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La forma della notte – di Cristina Senatore

disegno su disegno di giulia per prestinenza 3

@ Cristina Senatore

Conclusosi il periodo natalizio finalmente la notte riprende la sua forma di sempre, riacquista le sue zone di silenzio e i riferimenti luminosi tornano calmi e rassicuranti a brillare nel buio.
Ero infatti stanca, tagliando con l’auto la notte sulla strada per tornare a casa, di vedermi assalita da colori luminosi strillati a ritmi isterici dalle facciate dei palazzi.

Correndo la luce all’interno di tubicini di plastica o su fili di lampadine animava figure quasi tutte sgraziate abbarbicate sulle superfici verticali affogate nel nero. Figure che rifacevano la forma degli edifici.
Erano di una tale mancanza di grazia – tanto il ritmo delle luci quanto le forme che esse strappavano all’oscurità – che mi chiedevo quanto potessero essere perverse le menti di coloro che le avevano scelte quelle luci, e le avevano plasmate quelle forme. Certo qualcuno le aveva fabbricate, ma io me la prendevo con chi le aveva scelte. Me lo chiedevo come se gli abitanti di quelle case non fossero le persone che tutti i giorni incontro per strada, al supermercato, quando vado a prendere mia figlia a scuola, quando mi fermo a fare benzina, insomma per strada, ovunque. 

Quest’anno gli addobbi luminosi mi sembravano più numerosi e le luci più isteriche degli altri anni. Da che li vendono nei negozi cinesi i prezzi si sono abbassati, come di tutte le altre merci, oppure così sembra visto che di fatto è sicuramente la qualità ad essersi abbassata (ma non è mica solo colpa dei cinesi!). E poiché in quest’anno di crisi (dicono economica) i soldi erano pochi per fare tutto, forse la gente con minimo investimento ha voluto amplificare il senso di festa aumentando ognuno la propria personale giostra di luci sul balcone di casa. 

Trovandosi a dovere dare forma a quelle masse informi di fili elettrici è stato – ho immaginato – come se dal profondo delle loro menti per l’eccitazione fossero venuti fuori mostri tenuti sprofondati nell’abisso dell’incoscienza. Mostri di bruttezza, pericolosi e aggressivi, oppure solo esseri resi ostili e imbruttiti dallo spavento, dal disorientamento. Magari invece nessun mostro e nessun abisso, e il gesto s’è fatto meccanicamente specchio di esistenze superficiali dove la superficie è il culmine di nessuna profondità. Una superficie sorda, impermeabile e liscia dove le cose scorrono velocemente senza ritmo, accavallandosi come suoni che non producono musica. Dove nella fretta di spostarsi si scambiano le scelte finte per un reale scegliere.

La disarmonia di quelle forme nella loro individualità e poi anche il concerto luminoso cacofonico e contraddittorio che tutte insieme mettevano in campo da qualche parte doveva pur trarre origine! 

È specchio dell’esistenza di chi lo compie il gesto che porta al compimento della Forma. Perché altrimenti la Forma cosa è? Non la generiamo forse sulla base delle nostre inquietudini interiori? Riferendoci a come siamo dentro? Alle conquiste del nostro pensiero e della nostra esperienza? Impugnando le nostre ansie e le paure e le delusioni e le speranze e le voglie? 

Ognuno muovendosi genera forme che spesso restano invisibili e solo in alcuni casi hanno l’occasione – certe forme – di mostrarsi. Come nel caso degli addobbi luminosi nelle notti festive intorno al Natale. 

Muovendoci formiamo lo spazio, diamo forma allo spazio. 

La forma nasce dal nostro tentativo di estenderci oltre i confini del nostro corpo, oltre i nostri limiti. Sgorga dalla propensione naturale che abbiamo alla conquista di ciò che non ci appartiene per natura, dall’esigenza che abbiamo di incontrare e di manipolare la materia. Perché nell’espansione si attua la conoscenza e in essa noi esistiamo. 

La forma che generiamo ha le nostre stesse caratteristiche. È proiezione all’esterno (ma l’esterno è un altro interno, è l’interno della materia) di quello che siamo nel nostro interno. Anche quando entriamo in contatto fino a popolarle le forme che altri creano stiamo generando lo spazio, perché per incontrare la forma di un altro la dobbiamo capire, a nostra volta la dobbiamo generare per noi stessi. 

Le forme non galleggiano nel vuoto quelle che noi generiamo si intersecano con quelle che generano gli altri, intorno e dentro a noi e a loro, esplodono le une nelle altre, in una implosione continua della materia con movimento perpetuo in mutazione ininterrotta.

Lavorare sulla forma vuol dire lavorare su se stessi. Ed è reversibile il processo? Si può lavorare su se stessi attraverso la forma? Penso di si. Penso che lo spazio agisca su di noi attraverso la forma come noi agiamo su di esso.

 

1 Comment

  1. Antonio 28/12/2014 at 02:04

    ma…quindi…Le luci di natale ti piacciono o no?

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