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Intervista a ALEXA LIXFELD – di Francesca Gattello

Intervista a ALEXA LIXFELD – di Francesca Gattello

* Here the English text.
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Il lavoro di Alexa Lixfeld racconta una storia legata al mutamento: dopo aver fatto la modella per più di dieci anni, Alexa nel 2000 decide di trasformare la sua vita e dedicarsi al progetto. Dal mondo della moda porta con sé una sensibilità estetica estremamente elegante. Attraverso i suoi occhi e la sua percezione artistica il design diventa un processo evolutivo in stretta relazione con l’esperienza umana, un’esperienza fatta di paradossi e per questo profondamente reale, dolcemente fragile. L’intervista diventa una piacevole conversazione in cui emergono tematiche serie e riflessioni stimolanti.
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Qual è il metodo che caratterizza l’iter progettuale del tuo lavoro?

È difficile da dire. Ho lavorato su progetti diversi, ciascuno con la sua identità ma allo stesso tempo c’è un fil rouge che ne lega l’insieme. Posso vedere una continuità nel mio lavoro che magari non è evidente dall’esterno. Quando progetto non faccio una lista di azioni e credo che fare design significhi seguire degli stadi naturali. È un’evoluzione che ha molto a che vedere con le circostanze e con il modo attraverso cui esprimo la mia percezione artistica.

Uno dei tuoi progetti mi ha molto colpito: le posate Metamorphose. Raccontami qualcosa di questo lavoro, del suo significato.

Metamorphose è una collezione di 13 pezzi in argento, sono tutti diversi tra loro e raccontano il movimento di un piccolo elemento. C’è chi li guarda e sostiene che assomiglino a spermatozoi, ma non lo sono, è più una specie di embrione, è viva, è una materia tonda e neutra che si muove verso la forma del cucchiaio per diventare poi un qualcosa da cui fuoriescono delle punte, che sta per trasformarsi in forchetta. È divertente riuscire a trattare la questione dei sessi, del genere, attraverso le posate. In qualche modo il cucchiaio ha una connotazione femminile mentre la forchetta ce l’ha maschile. Tutto questo viene raccontato attraverso la forma. Questo progetto non si lega all’esperienza che si ha in bocca perché queste posate non sono realmente fatte per essere usate. Metamorphose parla del divenire di qualcosa: un cucchiaio come diventa forchetta? Quando è ancora cucchiaio e quando è già forchetta? Quando è maschio, quando femmina?

Alexa Lixfeld - Metamorphose Spoons collection- photo Benne Ochs  Alexa Lixfeld - Metamorphose Spoons - photo Benne Ochs
METAMORPHOSE – Cutlery

Questo è quindi un progetto che fa riflettere. Puoi realizzare delle posate e parlare di argomenti differenti come le sinestesie, le sensazioni, le esperienze, il sesso, il genere, a tanto altro ancora…

Vorrei fare un altro esempio. Come puoi vedere io non indosso gioielli ma ho progettato una collana. È un oggetto molto grosso, fatto di perle tonde, ed è lungo 4 metri. Ho fotografato una donna completamente nuda che indossa solo questo grosso pezzo di gioielleria. Lei è in piedi e la collana cade verso il basso come se fosse un soprabito, ma non è coperta, è nuda nonostante quest’oggetto enorme. In realtà usiamo i nostri vestiti per coprirci e portiamo dei gioielli piccoli, così mi sono chiesta: qual è la relazione? Qual è l’importanza? Quanto questo gioiello è un peso? È bello e non è un peso in modo ovvio ma forse potrebbe rappresentare una prigione. La mia relazione con gli oggetti è molto interrogativa: bellezza, tormenti, genere, lusso… Il mio lavoro è pratico e bello ma in esso puoi trovare sempre una crepa, non è mai perfetto e pone sempre delle domande.

Alexa Lixfeld - Necklace
BEADS NECKLACE

Tra i tuoi progetti: quale (o quali) ti rappresenta di più e a quale (o a quali) ti senti più legata?

