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Architettura Atomica e Urbanistica Spaziale: Enzo Venturelli – di Fabrizio Aimar

Chiesa con seminario

“L’esterofilia è il peggior provincialismo” così commentava Cino Zucchi in un mio recente post a proposito delle ricerche sperimentali in bilico fra omaggio e rilettura critica di alcuni architetti del secolo scorso. Niente di più vero. Specie se, nel  cammino, ti accorgi come lo scorrere del tempo dilavi i ricordi dei più e il presente ne dissimuli noncurante la memoria collettiva. Questo è quanto accaduto al brillante architetto torinese Enzo Venturelli, visionario espressionista dell’Italia del dopoguerra. Animato da una grande vivacità culturale verso le arti pittoriche di Spazzapan e scultoree di Mastroianni, elaborò un linguaggio in antitesi al razionalismo del Ventennio ma d’avanguardia verso i fenomeni internazionali. Affascinato da Le Corbusier e da Fuller, intravede, nel ferrocemento e nelle superfici bianche del Purismo, i mezzi espressivi per coniare una tettonica nuova ed accattivante. I suoi studi sulla “Chiesa Spaziale” del 1955 anticiparono la realizzazione del Padiglione Philips del maestro svizzero all’Expo di Bruxelles del 1958 e fecero sobbalzare il grande Bruno Zevi, il quale ebbe difficoltà ad inquadrare la sua piccata Casa-Studio Mastroianni a Torino (1953-55). Fu un susseguirsi di schizzi progettuali di straordinaria freschezza, quali la Chiesa con seminario, la Chiesa dei Vescovi e il sospeso Teatro Tartaruga (tutti risalenti alla metà degli anni ’50). Elaborò teorie rivoluzionarie sulla città contemporanea, stilando un Manifesto dell’”Architettura dell’Era Nucleare“ custodita all’interno di una visione urbanistica utopica, fatta di piani per la libera circolazione del traffico e l’evacuazione dello smog. A Parigi, nel 1963, i suoi lavori vennero esposti accanto alle fotografie della Piazza dei Tre Poteri di Brasilia a firma di Niemeyer e suscitarono vasti dibattiti a livello europeo. L’eco dei suoi lavori arrivò anche negli USA, in cui si recò dietro invito nel 1958, e gli venne offerta una cattedra d’insegnamento a Detroit. Venturelli, troppo timido e legato alla sua Torino, rifiutò la carica e diverse commesse estere, riducendosi a Nemo Propheta in Patria.

Villa Mastroianni 4 1953-55

Come troppe volte accade, spesso i maestri li abbiamo in casa e non ce ne accorgiamo, accecati da una forma virale di esterofilia ingorda e superficialista. Se ci volgessimo indietro nel passato prossimo, negli anni ’50 e ’60 del dopoguerra noteremmo figure complesse ed eccezionali come Mario Galvagni (con le teorie della matrice formale), Baldessari e Grisotti con il plasticismo dell’eccellente Padiglione Breda alla Fiera di Milano (1953-54) e Moretti, con il parametricismo della Villa Pignatelli detta “La Saracena” (195-54). Ma sono come sassi all’interno del greto del fiume Lete, che Dante indicava come il fiume dell’oblio. Loro erano “italiani antichi” come sosteneva Gio Ponti, che sapevano re-inventarsi e guardare con audacia il futuro, senza compromessi. Recuperare il loro spirito è quello di cui abbiamo bisogno oggi, per tornare ad un’architettura di qualità e che trasudi contenuti. I maestri del passato ci insegnano ancora, basta solo ascoltarli.

 

Teatro Tartaruga 2 1955

Chiesa dei Vescovi 1957

Villa nell'abetaia 1953

Chiesa Spaziale 4 1955

1 Comment

  1. Marco Buriasco 25/01/2014 at 09:44

    Concordo con la tua riflessione, purtroppo la nostra era è quella dell’estetica, dell’apparenza. In un clima d’incertezza generale, secondo me, è proprio il committente ad aggrapparsi alla rassicurazione della decorazione e del gusto omologato senza cogliere l’importanza di un linguaggio profondo, di dettaglio e avente come obiettivo finale del progetto il valore della spazialità.
    Ammiro e invidio moltissimo l’audacia di questi grandi architetti.

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