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Il corpo nello spazio e la sensazione emozionante dell’equidistanza – di Cristina Senatore

cup_press1@Cristina Senatore

Ero ferma al centro della enorme piazza vuota. Lo spazio premeva su di me da ogni lato. La città intorno era lontana e sprofondata nel silenzio. Sentii addosso l’irriducibilità della distanza di pietra che mi ero procurata camminando, penetrando il vuoto. Quella sensazione mi fece avere un brivido, ebbi paura. 

Ripresi a camminare per completare il disegno di quella linea retta e immaginaria che dall’ingresso del Palazzo Reale sarebbe finita nell’ingresso della chiesa di San Francesco di Paola. Un piede dietro l’altro. Piano. 

Lasciandomi indietro il centro, come una nave che lascia il mare aperto verso il porto, sentii allentarsi su di me la pressione del vuoto. Sentivo intorno e dentro ricrescere la dimensione umana della città, la sua voce si schiudeva lentamente, la durezza della pietra si scioglieva, la sua forma prendeva le sembianze del colonnato. 

Non so perché fino a quel momento non ero mai entrata nella chiesa di San Francesco di Paola. Forse perché ogni volta avevo trovato la porta chiusa (è poi curioso che le chiese aprano e chiudano ad orario, uno le dovrebbe trovare sempre aperte e altrimenti di che chiesa si tratta?!). 

Ero stata così concentrata a tirare diritta quella linea che non avevo pensato a cosa avrei trovato alla fine, se una porta aperta o chiusa. Potere entrare in chiesa fu una sorpresa.
Entrai.
Entrai. Un poco emozionata e anche incuriosirà. Avevo tante volte desiderato di vederla. 

L’avevo sempre immaginata molto grande, probabilmente tratta in inganno dall’estensione del colonnato e invece mi accorsi che era piccola, forse la più piccola chiesa nella quale ero entrata a Napoli. Ma alle dimensioni non feci più caso dopo un attimo. Era un posto meraviglioso!

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Per un momento ebbi un forte sbandamento mnemonico, persi quasi l’orientamento.. entrando avevo dato le spalle a Piazza Plebiscito o a Piazza della Rotonda? Mi trovavo a Napoli o a Roma? Ero entrata per la prima volta nel Pantheon intorno all’età di 14, forse 15 anni. Non ero mai stata in uno spazio così bello, così perfetto. Ricordo che mi mancò il respiro dalla meraviglia che provai. Ricordo che come ipnotizzata guardavo in alto perdendomi nel ricamo di luce e ombra, recandomi al centro. Anche adesso, nella chiesa di San Francesco di Paola, mentre i ricordi si sovrapponevano a quello che vedevo e sentivo risvegliarsi quella sensazione di meraviglia, camminavo verso il centro.
Tutto quello spazio che avevo sentito enorme intorno tagliando la piazza si concentrava adesso in punto che era il centro della chiesa e corrispondeva al mio corpo e si innalzava, lo spazio, vertiginosamente sopra di me verso l’apertura nel cielo della cupola. 

Stare al centro e alzare la testa nel Pantheon come nella Basilica napoletana era una necessità del corpo in quello spazio. Il corpo si espande nello spazio e ne hai addosso un ritorno perfetto da ogni lato. E quella sensazione dell’equidistanza provoca emozione. 

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