Sinceramente non so come rispondere a questa domanda. Glasswood è l’ultimo progetto che ho sviluppato, possiamo chiamarlo uno status quo. Anche il progetto Me and my doll è molto importante per me ma da un punto di vista umano: abbiamo costruito una fondazione in Sri Lanka e abbiamo sviluppato l’intero lavoro con lo scopo di raccogliere fondi per realizzare un progetto educativo per l’infanzia. Questo è un progetto in via di sviluppo e mi fa sentire che mi sto prendendo cura di qualcuno. Dal lato artistico non saprei cosa dire. Probabilmente vorrei lavorare su un progetto più ampio, dare più importanza ai miei prodotti perché la maggior parte di essi li ho avviati personalmente e quindi la loro scala è piccola. A volte mi sento frustrata riguardo a questo, perché quando penso a progetti significativi come Me and my doll, vorrei che avessero più ritorno, così si potrebbero realizzare più cose per la fondazione. Apprezzerei quindi maggior rilievo ma penso anche che per il fatto che sto realizzando tutto da sola ho già ottenuto un buon risultato.

Alexa Lixfeld - GlassWood - photo Birgitta De VosAlexa Lixfeld - GlassWood - photo Birgitta De Vos  Alexa Lixfeld - GlassWood - Detail - photo Birgitta De Vos
GLASSWOOD

Quand’è stato il momento in hai capito che saresti diventata designer?

Non ho realmente deciso di fare design. Mi interessava l’architettura e ho deciso di fare un workshop con degli architetti per capire come poteva essere. Mi sono iscritta ad un workshop al Domaine de Boisbuchet* dove designer e architetti vengono invitati per fare da tutor agli studenti. Claesson Koivisto Rune era il tutor di un workshop che riguardava qualcosa nello Spazio e ho pensato, “sembra interessante, proviamo!”. Quando sono arrivata però ho capito che il workshop non riguardava l’architettura perché i tutor volevano che facessimo product design e così l’ho fatto. Quest’esperienza mi è molto piaciuta e i tutor hanno apprezzato il mio lavoro al punto da incoraggiarmi a fare design.

*Workshop estivi organizzati dal Vitra Design Museum e dal Centre Pompidou.

Quale oggetto, tra quelli esistenti, avresti voluto progettare e perché?
Quale oggetto andrebbe riprogettato e perché?
C’è un oggetto che manca? Se si, quale?

Ho difficoltà a rispondere a queste domande perché non corrispondono al mio modo di pensare. Se c’è un oggetto che vorrei veramente realizzare, lo farei.

Per quale azienda vorresti realizzare un progetto e perché?

Prima ho detto che vorrei dare più rilievo ai miei oggetti quindi vorrei lavorare con un’azienda che vada nella mia stessa direzione. Io lavoro con prodotti fatti a mano, con materiali e tecniche di produzione locali e tradizionali, secondo standard del commercio equosolidale. Questa pratica può essere chiamata sustainable design, quindi sarebbe davvero difficile per me lavorare con un’azienda con prospettive differenti.

Da dove deriva il tuo interesse per questo tipo di design? Forse per ragioni di tipo umanitario? Per una passione verso gli oggetti fatti a mano? O magari perché ti piace la relazione che si crea tra designer e artigiani?

Credo che sia per tutte queste e altre ragioni: mi piace poter mettere le mani sul processo di produzione; perché questo tipo di design tocca effettivamente la vita delle persone; perché gli oggetti fatti secondo questa prospettiva non sono di tipo usa e getta, anzi, l’invecchiare li rende affascinanti. Il design sostenibile è di solito vicino alle persone e non danneggia l’ambiente. Inoltre io adoro viaggiare e mi piace vivere momenti di condivisione culturale: è interessante stare con le persone, lavorare con loro e vedere quello che succede nelle collaborazioni.

Alexa Lixfeld - Me and my dolls - Kids and drawingsAlexa Lixfeld - Me and my dolls - Imesha - DrawningAlexa Lixfeld - Me and my doll - Imesha - photo Annika Luebbe
ME AND MY DOLL

Perché fare design oggi?

