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A volte ci capita di leggere qualcosa che entra in risonanza ed amplia ciò che stiamo pensando. A me è capitato con una recente intervista allo scrittore Walter Siti, pubblicato nella rivista di cinema “Fata Morgana” e recentemente riportata in parte nella rivista culturale on line “il lavoro culturale”.

E’ un’intervista che riguarda il “realismo”. Tutta mi è sembrata interessante, ma due soprattutto sono i suoi concetti lì esposti che intendo qui rimarcare, riverberabili su riflessioni sull’architettura; li espongo in ordine invertito rispetto a quello della intervista.

Il primo : “… quando, per la letteratura italiana, si è cominciato a parlare di neo-neorealismo (…) ci si riferiva per esempio ai noir, ai thriller, o a certe fiction televisive, che parlavano di mafia e camorra; in relazione cioè, a qualcosa che a me sembrava, al contrario, la negazione del realismo, perché per me la realtà, e di conseguenza il realismo, hanno a che fare con qualcosa verso cui la rappresentazione va a scontrarsi e che costituisce sempre qualcosa di imprevisto, una specie di sorpresa si potrebbe dire: qualcosa che rompe i codici precedenti, gli stereotipi. Al contrario, quelle forme di narrazione (…) lavorano con gli stereotipi e grazie a essi funzionano.”

E’ anche in questo senso che nel mio scritto precedentemente pubblicato qui mi appellavo al diritto d’essere inattuali. L’attualità, in un mondo dominato dai mezzi di comunicazione di massa, diviene matrice di stereotipi, una sorta di paraocchi che non ci consente di vedere il reale nella sua interezza.

In precedenza  Siti descrive il ritorno del realismo come qualcosa di contrapposto alla post-moderna “fine della storia”, contraddetta dal manifestarsi con durezza dei cambiamenti non positivi dell’economia e dai perduranti conflitti politico sociali:  “… mi pare allora che oggi si imponga un’idea di realtà come qualcosa che persiste e che non si lascia del tutto addomesticare dalle ideologie e dai sogni di onnipotenza, che erano il correlato della convinzione tutta occidentale, secondo cui il progresso era potenzialmente infinito e quindi concedeva la possibilità di fare qualunque cosa e di aspirare a tutto. Ecco, la realtà è ciò che oppone resistenza a tutto questo. Mi pare di ricordare che Umberto Eco abbia detto, a questo proposito, che il reale consiste in una serie di no che ci vengono in risposta della nostra pretesa di infinità.”

Ho ripensato a quanti progetti, realizzati o no, concepiti anche solo pochi anni fa, appaiono oggi inadeguati, pieni di spreco, stupidamente costosi da mantenere per la collettività, essenzialmente vani e gonfi appunto di “sogni di onnipotenza”.  Forse un po’ di realismo potrebbe far bene all’architettura contemporanea. E pazienza se poi ciò che vien fuori nei render plasticosi non sarà ripreso dalle photo gallery dei giornali come nuove mirabilia (o, meglio, monstra).

Tutta l’intervista comunque mi pare meriti d’esser letta

(L’inganno della realtà. Conversazione con Walter Siti  in http://www.lavoroculturale.org/conversazione-con-walter-siti/ )

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