presS/Tletter
 

La Capannella e il Ponte. La capannella è un ponte – di Cristina Senatore

progetto sfd nicola auciello

Il contenuto di questo post doveva essere un altro. Avevo cominciato a scrivere un pezzo, anzi avevo quasi finito di scriverlo quando ho cambiato idea su cosa pubblicare. Continuava infatti a verificarsi intorno qualcosa che attirava la mia attenzione finché un episodio su tutti mi ha fatto decidere che valesse la pena fermarsi a rifletterci sopra. 

Continuavo a ricevere riscontri sul post dell’altra volta, quello sulla “capannella”, per lo più messaggi privati nei quali chi aveva letto mi dava le sue impressioni, che in certi casi io stessa avevo chiesto di ricevere. Mi aspettavo un certo tipo di reazione perché avevo cercato di provocarla, le mie aspettative però sono state superate dal grado di coinvolgimento che le testimonianze dimostravano. 

Ho condiviso tramite uno scritto una esperienza vissuta e sentita, ho ricevuto indietro un atlante di mappe personali ed emozionali di toccante bellezza, fatte di preziosissimi frammenti di memorie riaffiorati in seguito alla lettura portandosi dietro un corredo di sensazioni e riaccendendo in certi casi alcuni sentimenti, ma anche stimolando interessanti dubbi e spunti per riflessioni.
Frammenti di memorie, emozioni, storie o descrizioni intorno alle capannelle, costruite e avute o solo desiderate, ma sempre capanelle, esperienze primordiali del costruire che in qualche misura riguardano tutti, tanto che qualcuno concludeva “(…) quindi ‘ste capanne o capannelle sono importanti”. 

Non solo architetti mi hanno risposto ovviamente, ma in particolare tra gli architetti qualcuno si è chiesto se la capannella potesse “condizionare i modelli tipologici dell’abitare e anche qual è la capannella di ogni adulto”.
Questione molto interessante. Io stessa avrei voluto sapere se, come e quanto quella costruzione spontanea che si è formata nella fantasia degli architetti bambini rivive nel progetto degli stessi da adulti. 

L’occasione per l’approfondimento me l’ha fornita l’arch. Nicola Auciello che condividendo sulla sua pagina Facebook il mio scritto lo ha accompagnato con queste parole (ed è stato questo scambio con Nicola che mi ha fatto decidere di dare un seguito al post sulla capannella):

“Cristina, mi hai riportato con questo tuo scritto indietro di un po’ di anni! Ebbene sì, la teoria della ‘capannella’, intesa come rifugio, è connotata nel genere umano, ma avevo proprio rimosso il fatto che le avessi costruite anche io da bambino.”

Approfitto e gli chiedo come fossero le sue capannelle. Mi risponde in un commento dandomene una descrizione dettagliata da cui si evince che fossero giocate intorno ad un “sistema di tendaggi e carrucole”.. dopo un minuto in un altro commento aggiunge: 

“Sto riflettendo però che qualche anno più tardi, ho affrontato un progetto con un amico comune, e abbiamo utilizzato un sistema di tendaggi creando una sorta di ‘capannella’ per adulti. Anche a questo ci penso e ripenso soltanto oggi.”

Nicola aveva dimenticato le sue “capannelle” da bambino, le aveva fatte e poi non ci aveva più pensato. E ora ricordandosene, pensando a come erano, probabilmente ricalcando con il pensiero come a volerle rifare, quei gesti che servivano allora a farle, si è reso conto che in un suo progetto recente ha usato quello stesso sistema di costruzione. Non si era accorto prima d’ora della “coincidenza”.

Io non credo nel caso. Ci sono architetti che per tutta la loro vita non usano il sistema del “tendaggio a carrucola” e Nicola invece lo ha usato almeno due volte in una delle quali era un bambino che spontaneamente si misurava con i primi problemi relativi alla costruzione, in particolare alla costruzione di un luogo che sarebbe stato il suo rifugio.