Penso che ormai il design non abbia più a che fare esclusivamente con gli oggetti e con la produzione industriale.  Credo che il design sia importantissimo per gli anni a venire in un senso più ampio. Sarà molto più legato alla formazione: dovrebbe esserci il design in molte altre discipline perché il pensiero progettuale connette profondamente le cose esistenti. La creatività lavora con quello che c’è, quindi bisogna parlare di buone pratiche: come possiamo usare una certa cosa in un modo nuovo o migliore? Come ottimizzare i processi? Sappiamo che il design può essere fatto per puro divertimento o per ragioni commerciali ma sono profondamente convinta che esso possa essere un soggetto davvero serio e importante legato ad argomenti sociali ed economici. Il design può parlare dei produttori o di cosa viene usato per la produzione degli oggetti e queste sono questioni politiche. Il design può anche aiutarci a riflettere: alcuni dei miei progetti sono legati al genere, anche se non è così evidente. Ci sono degli interrogativi: la rotondità e le punte; il bianco e il nero, e sappiamo che a volte può essere il bianco, a volte il nero, ma nella maggior parte dei casi è il grigio a prevalere. Nel progetto Glasswood ci sono lo stampo e l’oggetto di vetro: l’uno dà alla luce l’altro ma allo stesso tempo si bruciano e si lasciano segni a vicenda; inoltre essi si appartengono ma sono due – e due diversi. Io non uso stereotipi e cerco di lavorare seguendo un percorso più poetico, così, alla fine, ottengo un bel risultato che ha anche un suo significato. Osservandolo – almeno attraverso i miei occhi – si percepiscono molta tensione e una forte energia.

Alexa Lixfeld - Metamorphose Vases 2 - photo Benne Ochs Alexa Lixfeld - Metamorphose Vases 1 - photo Benne Ochs
METAMORPHOSE – Vessels

Com’è fare il designer in Germania?

Il fatto che io viva in Germania non è rilevante. C’è una piccola realtà di design a Berlino ma non vivo lì, io abito ad Amburgo in questo momento. Ad Amburgo non c’è praticamente nulla e il design viene percepito attraverso agenzie commerciali o pubblicitarie. Il design non è lì.

Se il luogo non ha importanza, questo significa che si può lavorare dove si vuole?

Io non comunico molto che vivo in Germania. Penso che l’Europa sia un posto splendido per lavorare perché tutto è molto vicino ed è facile muoversi. L’ambiente è interessante ma per quanto mi riguarda, potrei fare i miei progetti ovunque. Poi io amo viaggiare, quindi non potrei rimanere sempre nello stesso posto. Ad Amburgo vivo una vita tranquilla ma allo stesso tempo mi sposto costantemente all’estero per lavorare e per fare mostre. Poi torno a casa, dove nulla ha a che fare con il design: non c’è nessuna realtà di design, non ho amici che fanno design e non trovo il confronto con altri studi di design. Progettualmente parlando, ad Amburgo sono proprio isolata e posso fare davvero il mio lavoro, sono totalmente concentrata, senza distrazioni. Questo può anche significare che non c’è ispirazione ma è un ambiente neutro e questo lo rende per me un rifugio nei miei continui spostamenti. Tutto questo per me è perfetto.

Alexa Lixfeld - Kubus Alexa Lixfeld - Kubus
KUBUS

Qual’è il posto migliore al mondo in cui fare design oggi?

