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Deeper underground: vivere sottoterra – di Fabrizio Aimar

fogne tokyo

Sempre più frequentemente, e in ogni parte del globo, si rincorrono testimonianze di persone che, per stretta necessità, scelgono di vivere in luoghi recessi, lontani dalla luce del sole. Decidono di vivere nelle fogne cittadine, luoghi reconditi che certo non nascono per ospitare la vita umana, con dignità dell’essere. Emergenza abitativa, forte indigenza economica, fuga dalla criminalità e dalle condizioni climatiche proibitive della superficie inducono molte persone a cercare rifugio nel sottosuolo, adattandosi a sopravvivere in contesti al limite, indegni. E’ così in alcune città, fra cui Bucarest, Parigi, New York e Medellin, nelle quali migliaia di persone vivono riscoprendo ed adattando ai rudimenti domestici i vecchi condotti e gli anfratti che queste spelonche artificiali offrono. Questo dramma si consuma da tanto, troppo tempo.

fogne Rio de Janeiro

Già all’inizio del ‘900 Emilio Salgari, nelle pagine del “Bramino dell’Assam”, scriveva d’individui che popolavano le fogne di Calcutta in India, così come recentemente Umberto Eco, ne “Il cimitero di Praga”, in cui narra dei cunicoli della Parigi sotterranea ottocentesca. C’è vita lì sotto, qualcuno direbbe. E a poco vale affermare la suggestività storica ed architettonica di alcuni di questi luoghi, quali le fogne di Tokyo, che parrebbero somigliare, in alcuni punti, a cattedrali ipogee. O alle catacombe della capitale transalpina, una rete di 300 km di gallerie, che si diramano fra i 15 e i 25 metri di profondità. Voi vivreste nelle gallerie di Pietro Micca a Torino? Certamente no, seppur indubbiamente pregne di storia e del suo lustro. Il problema è sentito a livello globale, e lentamente, anche grazie a film come Pa-ra-da del 2008 e a nuove politiche economiche (non ultima, la proposta di New York di produrre energia dallo scorrere dei reflui fognari), sta emergendo questo straziante dramma umano, sintomatico di un’oscenità morale. Se consideriamo che, per ogni nato in Italia, vi sono 9 appartamenti disponibili (da statistiche), c’è da chiedersi come si possa permettere una simile iniquità. Primo Levi chiese se questo è un uomo, “Che lavora nel fango, Che non conosce pace, Che lotta per mezzo pane”.

Io ora chiedo a voi lettori lo stesso. Se è vero che lo stato di civiltà di una nazione lo si evince dalla qualità della vita che offre ai propri cittadini meno fortunati, penso che occorra una profonda riflessione sull’essenza costitutiva della nostra società. Guardandoci allo specchio, ci vediamo sconfitti dalle nostre stesse regole, urbanistiche, etiche e comunitarie.

fogne Bucarest

1 Comment

  1. Rosanna Orienti 27/02/2014 at 12:37

    Interessante…Su questo tema ho svolto il mio dottorato di ricerca proprio dal titolo “Spazi Erosi”.
    Ovviamente l’approccio era di tipo compositivo e progettuale.
    L’atto dello scavare come mezzo progettuale che utilizza il suolo , strato di supporto delle architetture verticali, e, contemporaneamente intervallo , spazio tra sopra e sotto….a partire dallo scavo come atteggiamento mentale, poi come atto fisico, attraversando la condizione ipogea dell’uomo e dell’architettura contemporanea fino a costruire un linguaggio dello scavo….

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