presS/Tletter
 

We need to walk on Common Ground – XIII Biennale di Architettura di Venezia_ di Caterina Maria Carla Bona

We need to walk on Common Ground – XIII Biennale di Architettura di Venezia_ di Caterina Maria Carla Bona

Testo inedito

Due parole, per un tema senza confini. Solo Sudic e Foster erano riusciti ad essere più sintetici di Chipperfield, che nel manifesto precisa il suo intento: “Ho invitato i miei colleghi ad esaminare ciò che ci accomuna piuttosto che quel che ci distingue gli uni dagli altri, e così facendo a dimostrare che la qualità dell’architettura dipende da valori, sforzi e visioni comuni”. Una spiegazione tanto elementare da essere capace di prestarsi ad una serie infinita di interpretazioni: e questo è il pro e contro di una manifestazione che da sempre fa della diversità la sua ricchezza, e che per una volta si trova a dover agire in direzione contraria.

“Got to find a common ground, not the other way around”

Anche Neil Diamond vent’anni fa si era ritrovato nell’omonima canzone a dover descrivere e risolvere un problema non lontano, perché se davvero “l’architettura è sostanza di cose sperate”, si tratta pur sempre di sospiri e desideri. Con questa melodia in testa, prima di iniziare a indagare gli esiti delle installazioni, e quindi il fine della Mostra, è agevole ritrovare in questa XIII Biennale di Architettura una comunanza del mezzo, e cioè degli strumenti espressivi delle idee: fotografie e maquette si intrecciano, alternano e sovrappongono più marcatamente rispetto alle precedenti edizioni, divenendo esse stesse l’idea da trasmettere.

A iniziare da Thomas Struth: immagini che ricorrono quattro volte nel percorso dell’Arsenale, ma che ripensandoci possono sembrare di più perché ad un certo momento la lettura della didascalia era diventata superflua, e allora l’obiettivo era stato raggiunto, gli Unconscious places proiettano il viator in una dimensione comune, in un altrove condiviso. Così per Hélène Binet con le fotografie lussuosamente sponsorizzate delle creazioni di Nicholas Hawksmoor: luoghi sacri indistinguibili, dettagli iterati, ombre già viste che potrebbero giacere ovunque. And now the ensemble!, la Svizzera punta sull’accumulazione con un manifesto visuale luminoso sottoforma di grande murales-collage. Edifici e spazi aperti, interni e dettagli di architetture da tutto il mondo, le immagini non creano semplici richiami figurali o cromatici, ma stimolano la creazione di personali legami sostenendo la convinzione di Miroslav Šik che  il design urbano e l’architettura siano un’opera d’arte comune e collettiva basata sul dialogo nel tempo, in costante evoluzione. E’ facile trovare delle ripetizioni tra il collage elvetico e le non lontane fotografie in bianco e nero di Pino Musi, nel Palazzo Esposizioni: in Facecity “l’architettura che parlava di modernità e continuità con la città” della Scuola di Milano del Dopoguerra vuole essere testimonianza di una dinamica omogeneità che la contemporaneità non riesce più a produrre, e che era generata da una capacità di rappresentazione manuale insuperabile. “Un corpo di lavoro espressivo del proprio tempo, che potrebbe solo emergere da un particolare contesto fisico e intellettuale”, il “common ground” per Fulvio Irace. Foster introduce il suono nella pioggia di immagini che si fa proiezione, a 360 gradi, in Gateway: trovarsi al centro della rappresentazione della cultura architettonica mondiale, ottenuta accostando e sovrapponendo fotografie dai contrasti forti, è esperienza sensorialmente più coinvolgente ma intellettualmente meno stimolante di quella svizzera.

Questa è però la Biennale delle maquette: il ricordo di precedenti manifestazioni nelle quali giovanili e innocenti rimproveri inneggiavano alla “mancanza dell’architettura alla Biennale di Architettura”, vengono placati da una ridondanza di poliplat, balsa e acetato. I modelli pervadono due interi padiglioni facendosi portatori di messaggi diversamente fondamentali: per l’Ungheria è il tema portante, che fa trasformare l’edificio una grande matrioska per sottolineare la fondamentale importanza che queste micro-architetture rivestono nella crescita degli studenti, nel loro sviluppo di facoltà spaziali e critiche concrete, ovunque nel mondo. Il Giappone con Toyo Ito riceve il Leone d’Oro per aver dimostrato come su un terreno post-Tsunami apparentemente impossibile da riabitare si possano ancora pensare architetture che aiutino a vivere: il tutto dimostrato attraverso una selva di modelli in legno. 40.000 h riprende il già citato potenziale delle giovani leve, ma in forma anonima e monomaterica, per suggerire tra le scaffalature che capacità e virtù comuni ci sono e si vedono: vanno sfruttate.

Alla eterogeneità di significati desunti dai “mezzi espressivi”, si unisce quella ancora più complessa data dalla lettura trasversale delle installazioni. “L’apertura alle influenze è un punto di partenza, un prerequisito per la buona architettura”: il tema del “common ground” come complicità permea buona parte della Mostra, ma le premiate Grafton Architects lo declinano in un dialogo inatteso con Mendes Da Rocha, progettista geograficamente lontano che diviene tramite per instaurare complicità con il paesaggio ancora per loro inesplorato del loro futuro progetto. Complicità che si traduce, più direttamente, in ricerca di soluzioni progettuali, come avviene per gli Stati Uniti, che espongono progetti urbani spontanei, realizzati spesso senza autorizzazione come azioni di design per il bene collettivo; o per l’Inghilterra, che con Ideas to change British Architecture e i resoconti delle esplorazioni compiute in tutto il mondo, sembra voler sperare davvero nell’esistenza di questo “common ground” auspicato del compatriota Direttore, per risolvere i problemi che gravano in madrepatria.

