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Sulla Nuova Rivoluzione Industriale – di Francesca Gattello

Sulla Nuova Rivoluzione Industriale – di Francesca Gattello

Prima c’è stato il boom economico, poi la diffusione massiva di prodotti usa e getta che ha caratterizzato la società dei consumi fino al decennio scorso, momento in cui si è diffuso un esponenziale rifiuto verso tutto ciò che è standardizzato, multiplo e incapace di rispecchiare l’idividualità del cliente, e radicato un vivo interesse nei confronti del fare artigiano. Con l’avvento dei Maker e dell’Uomo Artigiano, teorizzato da Richard Sennet, assistiamo a ciò che potrebbe essere paragonato a quanto avvenne con il movimento Arts and Crafts, risposta romantica alla macchinizzazione della prima rivoluzione industriale. Ma è proprio vero che l’artigianato può presentarsi come l’alternativa alla produzione industriale in questo momento di crisi? Evolvere significa “trasformarsi gradualmente verso forme più progredite”, dunque la ripresa dell’artigianato come modello produttivo ed economico non può considerarsi una soluzione praticabile, significherebbe voltarsi indietro, regredire. L’artigianato però può essere considerato uno spunto di riflessione e le sue pratiche suggerire nuovi metodi operativi: probabilmente la formula vincente per l’industria del futuro sarà una combinazione di artigianato e tecnologia (high o low tech a seconda dei casi e delle esigenze) sulla base di una società dotata di una profonda coscienza critica e consapevolezza ambientale. 

Chris Anderson, nell’articolo In the Next Industrial Revolution, Atoms Are the New Bits, pubblicato su Wired, sostiene che la prossima rivoluzione industriale sarà guidata da una nuova generazione di piccole imprese a cavallo fra l’alta tecnologia e l’artigianato, capaci di fornire prodotti innovativi, altamente personalizzati, a scala limitata. Imprese in grado di operare su scala globale per la scelta di fornitori di componenti, l’accesso ai canali di distribuzione, il ricorso a tecnologie produttive che utilizzeranno la rete per dialogare direttamente con il cliente finale. Si tratta di combinare le qualità uniche e antiche del fatto a mano con l’efficienza della produzione in serie. Allo stesso modo, sulla rivista Frame, Jeroen Junte prospetta una produzione seriale di piccola scala in cui l’artigianato incontra la tecnologia di ultimo livello nel momento in cui l’utilizzo di risorse locali diviene la norma.

Il periodo che stiamo vivendo, dunque, potrebbe essere considerato come una nuova rivoluzione industriale: dopo la prima alla fine del XVIII secolo e quella tecnologica a metà dell’Ottocento, ora si sta svolgendo la terza, la rivoluzione digitale. Gli ingegneri guidarono le precedenti rivoluzioni, ma in prima linea questa volta sono i designer, collegati in network che permettono loro di sviluppare nuovi materiali, progettare le tecnologie di cui hanno bisogno e individuare gli strumenti di produzione e distribuzione. Questi sviluppi offrono un’alternativa alla produzione di massa, aprendo strade inattese per una nuova economia e una società rinnovata. Così afferma su Abitare Jan Boelen, direttore artistico del Centro d’Arte Contemporanea Z33 di Hasselt, dopo aver presentato la mostra The Machine in cui propone interessanti progetti che esprimono concretamente le trasformazioni in atto nel mondo della produzione, o meglio nella concezione della dinamica economico-produttiva. I temi toccati coinvolgono: le tecnologie digitali come le stampanti 3D e le piastre Arduino in grado di accorciare la distanza tra automazione e artigianato; il movimento del DIY, Do It Yourself, profondamente legato a comunità di conoscenza condivisa on line come eHow e Instructables; la decostruzione della produzione industriale, con al proposta di sistemi di produzione modulari; l’utilizzo di materiali non convenzionali in una prospettiva di trasformazione sociale più che di interesse funzionale. In questo contesto sta dunque ai progettisti identificare, trasformare e rinnovare materiali, strumenti e processi di produzione e si prospetta un futuro in cui emergono nuove relazioni e una nuova ecologia sostenuto da un umanesimo sociale e collaborativo in cui gli industriali e le persone in possesso delle infrastrutture, dei terreni e dei macchinari, non hanno più il controllo, come sostiene il designer Tal Erez, dove il consumatore e il progettista, essendo loro stessi utenti, siedono ora in cima alla piramide e possono gestire le risorse, il diritto, la produzione, la distrubuzione.

Tutto questo è realmente possibile se il 71% della popolazione – perfino neolaureati e professionisti di settore – è disinformata su ciò che riguarda le nuove tecnologie?

 Con lo scopo di diffondere la conoscenza su prototipazione rapida e le nuove dinamiche che intercorrono tra progettisti/produttori/consumatori, il London Design Museum ha allestito quest’anno una mostra mirata a mostrare le potenzialità di stampa 3D, taglio laser, macchine a controllo numerico, network di designer, crowfounding e customizzazione di prodotto.

Mentre Londra grida The Future Is Here, la Dutch Design Week 2013 di Eindhoven titola Now Future, ci chiediamo quando il design italiano inizierà finalmente a comprendere che autoproduzione e riuso sono solo due delle infinite (e ormai già sufficientemente approfondite) variabili del panorama progettuale e giungerà ad un riallineamento rispetto al dibattito internazionale, affrontando le affascinanti sfide che l’innovazione di prodotto offre. Pionieri delle nuove tecnologie se ne trovano in Italia, come l’impresa D-Shape dei fratelli Dini, ma sta alle istituzioni scrollarsi di dosso la pesante coltre di passatismo che le paralizza e impedisce al nostro Paese di proporsi come motore di sviluppo e promotore di qualità.

* In copertina: illustrazione di Brett Ryder “From the desk to production”

1 Comment

  1. Giulio Pascali 11/11/2013 at 00:13

    Lo spunto è interessante.
    c’è un aspetto di fondo che lascia perplessi
    nell’articolo si mantiene il punto di vista sulla tecnologia e non sull’approccio cognitivo che ha determinato la tecnologia stessa
    l’innovazione tecnologia che ha determinato la rivoluzione digitale è il sistema di comunicazione a rete
    che consentendo il libero scambio di informazioni da molti a molti ha in realtà liberato l’individuo che oggi non è più costretto a subire la produzione di massa ma è in grado di ricercare autonomamente il prodotto che più lo soddisfa.
    La customizzazione della produzione è stata preceduta dalla customizzazione dell’informazione, che ne ha consentito lo sviluppo. Il designer non anticipa e non guida la rivoluzione, ma la interpreta nel momento in cui riesce a fornire risposte adeguate alle nuove esigenze.
    Le stampanti 3d per dire sono una risposta tecnologica ad una esigenza, non sono la causa di quella esigenza.
    allo stesso modo lo sviluppo dei social network è dovuto in larga parte al terreno culturale fertile che il postmoderno aveva già aperto
    Il lavoro manuale e il plusvalore erano gli elementi di base della rivoluzione industriale ottocentesca. I prodotti che simboleggiavano quella rivoluzione erano i treni, le automobili, le navi e gli aeroplani: materia prima e petrolio.
    Le aziende che oggi governano la rivoluzione industriale sono quelle che governano l’informazione e il loro prodotto è immateriale (sogni, idee, informazione).
    I designer devono quindi concentrarsi sul lato materiale del prodotto o su quello immateriale?

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