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Crisalidi e metamorfosi – di Fabrizio Aimar

25 Verde-Bosco verticale

“Mi viene in mente che forse non posso essere un architetto moderno perché sono un architetto mediterraneo. La “modernità” non è stata forse inventata dai popoli del Nord? Dove fa freddo, dove piove molto e la frutta non si riempie mai abbastanza di zucchero?” Così afferma Ettore Sottsass nel suo libro “Foto dal finestrino”, a pag. 11. E se fosse vero? E’ da almeno un cinquantennio che accuse di modernismo e di afasiche ritirate storiciste nel vernacolo annoiano la scena architettonica nostrana. Come in una lotta tra casti Guelfi e mondani Ghibellini, il proclama della modernità, oggi bollato come neo International Style, è visto come diretta conseguenza di un coma indotto provocato dalla finanza globale. Mass media, committenza esibizionista e una glam-pop culture hanno prodotto architetture vuote, autistiche, che ai più risultano come vere e proprie gabbie di Faraday alle emozioni della vita quotidiana. Incarnano il relativismo della cultura occidentale, sempre meno sereno ma straniante e blasè: questo accusano i Guelfi, esausti dei sorrisi “marchettari” dell’agonizzante critica architettonica in cerca d’identità. Dall’altra, dura è la condanna al Regionalismo critico, all’Empirismo tecnicista, visto come una retorica tutta nostrana di trasporre l’abilità artigiana del “Made in Italy” nel fare architettura, glorificata nella figura dell’Homo Faber. In questa querelle infinita, coi toni di un militarismo morale stile “schiaffo di Anagni”, c’è da chiedersi: quale sarà il futuro prossimo dell’architettura italiana? Nel frattempo, si registra il successo della mostra “Afritecture” e l’unanime coro del pubblico: nella cultura africana possiamo ritrovare le origini vere dell’architettura, poiché essenziali (Fundamentals?). Tutti d’accordo. Ma, se si esaminano attentamente le opere di Kéré, dei Caravatti e la scuola sull’acqua a Lagos in Nigeria, emergono tutti i valori dell’organicismo e dell’empirismo tecnicista. Tutti in disaccordo. Sarà mica una lotta di classe (economica), in base alla quale certi linguaggi e metodi sono scartati a priori poichè non incarnano i reali intenti sociali della nuova aristocrazia finanziaria e di governo, che sono distanti dall’uomo? Siamo di nuovo da capo: stile internazionale contro tradizione colta. A voi chiedo: sono due binari opposti e paralleli, che non si incontreranno mai, se non in un romantico infinito? Oppure c’è la volontà latente e reciproca di conversione o accordo, lucrando l’uno coi valori dell’altro? C’è da aspettarsi un’ecotopia mediata (sugli esempi di 25 Verde a Torino e di Bosco Verticale a Milano) o un empirismo artigiano rivisto (sullo stile di Studio Elastico e Dario Lusso)? Caduti i recinti ideologici, com’è possibile produrre un’acuta ibridazione che determini un’“architettura di metamorfosi”, attenta sì alla scala umana, ma che parli la lingua del contemporaneo? Viviamo nell’epoca delle crisalidi, il processo è cominciato.

Elastico-Lusso

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