientano la figura o il soggetto. Il colore, dapprima cupo e drammatico, s’illumina man mano, riuscendo ad aprire un varco alla speranza.

Le Corbusier riteneva che la pittura dovesse conservare il proprio segreto, svelare il quale sarebbe stato un vero e proprio tradimento; ma il travaso tra pittura, scultura e architettura, pur conservando il mistero della sua tracimazione, in lui è quasi un teorema. Per Savioli, invece, tra pittura e architettura non s’instaura alcun dialogo evidente: la ricerca corre però parallela, autonoma e coerente.

È un dovere della critica riportare l’opera di Savioli all’attenzione degli architetti, inserita com’è nel formidabile laboratorio linguistico aperto dalle avanguardie e dai Maestri, poi sperimentato dagli esponenti più importanti della Third Generation, ma sciaguratamente dissipato negli anni Settanta e Ottanta. Il magnifico film Leonardo Savioli. Il segno generatore di forma-spazio, proiettato l’11 scorso alla Casa dell’Architettura, ha riaperto il discorso. Se ne discuterà ancora il 2 dicembre all’IN/Arch dove sarà presentato il libro a lui dedicato da Carolina De Falco, incentrato sui contenuti di spazio-casa-città.

SAVIOLI dipinto

 

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