presS/Tletter
 

Final Review-di Federica Russo

Columbia University_Final review

Se vi capitasse di essere a New York nel mese di Maggio passate a dare un’occhiata tra le aule della Columbia University, facoltà di architettura. Vi trovereste, infatti, nel pieno delle final reviews, in un fermento generale che coinvolge l’intero edificio.  Le final reviews non sono altro che i nostri esami di progettazione di fine anno, ogni studio ha un tema diverso scelto dal professore e gli studenti lo affrontano singolarmente o in gruppo presentando tavole e plastici.

Qual è la differenza quindi?

No, la differenza non è nella fama dei professori: Juan Herreros, Steven Holl, Jeffrey Inaba, Lot-ek, Enrique Walker, solo per citarne alcuni, per quanto sia un dettaglio da non sottovalutare. Stiamo infatti parlando di professionisti e critici attivi nel dibattito internazionale, il ché si rispecchia nello spessore dei lavori e nel livello di ricerca presentata nei progetti.

La vera differenza però è nel metodo.

Intanto siamo alla presenza di una commissione di critici e professori, dai cinque agli otto nomi noti in tutto il mondo, ma soprattutto spesso di vedute differenti. Secondo punto cruciale: i critici sono stati invitati dal professore, che si è preoccupato di avere un panel interessante più che persone vicine al suo punto di vista architettonico. Terzo e principale motivo di stupore, per me cresciuta in un ambiente universitario italiano: il dibattito. Dopo la presentazione, i progetti sono discussi ognuno dai quindici ai quarantacinque minuti in un confronto aperto e acceso tra professore, studenti e commissione. È questo il momento più costruttivo del semestre: gli studenti hanno la possibilità di confrontarsi sul loro progetto non solo col docente che li ha guidati e influenzati durante il percorso progettuale, ma con la giuria, aprendosi quindi a critiche anche forti sul metodo e sulle scelte. L’attitudine degli studenti in questo caso non si rivela quella, che spesso vediamo in Italia, di assecondare le critiche unilaterali del docente in un monologo ammaestrato, in linea o annullato completamente nella ricerca personale del professore, quando esiste. In questo caso è un dibattito completamente orizzontale dove ognuno difende la sua posizione in maniera conscia e assumendosi le proprie responsabilità. Questo avviene grazie al fatto che un high pass è assegnato in base alla crescita e alla maturità progettuale dello studente, alla sua capacità di prendere una posizione in un dibattito critico e di confrontarla con altre opposte. Ne risulta una settimana di show aperto al pubblico a cui si può partecipare attivamente anche dall’esterno. È un modello educativo tutto americano, ed è lo stesso che ti fa scorgere Kenneth Frampton dopo una lezione fermarsi a parlare con due o tre ragazzi mentre pranza con loro o che vede Yehuda Safran prenotare ogni domenica un tavolo da 15 all’Esperanto, un ristorante brasiliano ad Alphabet City, senza sapere chi parteciperà alla cena, spesso sono studenti e architetti o galleristi, nessuno è invitato, ma tutti sono benvenuti per discutere davanti ad un bicchiere di vino. Sì, la Columbia è un’università privata, può permettersi di ospitare personalità rilevanti, ma anche in Italia abbiamo risorse da non sottovalutare: architetti e critici preparati e di grande cultura. Stiamo parlando di un sistema aperto al dibattito, di un atteggiamento che bypassando stupide gerarchie e sistemi di potere verticale ci darebbe la possibilità di crescere più forti all’interno di un vivace confronto dove la differenza di opinione è un valore e non una minaccia.

Leave A Response