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Niente è da inventare, tutto è da reinventare_ di Elisa Cavaglion

Niente è da inventare, tutto è da reinventare_ di Elisa Cavaglion

Testo inedito

Titolo dell’articolo da  Maximilian Rimmel, Edition Bibliothek Werner Oechslin (a cura di), Luigi Snozzi, 25 aphorismen sur Architektur, Edition Bibliothek Werner Oechslin, Basilea, 2013

Sempre più frequentemente, camminando nei corridoi delle università di architettura si incontrano testimonianze di studenti talmente delusi, o confusi, dalla loro condizione attuale che spesso sognano di finire presto il percorso di studi per dedicarsi a tutt’altro. Una generazione insicura sul proprio futuro ma anche sulla propria identità. Il mondo della didattica cerca di porvi rimedio aumentando corsi e specializzazioni, ma siamo sicuri sia questa la strada da intraprendere?

In un articolo apparso sul numero 976 di Domus, Luigi Snozzi presenta con fervore il suo metodo di insegnamento della progettazione: l’aforisma per definire i limiti della disciplina.
E’ Snozzi stesso ad affermare come la formulazione degli aforismi sia stata utile in primo luogo a lui, per chiarire la materia che aveva scelto e solo in seguito offerta agli studenti. L’architettura appare quindi come una disciplina da chiarire, quasi da depurare. In cui al maestro, grazie alla lucidità data dalla sua esperienza, è affidato il compito di ricercare le parole, le più forti e radicali, atte a imprimersi letteralmente nella mente dei suoi studenti, come per volerli salvare, almeno nei primi anni della loro formazione, dalla contaminazione delle altre discipline.
“L’architettura è vuoto, tocca a te definirlo!”, questo l’aforisma che dovrebbe definire la disciplina, ma stupisce per la sua vastità, possibilità e responsabilità si intrecciano, nascono dubbi e incertezze, anche tentando di definire una materia simile si sfocia inevitabilmente in un susseguirsi di interpretazioni, da qui l’urgenza di limitare gli argini, con aforismi che rimandano ai principi primi dell’architettura “quando costruisci una strada o un parcheggio, non dimenticare che al volante c’è sempre un uomo”. Per l’apprendimento di una materia così ampia è necessaria una figura che guidi e selezioni i concetti da trasmettere, al fine di essere certi di formare una generazione di architetti che abbiano ben chiaro chi sono. E’ restringendo il campo, chiarificando la disciplina, che si fondano le basi per un’identità del ruolo dell’architetto.
La forza e la grazia della ricerca condotta da Snozzi, una ricerca quasi linguistica prima che scientifica, risiede non solo nella dedizione nella scelta del vocabolo, ma anche nella capacità, una volta costruiti gli aforismi, di ripeterli ai volti attenti degli studenti, fino ad essere ben certo che essi non si accosteranno mai più a un progetto senza pensarci.
E’ un metodo che ricorda quelli utilizzati per l’apprendimento di una lingua straniera: un maestro paziente che ripete la grammatica della sua lingua, fino a quando, quasi senza accorgersene, gli studenti incominciano a parlare in quella lingua, scordandosi della grammatica, ma essa sarà sempre lì, presente dietro i loro discorsi, una spina dorsale che permette la coerenza e la solidità delle loro frasi. Proprio come dietro i progetti degli allievi di Snozzi si può intravedere l’ordine costitutivo che li ha generati e che allo stesso tempo li legittima, l’impronta educativa del maestro.
Mentre la contemporaneità moltiplica le informazioni, i contatti, le possibilità, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione, la lezione che ci dà Snozzi va in tutt’altra direzione, si avvalora proprio nel momento in cui limita l’ambito della ricerca.

