presS/Tletter
 

Time for a story? – di Federica Russo

 

 

Mark Wigley_Story-Time

C’è ancora qualcuno che ha qualcosa da dire sulla vecchia stanca questione della dialettica teoria-pratica in architettura?

Speriamo di sì.

L’altra settimana appena finito di leggere un articolo di Mark Wigley mi sono imbattuta nell’editoriale di Luigi Prestinenza su PresS/Ttletter n.2, ed entrambi trattavano l’amato argomento con simile densità di testo in una straordinaria differenza in numero di battute.

Ho pensato, quindi, di consigliarvi la lettura del testo americano, intanto perché trovo sempre utile allontanare lo sguardo attraverso una visione estera di dinamiche che ci riguardano, e poi per quella magnifica e rara sensazione che ti prende quando, finito di leggere qualcosa che consideri attualissimo, scopri che è stato scritto 20 anni fa.

“Story Time” è stato pubblicato dall’MIT press sul numero 27 di “Assemblage” nell’estate del1995.

È interessante per due motivi: il primo è la capacità di Wigley di dare un chiaro quadro della situazione storica, pur divertendosi a disorientarci di tanto in tanto nella spiegazione di questa intensa relazione teoria-pratica, senza dare mai veramente una direzione assoluta. Ci racconta i tempi d’oro dagli anni ’70, quando il fermento era palpabile e qualsiasi architetto avrebbe pagato oro per farsi fotografare davanti all’Institute For Architecture and Urban Studies con in mano un drink, preso da qualche vivace discussione. La scena crea in me la stessa invidia che creano i racconti di una Roma in cui durante le conferenze si lanciavano le uova: la chiara sensazione di tutta la nostra generazione di aver perso qualcosa di grande e divertente. Dopo anni passati a costruire una traccia erano questi i tempi in cui le teorie più astratte e avanguardiste diventavano finalmente pratica, Eisenman, Koolhaas, Tschumi, persino Kenneth Frampton ritornò alla professione per un po’.

E poi? E noi?

La frammentazione del mondo in tutte le sue sfaccettature 2.0  ha portato a una tale moltiplicazione di layer, con annesso rumore di fondo, che è ormai difficilissimo tirare una linea e unire i puntini. Per Wigley lo scenario attuale vede i teorici divisi in mille linee di pensiero, molte non interessanti, e architetti che attraverso tutti i mezzi a loro disposizione propagano idee teoriche a sostegno dei loro progetti, anche quando non hanno nulla da dire. La visione che ci regala della critica è di un simpatico sandwich: la vecchia guardia che si lamenta della corte attuale, gli arbitri che si lamentano della vecchia guardia e della corte, la corte che non si disturba a lamentarsi, troppo lavoro da fare, e i nuovi bambini che si lamentano del potere della corte. Parla anche di noi, dell’Italia che si lamenta di aver perso una generazione architettonica, del fatto che nessuno ormai nel mondo parli più di noi. Ne imputa la ragione al fatto che tutti bambini siano stati uccisi prima ancora di avere una sola chance di pensare, persino i bambini speciali prescelti dalla corte.

Bene, dopo essere caduti in quest’abisso di disperazione e reclamo generale, ecco il secondo punto per cui è interessante leggere questo testo: per fermarsi a pensare, almeno per un minuto, fuori dai nostri schemi e da tutti i sandwich del complain, al futuro di questa intricata e divertente relazione. Prendere consapevolezza e continuare a fare ricerca nell’ambito di quella che Luigi ha chiamato nel suo editoriale una dialettica evolutiva, continuando a superare costantemente l’orizzonte provvisorio e precario della teoria ed evitando le pratiche ingessate e l’inutile assolutezza.

That’s all, almeno per ora.

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