Così, siccome io sono curiosa e impicciona e Nicola si è sempre dimostrato paziente, approfittando, gli ho chiesto in privato maggiori informazioni sul progetto a cui aveva accennato e lui me le ha date. Ho scoperto qualcosa di ancora forse più interessante. 

Il progetto di Nicola non era un normale progetto per un committente qualunque. Si trattava più di una scommessa, una proposta, una promessa. Un progetto per dare rifugio ai Senza Fissa Dimora nato accogliendo la richiesta di aiuto di un prete suo amico, il combattivo don Emanuele Giannone di Ladispoli che è anche direttore della Caritas di Porto – Santa Rufina.

Nel 2011 c’era stato un grande freddo anche a Roma e Ladispoli e per due settimane di seguito la neve aveva imperversato sulla Capitale quanto sul litorale provocando addirittura un morto fra i senza tetto. Data l’emergenza Don Emanuele chiese al Sindaco ed ottenne l’apertura immediata di certi locali presenti sotto un ponte e inutilizzati per ricoverare le persone che continuavano a dormire per strada o agli argini del fiume.
Da lì è partita poi l’idea di Don Emanuele di dare a quei luoghi dignità di ricovero provvisorio dotandoli dei servizi minimi necessari per l’accoglienza di persone in difficoltà, fintanto che con l’aiuto della Caritas si riuscisse a re-inserirli nel mondo del lavoro. L’idea e poi la telefonata a Nicola per vedere se secondo la normativa sarebbe stato possibile trasformare quegli spazi in spazi abitativi. Nicola ha accolto l’idea e si è attivato, ha coinvolto nel progetto un altro architetto e insieme hanno messo a punto un progetto e hanno cercato di sensibilizzare l’amministrazione pubblica sulla questione, ma a tutt’oggi, a distanza di due anni, i senza fissa dimora pur trovando riparo nei locali deposito sotto al ponte sono costretti in condizioni disperate e disumane nell’indifferenza totale delle Istituzioni. Il progetto perciò giace in un cassetto dello studio di Nicola ma non è messo da parte né da Don Emanuele che con forza lo sostiene quotidianamente, né da Nicola stesso che l’anno scorso ha deciso di dedicare a supporto di questa causa il suo libro “Quattro case, viste da dentro” .

Del libro “Quattro Case” di Nicola sapevo, anzi vi ho contribuito con dei disegni insieme ad altri su richiesta dell’autore che invece di descrivere da sé i suoi progetti di architettura, ha chiamato a farlo 13 persone di formazione e professione varia (un fotografo, uno psicoterapeuta/Dj, un critico di architettura, una illustratrice, una storica del design, sei architetti, un regista e un artista) ognuno secondo la propria libera scelta e sensibilità. Un esperimento che data la sua apertura mi sembra interessante per quanto riguarda le pubblicazioni di architettura, ma questa è un’altra storia.
Sapevo del libro di Nicola e anche che sostenesse la costruzione di “una casa per senza fissa dimora” ma non sapevo quale fosse il progetto e non conoscevo la storia del ponte. 

Nel progetto per la trasformazione del ponte Nicola si è occupato degli spazi interni. è un progetto difficile abbracciato soprattutto per senso civico e di responsabilità. Un progetto fatto per scommessa dove la scommessa è quella di riuscire a contribuire con la propria professionalità, con il proprio saper fare ad una situazione di bisogno.
Quando si mette mano alla progettazione in questi casi lo si fa sapendo che probabilmente si sta facendo qualcosa che non avrà mai una vita, che morirà sulla carta, ma si sa anche che quella è una situazione nella quale si deve dare il meglio di sé, per forza, per essere credibile, per caricare il progetto di quella forza che farà innamorare chi poi effettivamente ha il potere di metterlo in pratica, e soprattutto si deve fare in modo che sia di poche pretese per invogliare e incoraggiare chi ci deve investire le risorse economiche.

