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Correva l’anno. Cronache postume di una rivoluzione incompiuta – di Alessandro Luigini

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Sono sempre stato affascinato dagli almanacchi stile “accadde oggi” o “correva l’anno”, da adolescente per la varietà degli argomenti, da adulto perché il tempo va scandito e “misurato” per avere la possibilità di potersi guardare indietro con uno sguardo sufficientemente lontano, distaccato e “tirare un po’ di somme”.

Il 2013 che si è appena concluso rappresenta una tappa di 10 anni dopo alcune ricerche sulla cultura digitale che ho condotto con la “scuola pescarese” di Livio Sacchi e Maurizio Unali e un’altra di circa 20 anni rispetto alla data che prendemmo come riferimento per la definizione dell’avvio della fase operativa e matura della Rivoluzione Digitale.

Scegliere la data di inizio di un fenomeno culturale è sempre complesso e la rivoluzione digitale non si è certo sottratta a questa regola: chi la fa risalire alla realizzazione di Vector Scope di Sutherland, chi ai calcolatori del “riabilitato postumo” Turing, chi addirittura alla macchina di Babbage. Noi ci ponemmo il problema di identificare il momento in cui l’apporto dell’informatica non era più meramente strumentale alla progettazione ma parte integrante di essa, sia in termini tecnici che culturali. Così scegliemmo il biennio 1993-94. In quegli anni erano in fase conclusiva di cantiere l’Aronoff center di Peter Eisenman, il Guggheneim di Bilbao diFrank Gehry, ma soprattutto si affacciavano sulla scena del dibattito internazionale Greg Lynn, gli Asymptote e molti altri di quella generazione che faceva ampio uso degli strumenti digitaliavanzati. Questo, come tutte le avanguardie che riguardano il campo computazionale, per il macrocosmo statunitense. In europa, invece, si realizzava la Moebius house di Ben van Berkel e, in un piccolo centro della piccola Olanda, esattamente a Neeltje Jans, si realizzavano due tra i migliori edifici che la cutura digitale abbia mai espresso: i padiglioni dell’acqua di Nox e Kas Oostehruis. E poi come criterio si utilizzò anche il segente: il primo anno in cui nella tassonomia che compilai risultavano almeno 15 progetti riconducibili alla tecnocultura digitale, di almeno 10 studi diversi, appartenenti almeno a tre continenti. L’anno in oggetto è il 1994.

Folgorato dalla lettura (un po’ di anni dopo la sua prima uscita editoriale) di “Folding in Architecture” di Greg Lynn numero monografico di AD profile 102 a fine 1993, studiai e lessi tutto ciò che era reperibile sull’argomento. Me ne appassionai.

Pensai che la Rivoluzione Digitale potesse essere una rivoluzione totale, completa, pervasiva, che interessasse ogni modo di fare architettura. Ho studiato alcuni software approfonditamente (softimage|xsi, Maya, etc…) e prodotto non pochi progetti in questa direzione, non tralasciando gli aspetti strettamente culturali del problema.

Il primo obiettivo, insieme alla identificazione cronologica, fu la definizione. E non fu cosa facile. Troppe visioni differenti, troppe menti raffinate ad elaborare pensieri e proiettare idee in merito. Ne feci semplicemente una sintesi.

Due in particolare furono le posizioni che, mi pare, potessero dare spunti significativi per riordinare la materia. Jeffrey Kipnis (Cfr. J. Kipnis, Towards a new architecture, in AD Profile 102, 1993) distingue i progetti che fanno uso di geometrie topologiche non riconducibili alla generazione della pianta o non riferibili alle astrazioni formali moderniste – de-formazione – da quelli che, pur sviluppandosi con geometrie moderniste genericamente monolitiche, trasparenti o meno, includono innovazioni programmatiche e funzionali di matrice digitale – in-formazione. È chiaro che la trattazione di Kipnis riguarda principalmente, se non esclusivamente, l’architettura costruita, e che quello che nel 1993 era solo agli esordi – l’architettura o più genericamente lo spazio digitale, connesso e in tempo reale – nei primi anni del XXI secolo era già una realtà della quale era difficile disinteressarsi.

Circa 10 anni dopo lo scritto di Kipnis, nel libro curato da Sacchi e Unali, Franco Purini (Cfr. F. Purini, Digital Divide, in L. Sacchi, M. Unali, (a cura di) Architettura e cultura digitale, Skira, Milano 2003) individua differenze metodologiche all’interno del gruppo di architetti che conformano i propri progetti persuasi dagli strumenti informatici, ma di loro perfettamente consapevoli: il primo ambito è quello strumentale, nel quale sono compresi gli architetti che utilizzano tutti i vantaggi dell’automazione e della capacità di calcolo dei computer; il secondo è l’ambito creativo, in cui vengono compresi gli architetti che hanno mostrato di aver integrato l’informatica e, soprattutto, l’informatizzazione nei loro progetti e nei loto processi progettuali; il terzo infine è l’ambito utopico, che si riferisce a chi ha forzato gli obiettivi della propria ricerca nella direzione di una spazializzazione distinta da quella fisica e, più in generale, da quella essenzialmente funzionalistica. Così mi disinteressai all’ambito strumentale e mi concentrai sull’ambito creativo (che mi pareva potesse portare innovazioni più interessanti al corrente modo di fare architettura) in cui distinsi i progetti di de-formazione da quelli di in-formazione, aggiungendo poi l’ambito esplicitamente utopico, che meritava una trattazione autonoma rispetto ai primi.

L’architettura digitale, quindi, la definii come l’insieme di tutti i progetti di architettura che nascono, si sviluppano o si realizzano tramite un’attenta riflessione sugli aspetti tecnoculturali dell’informatica.

(continua)

 

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