Limitare il campo d’azione per garantire qualità e profondità a quello che si sta facendo, non solo in ambito didattico, è una riflessione che tocca anche altri protagonisti del mondo dell’architettura. Non stupisce infatti vedere come Giorgio Grassi tenda, con il tempo, a restringere il campo d’analisi, in ambito professionale, piuttosto che ampliarlo, proprio per assaporare il piacere della riflessione critica su temi già affrontati. Rifare vuol dire cimentarsi, rivedere problemi già visti, ma insieme provare a trovare soluzioni diverse. Un atteggiamento lontano dalla ricerca costante del nuovo, un atteggiamento riflessivo, saggio, ma che richiede purtroppo un’altra cosa insopportabile per la società contemporanea: il tempo. Soffermarsi sui problemi implica inevitabilmente lentezza.
Giorgio Grassi affronta questi temi in una conferenza alla facoltà di architettura di Firenze, poi pubblicata sul numero 714 di Domus. Sempre in questa occasione sottolinea alcuni punti salienti della sua attività di docente. Anche lui come Snozzi, nel sedersi dietro la cattedra, tenta un’opera salvifica nei confronti dei suoi studenti, riduce il percorso formativo dei suoi allievi ad un unico obiettivo: la consapevolezza.
L’unico approdo a cui deve arrivare lo studente nei suoi anni di Università è la formazione di un giudizio critico personale sull’architettura nel suo complesso, dal punto di vista teorico e tecnico. Un giudizio che lo accompagnerà nel suo percorso professionale, aiutandolo a porsi in maniera sempre coerente rispetto ai temi che gli si proporranno.
Il percorso dello studente certo non sarà facile, ma la difficoltà non risiederà nella risoluzione di problemi tecnici, quanto piuttosto in un approccio intellettuale e psicologico su se stesso, per trovare il vero significato che vuole dare al suo operare. E di nuovo, come nel caso precedente, il risultato di questo percorso sarà una legittimazione, una fiducia in se stessi e nel proprio modo di pensare, una base solida a partire dalla quale aprirsi al mondo con una sorta di appagamento verso il mestiere che si è scelto di svolgere.
L’articolo prosegue poi spiegando la tappa fondamentale che uno studente in architettura deve superare per sentire di aver raggiunto gli obiettivi prefissati. Secondo Grassi il giudizio critico si formerà in prima istanza a contatto con gli edifici antichi: solo quando gli studenti svestiranno i panni del turista colto, per vestire quelli del tecnico che osserva e giudica, potranno sentire di aver raggiunto l’obiettivo. Imparare a vedere le architetture, ma anche imparare dalle architetture è tra gli insegnamenti fondamentali. Ne deriva un’attenzione ai progetti dei colleghi, vicini o lontani nel tempo,per comprendere cosa è già stato fatto su un certo tema ed inseguito rielaborarlo, proponendo la propria soluzione che, se è l’esito del percorso intellettuale prima descritto, non sarà una mera copia ma un’onesta innovazione. Come se i buoni risultati scaturissero sempre dai solchi già scavati, e solo comprendendo a fondo quello che ci appare banale, si possa reinventarlo. Non è inseguendo l’ideale della libertà in campo lavorativo che si arriverà alle migliori soluzioni, ma solo attraverso l’analisi di oggetti che custodiscono una sapienza millenaria.
Il metodo di Grassi, per ammissione dello stesso autore, non soddisfa le domande di chiarezza e completezza degli studenti che, soprattutto interessati alla valutazione dell’esame, si accontentano di avere le informazioni necessarie per superarlo, mentre questo è un metodo che lascia dubbi e perplessità e un grande spazio alle capacità individuali.

La lettura di queste interpretazioni del ruolo di maestro di architettura vede in trasparenza comparire due parole chiave che animano o dovrebbero animare il dibattito attuale. A cominciare dalla parola “maestro”, quanto può definirsi attuale e quanto invece è una reminescenza di figure lontane? Una risposta alla domanda potrebbe incoraggiare la nuova generazione di studenti, esaltando la possibilità di questi di poter scegliere autonomamente il proprio Maestro per mezzo di internet.
Ma se è vero che la potenza di internet risiede proprio nel dare a tutti la medesima possibilità di apparire, esso lascia tuttavia ogni aspetto sullo stesso piano, non fa alcuno sforzo di “limitare la disciplina”, la amplia, chiunque può auto pubblicizzarsi e gli utenti alla fine ne escono confusi. E’ indiscutibile l’importanza che internet ha avuto nella concretizzazione di alcuni progetti di divulgazione di altissimo valore per la teoria dell’architettura, ma è da sottolineare l’impossibilità per un utente ignorante in termini di architettura, come potrebbe essere uno studente al primo anno di università, di trovare i siti giusti, dove si fa critica e non pubblicità, dove si informa e non si banalizza. Per trovarli c’è sempre bisogno di una persona fisica, che in sede scolastica accompagni il percorso dell’allievo mostrandogli anche quello che le nuove tecnologie offrono, ma effettuando lui per primo un processo di selezione.
La seconda parola chiave vuole essere proprio “selezione”.
Per legare il discorso alla domanda che apre questo articolo vorrei partire dalla mia esperienza di studentessa che ha svolto un percorso senza maestri, ma con molti insegnanti di altissimo livello, figlia della cultura dell’interdisciplinare, dove si misura la capacità e l’abilità di uno studente più sul voto che ha preso in un esame di scienze delle costruzioni che sull’organizzazione di una pianta. Mi guardo intorno e vedo coetanei che, anche nei corsi opzionali scelgono materie che approfondiscono certificazioni energetiche o softwere di calcolo strutturale o tutto quello che di più ingegneristico ci sia, nell’idea che per avere un ruolo nel mondo fuori sia necessario camuffare il proprio percorso di studi, legittimarsi attraverso pratiche proprie di altre professioni. Mi chiedo se sono l’unica ad avere il dubbio che forse sarebbe il caso di voltarsi indietro, verso i grandi maestri che hanno fatto la storia dell’insegnamento di architettura e vedere come l’obiettivo principe di ognuno di essi sia stato il delimitare, il ridurre al minimo lo spazio d’azione, per formare studenti che fossero consapevoli della propria identità e ne fossero orgogliosi.

 

DATI PERSONALI:
Nome: Elisa
Cognome: Cavaglion
Data e luogo di nascita: 24/04/1989 Moncalieri (To)
Professione: Studentessa
Professione: Architetto

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