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Omaggi e rilettura critica di un cul-de-sac – di Fabrizio Aimar

Dominioni Zucchi

Spesso, guardando le opere di Cino Zucchi, non riesco a far a meno di pensare del suo debito ispiratore nei confronti delle ricerche del milanese Luigi Caccia Dominioni, in bilico fra lo spunto e l’omaggio di compromesso fra modernità e tradizione nostalgica. In Italia, il confronto con i maestri è da sempre vissuto come una sorta di legittimazione del proprio status quo, basato più sullo studio/utilizzo della tecnica che sulla rilettura profonda di una critica dell’abitare. Il confronto che si adopera sempre, infatti, è posto sul piano del rapporto fra presente e passato, in cerca di sottili somiglianze estetiche con i “maestri” italiani che li hanno preceduti, dove spesso la tecnica è il metro di giudizio più rilevante per valutare il rango dell’architetto. Basti pensare al binomio, quanto mai logoro per forzatura, fra il “tecnologo” Franco Albini e l’allievo “artigiano” Renzo Piano. All’estero, invece, tale metro di paragone si sposta sulla rilettura critica e sul commento progettuale del pensiero del maestro vivente ed operante, come la scuola di Rem Koolhaas ci propone: Bjarke Ingels e Fernando Romero ne sono la testimonianza reale. Essi rielaborano la lezione appresa declinandola in alcune riflessioni basate sul tema centrale della socialità come “arma veritas”, agendo, nel contemporaneo, più sulle ragioni di base del fare architettura che su quelle estetico/formali di linguaggi codificati o prototipi convalidati. Tornando al caso italiano, se perciò dilaviamo la ricerca con un nostalgico compromesso storicista e puntiamo soprattutto sulla tecnica, ha ancora senso parlare di architettura? Ha ragione “l’uomo di strada” quando afferma l’inutilità dell’architettura a scapito di rassicuranti approcci tecnici (geometri) o ingegneristici, che danno al committente “risposte concrete”? Viste le premesse e lo scadimento delle convinzioni generali e delle risposte (anche fra gli stessi architetti), è legittimo chiedersi se esista un futuro per l’architettura italiana? E se sì, è quello dell’esportazione l’unica arma di sopravvivenza?

 

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