Il design è un soggetto così ampio… dipende da quello che una persona fa e vuole fare, da dove si vogliono concentrare le proprie energie. A Eindhoven c’è qualcosa di speciale e questo è dovuto alle circostanze che si possono trovare in quel luogo ma se sei un designer, un creativo, vendere le cose che produci tu, è diverso dal lavorare per l’industria che, ad esempio anche nel sud della Germania, ha bisogno di lavorare con i designer. Se invece vuoi lavorare in un contesto più politico forse è meglio collaborare con le Nazioni Unite. Dipende veramente da che design si vuole fare. Il design può avere un grande valore ma può anche essere insignificante, ha il potenziale per essere grandioso eppure molto spesso è così povero e deprimente. Non so… per esempio, il modo in cui vivo non lo raccomando a nessuno, è uno stile di vita molto particolare: mi circondo di quiete, non c’è molto scambio intorno a me, non c’è nulla, ma questo mi dà la serenità di cui ho bisogno per lavorare. Allo stesso tempo per me sarebbe impossibile restare sempre a casa quindi tutto questo funziona solo combinato al viaggiare. Amo viaggiare, lavorare in un contesto multiculturale: ho realizzato Glasswood in Repubblica Ceca e il progetto Me and my doll in Sri Lanka. Da poco sono tornata dal Vietnam. Ho bisogno di lavorare in un ambiente internazionale, con persone che producono i loro oggetti in un contesto locale. Questo però vale per me e dipende profondamente dalla personalità di ciascuno. È difficile pronunciarsi per qualcun altro.

Il tuo modo di vivere e lavorare realizza una sorta di paradosso, c’è tensione, ma allo stesso tempo percepisco un equilibrio: tu non vuoi rimanere ma nemmeno te ne vuoi andare. Vedo la stessa tensione nei tuoi progetti, come in Metamorphose: sembra che tu riesca a mostrarti attraverso il tuo lavoro. C’è una grande coerenza tra la tua vita e il tuo lavoro.

Sì, è così. C’è anche la volontà di essere dall’altra parte, come la piccola cosa che si evolve, il minuscolo cucchiaio, l’embrione: si trasforma e vorrebbe andare in entrambe le direzioni. Non afferma “voglio andare lì”, non va tutto liscio, continua ad andare trattenendo sempre qualcosa e lacerandosi verso l’altra direzione. 

Alexa Lixfeld - Tableware Alexa Lixfeld - Ricebowls  Alexa Lixfeld - Ricebowls
TABLEWARE

Raccontami di un oggetto comune/anonimo a cui leghi una storia.

Cerco di non legarmi troppo agli oggetti, se devo essere sincera. Mi affeziono alle persone, agli animali, ma non alle cose. Amo gli oggetti ma solo quando li posso usare, come l’auto: non mi interessa che sia un modello particolare, voglio che mi assicuri la libertà di muovermi. Sono felice quando ho una macchina che mi permette di spostarmi da un posto all’altro e di trasportare i miei oggetti per poter fare le mie mostre. Ho anche un posto in cui vivo, ovviamente: la mia casa è importante perché è un rifugio e perché c’è la lavatrice che posso usare per lavare i miei vestiti. Ci sono anche oggetti che ho preso nei miei viaggi, per esempio alcuni ricordi o cose che ho comprato perché mi piaceva la loro fattura o perché semplicemente mi sono sentita in qualche modo connessa a essi, ma questo appartiene al passato. Più lavoro con oggetti e prodotti, meno ne voglio avere attorno a me. Penso che questo sia lo stesso motivo per cui non vivo in un contesto legato al design. Anche se lavoro molto con la porcellana, uso un servizio che mi ha dato mia nonna che ora inizia ad essere molto vecchio, crepato e con qualche pezzo saltato, ma continuo ad usarlo. Credo che se venissi a casa mia e mi vedessi offrirti un caffè in queste antiche tazzine a fiori potresti pensare “questo non è quello che mi aspettavo a casa di Alexa”. Forse questo è il motivo per cui voglio fare qualcosa di nuovo per gli oggetti da tavola. Come puoi vedere io non indosso gioielli, mi vesto in modo estremamente semplice e se mi chiedi se mi è mancato qualcosa nelle ultime sei settimane in cui ero in viaggio con la mia valigia, posso rispondere che non mi è mancato nessun oggetto. Ho sentito solo la mancanza delle persone che amo attorno a me.

Alexa Lixfeld - Kubus  Alexa Lixfeld - Cups
KUBUS and CUPS

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