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Creatività. Questa sconosciuta – di Zaira Magliozzi

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La campagna mediatica #coglioneNo lanciata nei giorni scorsi per sensibilizzare l’opinione pubblica nei confronti dei lavori creativi e del loro sfruttamento ha suscitato numerose reazioni. La risposta indignata è stata unanime da più parti. Il lavoro creativo va pagato. Non può più bastare dire “ti offro una grande visibilità, sei giovane, hai fatto un’esperienza, ti fa curriculum”

Come non essere d’accordo? Il sillogismo sembra ovvio quanto banale. All’offerta di un servizio deve corrispondere un adeguato compenso in termini economici. Ma perché questo, soprattutto in Italia, fa fatica ad essere applicato nel mondo allargato della creatività? Perché quella denunciata dal collettivo Zero – e da tanti altri – è diventata una pratica consolidata?

Una risposta univoca non c’è. Le ragioni sono molte ma due su tutte mi sembrano determinanti.

La prima: un lavoro creativo non è tangibile, non si tocca con mano, non è dato per scontato. Non può essere paragonato – nell’esito – a un lavoro manuale come quello fatto da un idraulico o un antennista. Non corrisponde alla semplice equazione “E rotto, viene riparato, funziona”. Moltissimi lavori creativi, ad esempio, non raggiungono lo scopo prefissato, non hanno qualità e finiscono nel dimenticatoio. Ma questo risulta evidente solo a lavoro ultimato, dopo un certo lasso di tempo. Una caratteristica che non permette di riconoscerne nell’immediato il suo valore (per il quale si esige un pagamento). Una procedura completamente diversa da quei lavori in cui il risultato si traduce in termini fisicamente e tempestivamente verificabili. Solo quando il tubo non perderà più acqua l’idraulico verrà pagato. Perché è alla soluzione pratica del problema che si associa il suo valore in termini economici.

Si dirà “scrivere un articolo, disegnare la copertina di un cd, realizzare un video è una cosa tangibile eccome”. Certo lo è nei suoi termini strettamente fisici ma non in termini di valore. A scrivere, disegnare, progettare, filmare sono buoni potenzialmente tutti. Non servono lauree e master. Tutti possono formarsi on line gratuitamente e in breve tempo. Quello che non può essere insegnato è il talento, la perseveranza, la caparbietà, la passione.

E questo ci riporta alla seconda ragione per il quale la riconoscibilità (in termini economici) del lavoro creativo è oggi sempre più difficile. Con l’avvento di internet, dei programmi a basso costo, dei corsi on line gratuiti, dei tutorial su youtube, chiunque può autodefinirsi uno scrittore, un grafico, un artista. Un lavoro inflazionato è un lavoro che ben presto si svaluta.

Cosa fa quindi la differenza? L’autorevolezza, la credibilità, l’accuratezza. E come si conquistano? Con impegno, serietà e umiltà. Ma soprattutto con il tempo. Prima di poter dire “sono bravo in questo o sono capace in quest’altro” bisogna fare esperimenti, prendere cantonate, esercitarsi tutti i giorni, sapersi adattare, capire a fondo il lavoro che si sta facendo e per chi lo si sta facendo

Insomma fare la gavetta. Una gavetta per affermare il proprio valore, a lungo termine, in maniera limpida e inattaccabile. Per farla bisogna trovare chi crede in quel potenziale ancora inespresso che potrebbe esserci dietro ogni giovane creativo. Ma che potrebbe anche risolversi in un buco nell’acqua. E allora come biasimare chi non investe da subito sul talento? Su quali basi un’azienda può permettersi – ancora di più oggi in tempi di crisi – di lanciarsi nel buio affidandosi a giovani creativi ancora inespressi?

Essere bravi non basta più. E’ solo il punto di partenza. Sono tantissimi quelli bravi là fuori. Sono molti altri i requisiti da raggiungere per convincere un’azienda a investire economicamente in un lavoro così effimero come quello creativo. Serve costanza, attitudine al sacrificio e al lavorare sodo. Serve un’idea geniale per distinguersi dalla massa. Ma anche moltissima pazienza per vedere i primi risultati solo dopo anni. 

Ma tutto questo i tre bravi creativi del collettivo Zero lo sanno bene. Ecco perché hanno lanciato una campagna accurata, acuta e scaltra quanto basta per diventare in poco tempo un fenomeno virale ripreso dalle maggiori testate italiane. Quello che ci voleva per emergere mettendo in mostra il talento. Ora si che potranno pretendere di presentare il proprio conto. Anche salatissimo. 

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