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Viaggio al centro della piazza – di Cristina Senatore

piazza plebiscito prestinenza 4

Mia nonna, pace all’anima sua, non sapeva nuotare e aveva il terrore del mare, così uno dei suoi detti preferiti, per indicare che una situazione era rischiosa, era diventato coerentemente: “Pe mmare nun ce stanno taverne” ( per mare non c’è riparo).

Un giorno, circa dieci anni fa, mi trovai, come mi stava capitando di fare quotidianamente in quel periodo, a passare per Piazza Plebiscito, a Napoli. 

In genere attraversavo la piazza costeggiando il Palazzo Reale per arrivare sul lungomare oppure se avevo tempo passavo sotto il colonnato della chiesa, sul lato lungo del perimetro, entrando da piazza Trieste e Trento.

Quel giorno, pur camminando con lo sguardo rivolto avanti, ero concentrata a sentirmi scorrere la piazza nella coda dell’occhio. Così arrivata all’altezza dell’ingresso del Palazzo, al centro del lato diritto della piazza, senza pensarci, mi fermai. Decisi che l’avrei attraversata passando per il suo centro, in modo che camminando avessi tracciato una linea retta immaginaria fra l’ingresso di Palazzo Reale e l’ingresso della Chiesa di San Francesco di Paola.

Date le spalle a Palazzo Reale, mi misi a camminare mettendo un piede dietro l’altro a passo lento.
Come era normale incominciai a sentire lo spazio intorno a me cambiare ad ogni passo.

Erano circa le 14,00 di un pomeriggio di fine primavera che per essere sospeso in un clima incerto, senza vento, senza che facesse troppo caldo o troppo freddo, dalla luce bianca, immerso in suoni ovattati, sembrava quasi un pomeriggio dechirichiano. La piazza era vuota, solo qualche presenza ai margini. 

Penetravo il vuoto della piazza verso il suo centro e intanto lo spazio mi aumentava intorno, si dilatava, io mi sentivo sempre più piccola. A guardarla tenendo i piedi sul perimetro, la piazza non sembrava così grande. A camminarci dentro, invece, era immensa. 

Arrivata nel punto che mi sembrava il suo centro, mi fermai ed ebbi quasi paura. Lo spazio vuoto premeva su di me da ogni lato. Feci un giro di 360 gradi su me stessa, lentamente, in 4 mosse. Ero sola al centro della piazza. Se avessi parlato nessuno m’avrebbe udito. Provai, la voce quasi non usciva ricacciata dentro dalla pressione del vuoto intorno. Se qualche malintenzionato si fosse avvicinato a me e io avessi gridato aiuto, dal centro della piazza, non sarei stata in grado di attirare l’attenzione di quelli che stavano ai margini. Se avesse cominciato a piovere all’improvviso, sarei stata senza riparo, se anche mi fossi messa a correre per raggiungere il colonnato, se anche avessi corso velocemente il tempo che sarebbe servito a consumare con i passi quella distanza non m’avrebbe salvato dall’acqua, mi sarei bagnata. Napoli con i suoi rumori dov’era finita? La vedevo intorno a me e non la sentivo. Tutto quel caos non faceva più rumore, eppure io ero nel centro. 

Fino a quel momento ero cresciuta con l’idea che la piazza fosse un posto rumoroso, un luogo caotico, dove si incontra la gente, dove avvengono scambi, dove la città vive. Ho scoperto quel giorno che il centro della piazza può essere il punto nel quale si può essere soli a sentire morire la città dentro, mentre essa vive fuori. Che la città è di pietra dura, immobile, non ti viene incontro, non offre riparo, che essa vive solo attraverso le persone. Che la vera città è dove sono le persone. E che al centro della piazza vuota, come in mezzo al mare, non c’è riparo e sei solo e in quel finto vuoto la città è solo uno specchio nel quale ti puoi specchiare per vedere te stesso. 

prestinenza 4

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