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Il germe della Casa, la Capannella – di Cristina Senatore

disegno prest 1@Cristina Senatore

Quando mia figlia di 3 anni e mezzo non vuol mangiare suo padre, mio marito, le costruisce una “capannella”, così lei, mia figlia Giulia, vi entra, invita il papà ad entrarvi, si fa raccontare delle storie oppure fanno un gioco e intanto mangia tutto.

Fare le capannelle deve essere una caratteristica dei padri, una cosa che lega i padri ai figli. Anche mio padre le faceva per me e i miei fratelli, mentre a mia madre non veniva in mente e nemmeno a me per Giulia.

La capanella è una specie di rifugio che i papà pazienti costruiscono in alcuni angolini della casa, che una volta individuati sono quasi sempre gli stessi: sotto al tavolo, alle spalle del divano, fra due sedie. Prevede che vi sia qualcosa su cui appoggiare coperte (se è inverno), lenzuola o teli leggeri (se fa caldo) in modo da ottenere un “tetto” e poi  si chiude alla meglio tutto intorno con quello che si ha a portata di mano. Dentro, per terra si mette un tappeto, dei cuscini oppure niente.

Nella capannella si sta quasi sempre seduti, a gambe incrociate, in ginocchio o raccolti, raramente in piedi. Per entrare nella capannella si deve fare un inchino.

I bambini amano le capannelle, in certi momenti le desiderano fortemente, ne hanno bisogno; i papà, quelli che le costruiscono, sono sicura che segretamente non vedono l’ora che i figli le desiderino per farle, per accontentare i figli, certo, ma anche per il gusto e il piacere di farle, di costruirle.

Costruire capannelle in casa diventa così una specie di rituale magico e liberatorio che unisce in complicità due generazioni avvicinandole in un tempo fuori del tempo, un tempo senza età che è quello del bisogno (per il bambino di rifugiarsi e per il papà di misurarsi ingegnosamente con se stesso per costruire  con pochi mezzi un prodotto soddisfacente che gli procurerà la gratificante sensazione di essere ammirato dal proprio figlio e di farlo felice).

La capannella è in fondo la vera “casa” del bambino, per questo ne ha bisogno. La casa, quella grande, per un bambino è troppo grande, il tetto sta troppo in alto, i corridoi sono troppo lunghi, come strade, i tappeti si fanno isole, le stanze sono mondi. 

Nella capannella invece il bambino riesce a sentirsi protetto è uno spazio a sua misura, che riesce a sentire intorno, che riesce a governare, a caratterizzare come vuole, di cui sente la presenza addosso. Come fosse un vestito della sua misura, riesce ad indossarlo senza che le maniche gli siano troppo lunghe impedendogli di afferrare le cose. Si sente dentro, in modo da potere distinguere il fuori, sente meglio la sua stessa voce che non si disperde negli ambienti grandi e riesce a sentire meglio anche quella del genitore.

Il bambino stabilisce, grazie alla capannella, un’intimità con lo spazio intorno, fuori da se stesso, ma suo. La capannella diventa lo spazio nel quale il bambino può espandere se stesso senza disperdersi.

 Le capannelle in genere hanno una forma (e una struttura) semplice ma sgangherata che tuttavia è stabile e pare ogni volta perfetta.

Si incomincia a costruirle da fuori ma poi la forma finale viene da quello che si decide di fare e si fa dentro.

Muovendosi all’interno il bambino stabilizza e definisce la iniziale forma data dall’esterno. Non la misura con gli occhi, la misura con il corpo, attraverso le dimensioni di questo, ma anche attraverso i suoi movimenti e le sue esigenze.

La forma che risulta, oltre ad essere stabile, è anche esattamente come il bambino desidera che sia, come gli è comoda, come gli serve, dunque risulta perfetta.

E’ curioso come un bambino incominci a desiderare una capannella pure senza sapere cosa essa sia. Non c’è un momento in cui al papà viene chiesto di farla, c’è uno sguardo, qualche comportamento che tradisce una smania e il papà indovina. Si faranno poi più grandi e incominceranno, i figli, a costruire da sé i rifugi di cui hanno bisogno. Eppure la capannella resterà per entrambi, genitori e figli, il luogo ideale, non soggetto ad invecchiamento, nel quale sempre si ritroveranno ad avere contemporaneamente la stessa età, nel quale riusciranno a parlarsi.

