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Vuoto, grado zero, eteronomia – di lpp

In architettura il vuoto compare in due accezioni diverse:

a) come contrapposto al pieno secondo un metodo di progettazione che privilegia lo spazio in cui si muove l’uomo rispetto agli involucri che lo delimitano;

b) come grado zero, cioè come azzeramento di un punto di vista per assumerne uno nuovo. Va da sé che ciò comporta la rimozione di preconcetti culturali, stilistici e/o normativi, connessi con il punto di vista precedente.

La prima è l’accezione zeviana, teorizzata nel libro Saper vedere l’architettura e ripresa da una tradizione oramai consolidata che ha per capisaldi Wright e l’architettura giapponese.

La seconda fa riferimento a Roland Barthes e alla sua idea di grado zero e fu, anch’essa, ripresa e in parte teorizzata da Zevi. In effetti la visione di Barthes non implica necessariamente l’azzeramento del punto di vista ma solo il prosciugamento degli aspetti connotativi e retorici del discorso.  Tuttavia, se si assume un nuovo punto di vista, almeno in una prima fase, occorre azzerare anche gli aspetti connotativi e retorici connessi al linguaggio.

E’ evidente che la ricerca dell’azzeramento è propria delle concezioni poetiche che puntano sull’eteronomia, perché chi crede che il linguaggio si costruisca solo su se stesso propende, invece, per l’autonomia e cioè per una teoria accumulativa, dove il nuovo si affianca al vecchio, integrandolo e completandolo. L’eteronomo fa sua l’idea che la conoscenza avvenga per una  continua messa in discussione dei propri limiti a partire dalla relazione che esiste tra il soggetto conoscente e la realtà che lo circonda: da qui, appunto, la necessità di un processo fatto di azzeramenti e di assunzione di nuovi punti di vista.

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