“And who do we think we are, some kind of cosmic shooting stars?”

Torna Neil Diamond a sottolineare come in questa Biennale, molte stelle dell’architettura mondiale fatichino a togliersi gli abiti di scena, e declinino quindi il tema generale sulla propria esperienza professionale. Colpevoli in questo senso Moneo e Zaha Hadid; Snozzi è senza peccato ma diviene oggetto di una “monografica”; Herzog&DeMeuron fanno del loro cantiere per la Elbe Philharmonic Hall di Amburgo un “common ground” come campo di battaglia politico, economico e ideologico. Per arrivare a Koolhaas, che presenta un approfondimento della ricerca esposta due anni prima con Cronocaos, esattamente nello stesso spazio: comunione di luogo e tematica, per i Public works dell’architettura post-bellica creata da burocrati anonimi. Common ground?: chiude Tschumi, con lo strumento di comunicazione dei poster iconici degli anni 70 in continuità col suo passato, usati per esprimere ciò che l’architettura non è, e stimolare la ricerca di una definizione opposta nella mostra. Il suo poster che raffigura i “due Guggenheim”, nella realtà “il” museo e un silos per automobili, fa da ponte all’altra declinazione forte del tema della Mostra come “copia”. In Copycat, Zucchi usa famiglie di oggetti analogici per accomunare usi e costumi, con la ricchezza che deriva dalla somiglianza e non dalla differenza: perché “Quello che non assomiglia a niente non esiste”, sentenzia Paul Valéry.

“No we’re not. Haven’t got all that time”

E poi, l’Italia. Italia che non ha avuto tempo, forse, di riflettere abbastanza, perché il Made in Italy è una ricetta tradizionale che funziona bene sempre e ovunque, le Quattro Stagioni una variazione senza infamia e senza lode, che lascia in attesa di risposta il pubblico, che si può rincuorare con L’Italia Riciclata di Pistoletto: “un tavolo come luogo vivo d’incontri di quelle eccellenze che attraverso una rigenerata creatività possono davvero attivare nuove prospettive”.

“Got to find a common ground, not the other way around”

Chipperfield all’inizio del manifesto precisava: “Questa partecipazione non coinvolge solo i professionisti ma si attua anche con la società, tra chi commissiona, regolamenta e soprattutto chi abita i nostri edifici e le città”. Ecco allora che torna alla mente l’immagine di un altro tavolo, quello del Padiglione Serbo: un volume bianco e liscio che colma lo spazio, oggetto e suo intorno sono vuoti, ma alla fine di tutte queste riflessioni la scena inizia a trasformarsi. Valerio Olgiati nell’Arsenale compie il passo successivo (o forse precedente) e riunisce attorno al suo tavolo un gran numero di progettisti, attraverso la sola presenza della loro scelta iconica: ispirazioni prelevate dal repertorio visuale di ognuno, divengono stratificazioni fisiche di altrettante esperienze personali.

Nel passaggio tra questi due tavoli, oltre al legame tra Giardini e Arsenale, giace il senso generale di questa ma in realtà di ogni Biennale: l’apprendimento delle nozioni “dal tavolo degli architetti”, e l’apporto di esperienze che ogni spettatore lascia sull’altro tavolo bianco, ad ogni suo ritorno in laguna. E allora si riesce a intravedere la più efficace declinazione di questo “common ground”, che riporta nel suo cuore, nel Palazzo Esposizioni.

Passando davanti al Padiglione Olandese, messo quest’anno in dialogo col suo stesso spazio, trasformato esso stesso in opera, si può intuire che una risposta è vicina, e si chiama Common Pavillions. Diener & Diener pongono lo spettatore al centro di una versione veneziana dello studio di Gabriele Basilico, grandi fotografie in bianco e nero appoggiate in modo disordinato qui e là, che raffigurano i Padiglioni stessi. Meta-giardini, immagini deserte per rappresentare quelli che sono da 30 anni contenitori di storie e depositari di cultura (perché si sa, i muri possono ricordare, ma non parlare). “Non dobbiamo dimenticare che nel progettare il nostro futuro costruiamo sempre su ciò che è venuto prima”: e, nel caso della Biennale intesa come costruzione di materiale intellettuale, è essa stessa il “common ground” più riuscito, e i Common Pavillions raccolgono la testimonianza delle esperienze che ogni anno vi si depositano. Arte o architettura, il confine non è importante; lo è lo spazio, che è comune.

“While we got time,we got to try”

Sì Nail, David ci ha provato, e con lui tutti coloro che vi hanno preso parte, attori e spettatori. E allora si esce dalla Biennale con altre note in testa (e il pensiero che va già al prossimo ritorno a Venezia), quelle delle chitarre suonate nel Padiglione Brasiliano, insieme alle parole di Lucio Costa: nel frattempo, “riposatevi”.

 

DATI PERSONALI:
Nome: Caterina Maria Carla
Cognome: Bona
Data e luogo di nascita: 09/10/1987, Vigevano (PV)
Professione: Architetto

1 Comment

  1. Briganti 12/05/2014 at 13:49

    Cosa si dice nell’ambiente del design rustico? Quali sono le nuove tendenze d’arredo per pub e ristoranti rustici?

Leave A Response