Con queste premesse e in questo contesto, Nicola ha progettato una struttura in metallo da collocare all’interno della struttura più grande, quella in cemento del ponte, che facesse da struttura portante a cellule indipendenti di circa 6 metri quadrati dotate del minimo indispensabile e “capaci di colloquiare con gli spazi comuni o meno, tramite un sistema di tendaggi afonici a scorrimento che chiudono ed aprono gli spazi”.

Nel commento su fb nel quale Nicola rispondeva alla mia domanda, descriveva così le capannelle che faceva da bambino: 

“Erano ‘fatte a mano’ nel senso che utilizzavo (casualmente) delle sedie artigianali che erano in casa e dei plaid in lana a maglia grossa traforati (lavorati dalla nonna credo). Ricordo che questi plaid avevano una lavorazione che lasciava a vista sui bordi laterali delle forature ( a mo’ di cornice) e le utilizzavo per passarci un filo di corda, alternato -dentro fuori -, poi lo stesso veniva messo in tensione tra le due sedie, girandoci attorno e legandolo. Era, in maniera semplificata, un sistema di ‘tendaggi e carrucole’ che permetteva la totale apertura e chiusura della ‘capannella’, tipo le tende teatrali (per intenderci). Il bello è che nessuno mi aveva insegnato il sistema.”

Nel particolare contesto nel quale nasceva il progetto, fatto in ristrettezza, utilizzando pochi e semplici mezzi, in risposta ad una esigenza reale, ad una situazione di urgenza che lo ha coinvolto sul piano umano, Nicola ha ricostruito la capannella di quando era piccolo, fornendo letteralmente un rifugio a chi glielo chiedeva, ha operato con senso di ospitalità e umanità, ha invitato un altro bambino ad entrare nel suo rifugio, ha condiviso con lui il suo spazio, lo ha tolto – quel bambino spaesato – dall’esterno, lo ha portato nel suo dentro, nel luogo per lui bambino più accogliente e sicuro del mondo. 

La capannella ha fatto da ponte, fra la realtà del progettista e quella di chi aveva bisogno della sua competenza, del suo saper fare, fra il bambino che stava dentro e il bambino che stava fuori, fra il cittadino inserito e quello disagiato, fra l’adulto e il bambino, fra l’uomo che da piccolo si misurava con la costruzione di un rifugio per sé stesso e lo stesso uomo che da grande sceglie di fare l’architetto e viene chiamato a costruire un rifugio per altri che da soli non possono farlo. 

La capannella è un ponte. 

Date le mie insistenze Nicola si è deciso a tirare fuori dal cassetto e a rendere pubblico il progetto, consentendomi, insieme all’altro autore, di rendere pubblica la storia che ho raccontato e le immagini che allego. 

foto ponte ladispoli

Le immagini e la storia si riferiscono a:

RIFUGIO PER SENZA FISSA DIMORA | LADISPOLI.

Progetto: Nicola Auciello e Beniamino Servino

Collaboratore: Matteo Giammartini.

Anno: 2012

Luogo: Ladispoli

Commitente: Don Emanuele Giannone (Direttore Caritas di Porto – Santa Rufina ).

 

Sul ponte e al Caritas:

http://www.caritasitaliana.it/materiali/Pubblicazioni/libri_2012/rapporto2012/Rapporto_Povert_2012_Caritas_Italiana.pdf

http://www.liberoquotidiano.it/news/923687/Roma-Ladispoli-Comune-all-opera-per-i-senzatetto.html

http://www.cicognanews.it/wp/slide-view/cerveteri-ladispoli-sos-per-i-nuovi-poveri-italiani/

 http://www.ilfaroonline.it/2011/04/21/ladispoli/contributo-del-comune-per-i-senza-fissa-dimora-16717.html

 

Approfondimento sul progetto:

http://www.na3.it/misc/progetto%20rifugio_sdf_2012_def.pdf

Visto che l’ho citato, il libro di Nicola che sostiene il progetto “Una casa per senza fissa dimora”: 

