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Cosa resta di un fiore? – di Claudia Ferrini

Cosa resta di un fiore? – di Claudia Ferrini

Roma, Chiostro del Bramante, 16 febbraio – 5 giugno 2014: “Alma Tadema e i pittori dell’800 inglese. Collezione Pérez Simòn” a cura di Véronique Gerard – Powell.

“Spero che l’insieme delle opere provochi in voi il piacere dell’esperienza estetica, ed insieme possiamo diventare complici nel felice compito di scoprire l’amore e la bellezza”.

Juan Antonio Pérez Simòn

(Un invito galante)

L’amore è tessuto nelle immagini in mostra come un qualche sogno elisio. E la bellezza è uno dei problemi più discussi in pittura.

Si corteggiano, nelle tele di Alma Tadema e compagni, e tanto si addicono l’uno all’altra che vien da chiedersi: sono questi i volti della bellezza, sono questi i sospiri dell’amore? Entrambi, che fino al termine della vita ci appartengono certamente, e ci rendono partecipi di un ordine che sublima lo spirito, ci ammantano di grazia e verità nel sogno inquieto della vita. Scatenano le arti. Allo stesso modo, infatti, l’amore e la bellezza pervadono queste opere, ora dolci, languide, poi laconiche, drammatiche, dettano flebili elegie di versi nostalgici, miti e leggende epico-cavalleresche. Si compiacciono della malinconia quanto dei più lieti pensieri, insinuano ipotesi di dubbio, mutabilità, inneggiano al fascino e all’erotismo, non mancano di crudeltà.

Ai canoni classici di ordine e compostezza formale si affianca una potenza druidica che definisce la pienezze di forme incontestabilmente soavi. Un bello che si offre alla contemplazione, che da pace e fa disperare: si contamina con quelle istanze del tardo romanticismo che aggiungono misteri velati alla religione estetica e diventa decadentismo.

Ieri liberava il piacere dal polveroso puritanesimo e l’ipocrita moralismo vittoriano, oggi dalle derive concettuali.

Amore e bellezza le cui protagoniste sono donne. Muse, modelle, streghe, angeli, eroine. A chiamarle per nome risponderebbero: Antigone! Venere! Andromeda! Esther! Ofelia! O una belle dame qualunque. Tutte prevalgono, in un registro formale, sul “grazioso”, con l’eleganza che scaturisce da idealismo e idealizzazione, sublimazione e seduzione. Tutte affidano certe loro intimità delicate alla raffinatezza del contesto pittorico, si spogliano dei loro segreti come fossero petali al vento, passeggiano tra scene fiorite, scene di grazia e di poesia, di simboli amorosi.

E la percezione delle opere in mostra diventa anche olfattiva, quindi sinestetica, nel raccordo tra  fiori, letteratura, sentimenti. Si respira l’essenza di caprifoglio nelle atmosfere gotiche, mentre l’elleboro sboccia tra le spine della follia, l’asfodelo appassisce come fiore del lutto, la digitale purpurea effonde il profumo della tentazione e della castità. La rosa è sacra alla dea dell’amore, e l’ allestimento suggestivo è di Roberto Bua.

Il naturalismo in arte rivolge il suo sguardo anche ai segreti della vita, sentori di innocenza e di mistero sollecitano i sensi, germogli di fiori invitano a una primavera dei sensi, che possa durare in ogni stagione.

Non c’entra la questione dei canoni estetici, del gusto. Se ogni epoca ha le sue Veneri, ricordiamoci comunque che:

è difficile restare arrabbiati quando c’è tanta bellezza nel mondo. 

 

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