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Ode agli architetti timidi _ di Barbara Brunetti

Ode agli architetti timidi _ di Barbara Brunetti

Testo inedito

“Il pensiero timido non è il malato della società ma il medico” (Ermentini, 2007).

Nella società del consumo, dell’egemonia sulla natura, dei solipsismi, dell’esibizione e dell’apparenza, non c’è posto per la timidezza. Se il mito della società contemporanea consiste nell’affermazione di sé e nella cultura dell’io, i valori del rispetto dell’altro e della considerazione del diverso non trovano terreno fertile in cui crescere. Allo stesso modo, se l’architettura deve essere “gridata” ed esibita a qualunque costo, la novità, intesa come strappo dalla storia, prende il posto del compromesso, inteso come tentativo di ricucire un rapporto di continuità con il passato.

L’approccio timido all’architettura costruita privilegia la poetica dell’ascolto dell’edificio, un atteggiamento rispettoso che preferisce accostarsi con grazia e reverenza alla fabbrica antica lasciandola esprimersi, attraverso le sue stratificazioni, le tecniche costruttive e i materiali della tradizione, di cui essa è portatrice. L’architetto-restauratore non può mancare di quell’acuta sensibilità che lo spinge a contemplare la patina del tempo, con quel rispetto ossequioso che solo si deve a ciò che è sopravvissuto miracolosamente nel tempo. Allo stesso modo i timidi osservano l’”altro” in disparte, silenziosi e delicati, con il cuore gonfio di paura per quello che potrebbero fare, o finire per non fare. “La timidezza è un fenomeno che si realizza esclusivamente in circostanze sociali. Gli esseri inanimati non ci intimidiscono, ma la timidezza è una bella metafora per personalizzare i nostri sentimenti di inferiorità di fronte alle cose” (Axia, 1999).
Come la timidezza in quanto caratteristica del temperamento umano, è una paura “sociale” che si innesca alla presenza di persone sconosciute o in posizione di autorità, così un approccio timido verso una fabbrica antica potrebbe accendersi quando siamo al cospetto di un’architettura di cui ignoriamo la storia, il passato, la vita, oppure quando quest’architettura attiva in noi un sentimento di inferiorità, dato dal suo portato culturale, storico ed etico. Ma non è forse giusto sentirci inermi di fronte a qualcosa che non conosciamo? Non è forse l’atteggiamento corretto quello del conoscere prima di giudicare? Non è forse il rispetto reverenziale quello che deve guidare la relazione con qualcosa che ci preesiste, che sopravvivrà a noi e che quindi non ci appartiene? Non è forse errato elevarci a interpreti del passato, in un esercizio intellettuale di selezione che presuppone un giudizio critico assoluto?

In generale le culture occidentali sembrano temere la timidezza assai più delle culture orientali, in particolare il primato va alle culture mediterranee rispetto a quelle anglosassoni e nordiche. Ogni cultura connota la timidezza più o meno negativamente a seconda che essa sia vista in minore o maggiore misura come ostacolo all’affermazione individuale nella società.
In effetti, la detenzione del potere non è propriamente qualità del timido, che invece preferisce agire dietro le quinte, lontano dai riflettori. Ma “la trama nascosta è più forte di quella manifesta” dichiara Eraclito, e forse i ruoli più rilevanti sono quelli svolti nella consuetudine e nella paziente, silenziosa dedizione.
Così, se la manutenzione programmata è il prendersi cura dell’edificio con continuità e passione, allora solo le persone vigili, riservate e caute hanno l’inclinazione giusta per comprendere la grande importanza di questo compito. La manutenzione programmata, pratica concettualmente anticipata già da John Ruskin, che lamentava la diffusa abitudine di lasciare che il monumento andasse in rovina per poi farne un restauro appariscente e costoso, solo recentemente è entrata a fare parte delle pratiche concrete di conservazione dell’architettura del passato italiane, pur essendo riconosciuta quasi unanimemente come la più corretta via da percorrere per garantire la sopravvivenza del nostro patrimonio monumentale.
In alcuni paesi stranieri, esiste una tradizione già consolidata di questa pratica: ad esempio in Olanda Monument watch è il nome di una istituzione molto efficiente che, ormai da svariati decenni, ha ottenuto risultati positivi nella manutenzione periodica dei principali monumenti. Lasciamo ai lettori la libertà di ritenere che sia o meno un caso, il fatto che l’Olanda, paese nordico, abbia anticipato l’Italia, paese mediterraneo, in questo importante primato.

Il temperamento umano timido non è necessariamente una virtù, né un difetto, così come un temperamento disinvolto. Tutto dipende dall’ambiente in cui viviamo: tanto più variabili sono le condizioni del contesto, tanto più le doti di adattamento sono fondamentali per la sopravvivenza. “Il motivo per cui le differenze temperamentali esistono è che nel passato era funzionale all’adattamento avere individui nella popolazione che variassero nelle loro risposte alle minacce ambientali. Insomma, […] negli ambienti del passato vi erano circostanze in cui i timidi avevano più probabilità di sopravvivenza e altre in cui era più facile che sopravvivessero persone sicure di sé e non timide” (Axia, 1999). Così in architettura, non possiamo affermare che l’atteggiamento conservativo sia sempre preferibile a quello innovativo, se così non fosse non avremmo avuto i Freud dell’architettura, ovvero i Le Corbusier, i Mies, i Gehry, solo per citarne alcuni. In definitiva, la conservazione attiva e propositiva è da preferirsi ad una passiva e paralizzante, ma è necessario combattere il conservazionismo ideologico così come l’incolta spregiudicatezza.