La mamma rispetto a questo accadimento/fenomeno ha un ruolo tutto suo, diverso da quello del padre, del genitore maschio.

Io non entro mai nella capannella con loro, ma mentre mi muovo in casa a fare cose, sono in mezzo a loro, li sento parlare a bassa voce (perché il normale tono della voce nella capannela risulterebbe troppo alto), percepisco la loro posizione e i loro movimenti da quello che dicono, dal gioco che fanno, dai rumori che sento. Loro nemmeno se ne accorgono, ma io ci sono.

La capannella sta alla casa come un figlio sta a sua madre. Quando anche la madre avrà partorito se lo sentirà sempre il figlio, ogni figlio, nel grembo. Il figlio è una parte di lei, della sua carne che si è staccata da lei per vivere in autonomia, tuttavia esiste, ed è vero, il richiamo, il legame del sangue. La casa (grande) contiene la capannella nel suo grembo. Io non sento la necessità di costruire capannelle con e per mia figlia perché io sono già il suo rifugio. Già la contengo dentro di me.

Il germe di ogni casa è una capannella (non importa se realmente costruita o solo desiderata). Io sono visceralmente legata a mia figlia, sento quello che lei sente. Attraverso di lei rivivo cose vissute, ricordo cose e anche mi arricchisco di nuove esperienze, come se vivessi due vite contemporaneamente in due luoghi, due vite indipendenti in due luoghi diversi eppure con lo stesso corpo, esteso. La capannella e la casa sono legate tra loro, dipendono l’una dall’altra, è l’una il germe dell’altra, io sono stata e sono figlia nel grembo di un’altra madre mentre mia figlia è nel mio grembo, eppure capannella e casa, mentre sono l’una nell’altra, godono ognuna di una propria autonomia di senso.

 

8 Comments

  1. cherubino gambardella 15/12/2013 at 09:06

    brava cristina come al solito disegno bellissimo e storia avvincente

  2. Cristina senatore 19/12/2013 at 06:42

    Grazie Professore! Per ever letto e per avere lasciato il commento! 🙂

  3. Leonardo Mussetola 22/12/2013 at 09:48

    Veramente intessante. Anche io spesso mi sono soffermato a riflettere su quelle capannelle (io le chiamavo casette e me le facevo da solo ma la questione è più o meno la stessa) cercando di carpirne una chiave di lettura umana per l’architettura “dei grandi”. Certamente questo è un buon punto di partenza. 🙂

  4. Gianni Nieddu 01/07/2014 at 13:06

    le capannelle di cartone le facevamo fuori da casa. mentre, a casa, una sorta di sensazione capannella l’avevo quando mi mettevo sotto le lenzuola che venivano piegate. il tetto si dimezzava, poi un quarto, un ottavo, e poi scompariva. confidavo nella lentezza di madre e zia nel piegare le lenzuola.

    • cristina senatore 25/03/2015 at 12:49

      Grazie Gianni! che meraviglia le capannelle di lenzuola! durano pochissimo eppure si sentono perfettamente addosso, come un vestito di cui non dimenticherai mai il profumo, né di averlo indossato. Chi ha mai resistito ad infilarsi sotto alla capannella di lenzuola?!

  5. cristina 18/10/2015 at 20:54

    Oggi il nostro tempo chiede altro. Per questo, tocca allora agli architetti farsi avanti: a quelli veri che già lo sono, ma anche a quelli che potrebbero o che vorrebbero diventarlo; giovani e meno giovani, è il momento, c’è un grande bisogno di tutti. (…) L’architetto torni a fare l’architetto, cercando d’innovare, lavorando per l’uomo ancora prima che per i clienti.
    Nicola Di Battista su Domus 12.10.2015
    http://www.domusweb.it/it/editorial

  6. giacomo 08/12/2015 at 18:49

    Io la facevo sotto il tavolo. E di volta in volta diventava un carro con cui andare a spasso, una casetta e così via.
    Mia figlia la faceva sul letto, anche lei con le lenzuola e come tetto aveva un ombrello. Radunava qualcosa (bambole, il suo orso, una borsetta) e partiva. Era la sua nave.

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