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Idee di ecotopia urbana – di Fabrizio Aimar

Bosco Veticale vs Arbre Blanc

Due foto diverse per altrettante idee simili. Da una parte, l’erigendo tentativo urbano di Stefano Boeri, il “Bosco Verticale”, presso la stazione Porta Garibaldi a Milano, dall’altra “L’Arbre Blanc”, il grattacielo dalle forme arboree griffato Sou Fujimoto a Montpellier, Francia. Idee di ecotopia urbana.

Un antico adagio popolare recita “una rondine non fa primavera”. Parafrasando il detto, ci sarebbe da chiedersi se un albero può realizzare (da solo) l’utopia urbana del green. Con buona pace delle teorie di Sym van der Ryn, James Wines e Lucien Kroll, la risposta parrebbe quasi imbarazzante. Scambiare queste operazioni commerciali quali nuovi virgulti di un pentito neo-International Style, reo della sua algidità, sarebbe un grosso errore. Primo, perché attribuire una valenza situazionista e “bio” ad una villa urbana (come nel caso di Montpellier) solo per la dotazione “di serie” di un albero sul proprio terrazzo di pertinenza è riduttivo, secondo per il ruolo puramente decorativo assegnato al verde, quasi come un’ironica incarnazione celebrativa dal gusto revival del (vero) floreale Liberty cent’anni dopo la sua affermazione.

Certo, è pur vero che l’analisi del sito francese, che ha come quinta scenica il crescent postmoderno di Ricardo Bofil, può persuadere il progettista a compiere un liberatorio atto creativo come sorta di compensazione artistica, ma pare comunque eccessivo. Il tentativo si tramuta, infatti, velocemente in logoro e pacchiano se si riflette sul rapporto fra significante-significato, e si banalizza ad un’evoluzione maldestra e incontrollata della rigorosa idea milanese. La tafuriana “Gaia Erranza” continua ancora a sedurre e imperare, seppur con abili tentativi di disillusione mentale, celati da maschere pirandelliane del “Minimal” e del “Naturismo”. Una sorta di “Uno, nessuno e centomila” dell’architettura d’oggi, nella quale la meraviglia superficiale (uno) vince sull’idea di sostanza disattesa della città (ahimè, nessuno) glorificata da ripetizioni iterative su scala globale, frutto degli script dei software di modellazione (centomila).

Sembrano realizzarsi le tristi profezie espresse nelle Note Conclusive del testo “Storia dell’Architettura Moderna” di Kenneth Frampton, il quale asserisce che “l’equilibrio delle condizioni socio-ontologiche può forse essere raggiunto solo creando […] frammenti urbani ben definiti, in cui una certa simbiosi culturale ed ecologica possa prevalere a dispetto del caotico intorno”. Il risultato? ”Architettura dello stupore”, meglio se green. Che candidamente si auto-assolve dai propri peccati, costringendosi al cilicio ecologista.

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