Un concetto, più degli altri, non si può ignorare: la timidezza è una dote assolutamente preziosa nel patrimonio genetico umano, e non solo. Essa è una vera e propria sacca di resistenza contro l’effimero rampante dell’architettura contemporanea. Proprio come i timidi sono le sentinelle della vita, coloro che mettono in guardia i più temerari da pericoli potenzialmente fatali, allo stesso modo gli architetti timidi preservano l’eredità del patrimonio architettonico da potenziali rovinose perdite. Una società in cui non c’è posto per i timidi è una società che non è cosciente dei propri limiti, dei pericoli, dei propri fantasmi di auto-estinzione o di distruzione. Solamente l’atteggiamento cauto e riflessivo, la profonda sensibilità percettiva dei timidi possono proteggerci da imminenti rischi. “I timidi, grilli parlanti, piacciono poco a Pinocchio. La saggezza piace poco a chi crede che la realtà sia il paese dei balocchi” (Axia, 1999).
L’approccio timido implica una capacità di riflessione sull’oggetto, un’empatia che porta l’osservatore a comprenderlo profondamente: coglierne i dettagli, le invarianti, le particolarità e saperne quindi riconoscere i valori di originalità, contro la tendenza omologante dell’osservatore distratto che tutto pigramente categorizza. Saper cogliere le sfumature vuol dire entrare nell’essenza delle cose, rendersi partecipi della loro stessa vita, e difendere i loro caratteri di unicità al cospetto della forza globalizzante del mondo attuale. Gli architetti timidi concentrano la loro attenzione sullo studio e sulla salvaguardia delle tecniche costruttive del passato, sui materiali locali, sulle tradizioni costruttive del luogo, non perché bisognosi di arroccarsi nelle loro nicchie difensive, segno di un reazionario arretramento, lontani dai pericoli di contaminazione, ma perché la loro natura riflessiva tenderà a preservare ciò che passa inosservato agli occhi dei più, e quindi ciò che è più vulnerabile ai pericoli di decadimento.
Eppure, il patrimonio architettonico da proteggere consiste proprio nelle peculiarità locali, sia perché testimonianze di un modus operandi obsoleto, erroneamente ritenuto privo di valori, sia perché espressione della maestria degli artigiani e degli artisti locali, più esposti di altri alle intemperie del vento massificante. Non basta. L’architettura locale e la cosiddetta architettura minore, sono l’effetto manifesto di stratificazioni che nel tempo si sono evolute e che oggi rappresentano il risultato ultimo della cultura dei secoli. L’unico atteggiamento possibile di fronte a tanta ricchezza ereditata è il rispetto, la cura modesta, delicata e paziente, di tanto lavoro.

L’intervento di restauro timido quindi, si realizza nello spazio dell’aggiunta, non della sottrazione. Accostarsi alla preesistenza con partecipazione emotiva e rispetto, che non vuol dire paralisi da reverenza, inazione da contemplazione, fine dell’atto creativo che è invece condizione imprescindibile dell’architettura, ma vuol dire aggiunta di quel minimo necessario a ridarle vita. Data l’irripetibilità della storia e dell’uomo, l’aggiunta deve facilitare la comprensione dell’evoluzione dell’architettura fino al presente, e in questo, l’architetto deve lasciare ai posteri lo stesso diritto, di cui lui stesso ha goduto, di appropriazione emozionale dell’eredità ricevuta. Si tratta del diritto di ripensare questa eredità, dell’io esisto perché mi ricordo. “Le tracce, così cariche di vissuto e di testimonianza, sono esse stesse “opere d’arte”, forse involontarie, ma sempre tali in quanto segni dell’individualità irripetibile dell’uomo” (Maramotti Politi, 2007).

Ode agli architetti timidi dunque: agli architetti, perché hanno il nobile e prezioso compito di mantenere in vita la cultura del passato, che si esprime nel costruito, storico e quotidiano, episodico e ordinario; e ai timidi, perché con la loro epicurea sontuosità, la calma, la paura dell’azzardo, la saggia consapevolezza, ci mettono in guardia contro i nostri stessi limiti. Ode agli architetti timidi dunque: perché sono i soli a detenere un’innata strategia d’azione che, pur calibrata caso per caso, è l’unica arma che può vincere i deliri di onnipotenza e le megalomanie di tanta parte dell’architettura contemporanea.

DATI PERSONALI:
Nome: Barbara
Cognome: Brunetti
Data e luogo di nascita: 23/06/1986, Bari
Professione: Architetto

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