Nicola Auciello, Quattro case, viste da dentro, LetteraVentidue Edizioni, Siracusa, 2012

http://www.letteraventidue.com/architettura/094_quattrocase.html

Il post di fb:

https://www.facebook.com/nicolauciello/posts/404940702974993

Il post dell’altra volta, quello sulla “capannella”: 

http://presstletter.com/2013/12/il-germe-della-casa-la-capannella-di-cristina-senatore/

 

5 Comments

  1. Nicola Auciello 21/12/2013 at 22:44

    Questo post è un racconto vero ed intenso così come l’esperienza di questi due anni in cui ho portato avanti con Don Emanuele Giannone, con Beniamino Servino e con voi tutti tramite il supporto prezioso al libro ‘Quattro Case viste da dentro’, che sostiene questo progetto.

    In queste immagini, molto probabilmente per OT (Off Topics) non è mostrato il progetto di facciata che è possibile visionare cliccando sul link ‘approfondimento di progetto’:

    Lo spiego in breve, data la mancanza di testi:
    è risolto su tutta la lunghezza con un grigliato metallico a sostegno della ‘vite americana’ prevista.
    E’ una pianta meravigliosa che modifica il suo colore a seconda delle stagioni: da verde diventa rossa e poi arancio e poi gialla, poi nuda delle sue foglie lasciando solo i rami intrecciati a vista per poi riprendere nuovamente il suo ciclo: una sorta di orologio, di calendario – premesso che gli ospiti di Caritas sono temporanei ( si cerca di reinserirli nel lavoro) e dunque se vogliamo è anche una sorta di ‘agenda-scadenzario’: andrò via quando la vite diventerà rossa!
    La stessa griglia metallica e vite sale sino alla strada sovrastante, costeggiando e proteggendo i marciapiedi di attraversamento.

  2. Monica 23/12/2013 at 09:17

    Io credo che la vita sia veramente vissuta quando si ha un sogno. Il sogno non è utopia ma progetto. Voi progettate un sogno. E io in questo sogno ci credo.

    • Nicola Auciello 30/12/2013 at 00:33

      Qualcuno avrebbe detto: ‘la vita è un sogno o i sogni aiutano a vivere meglio?’ La seconda indubbiamente.
      Grazie Monica.

  3. Nicola Auciello 30/12/2013 at 00:29

    Un tempo l’associazione tra donna e gentilezza era considerata necessaria, oggi è invece segno di una perdita di potere. La gentilezza potrà anche essere apprezzata ma è una virtù sorpassata; è un segno di debolezza che viene giudicato negativamente. In un mondo arrogante, competitivo e violento il cuore aperto della persona gentile, quell’attitudine che unisce sé all’altro, significa spesso un inutile atteggiamento di nessun vantaggio.
    Allo stesso modo la generosità, cioè la capacità di farsi carico della vulnerabilità degli altri e quindi anche della propria, è diventata anch’essa un segno di debolezza.
    Entrambe queste virtù compaiono in luoghi speciali della nostra vita, sono gli spazi più intimi, essenziali, semplici e timidi che conosciamo. Sono gli spazi che ricordiamo con nostalgia della nostra infanzia: la capanna sognata nel bosco, la cantina e la soffitta della nonna, la casetta delle bambole, la zattera sul fiume, il castello delle fate.
    Non c’è niente da fare, la dimora del passato vive nel nostro cuore e ci fa sognare.
    Anche nella nostra casa troviamo luoghi gentili ed appartati dove andarci a rannicchiare in silenzio come se fossimo nel nostro nido, nel nostro guscio. Così soltanto chi sa rannicchiarsi riesce ad abitare con intensità.

    Da ‘La Piuma blu’ – Marco Ermentini.

  4. Luca 19/07/2014 at 08:30

    I miei complimenti a don Emmanuele e a tutti i suoi volenterosi collaboratori, architetti, muratori ecc… È così che si incarna il “periferismo” di papa Francesco!

Leave A Response