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Memetica e architettura – di Roberto Sommatino

meme copertina copia

 

Ovvero su come le forme si replicherebbero autonomamente, in barba ad architetti e genius loci.

La memetica si potrebbe definire infallibilmente come quella disciplina che i correttori ortografici tramutano con ostinazione in ‘mimetica’ e che viene confusa dai librai più distratti in ‘matematica’; in realtà (diventando seri) la memetica è una protoscienza che deriva dall’estensione del principio evoluzionistico darwiniano al mondo delle idee e della cultura. Un’intuizione che ebbe per primo Richard Dawkins, descritta nel suo famoso “Il gene egoista” del 1976, in cui lo zoologo inglese ipotizzò l’esistenza di unità culturali capaci di autoreplicarsi attraverso l’imitazione, ribattezzandole col termine inglese meme, dal greco antico mimema, appunto, “imitazione”. Una melodia, un tormentone linguistico, una barzelletta o una superstizione, così come un’ideologia politica, una religione e, soprattutto per ciò che ci riguarda, una forma, possono essere considerati tutti dei memi.

E allora, voltandosi indietro per guardare con gli occhiali della memetica la storia dell’architettura, essa ci appare come un vero e proprio giardino zoologico di memi: dai più elementari come il trilite, l’arco, la piramide, ai più complessi come gli ordini classici, le tipologie, gli stili. Così come accade per i geni la loro diffusione è sempre dipesa dalla prossimità geografica, o meglio, dalla velocità della comunicazione tra gli individui: l’arte gotica si è diffusa a partire dalla Francia del Nord e ha impiegato quasi quattro secoli ad estendersi in tutta Europa; l’Art Nouveau nasce anch’essa in Francia, ma per diffondersi nel continente europeo in tutte le sue varianti nazionali ci impiega solo qualche decennio, a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Nell’era dei social network le mutazioni memetiche sono talmente copiose e disponibili, a prescindere dalla contiguità delle sorgenti, che l’intera sovrapproduzione contemporanea si somma a quella del passato.

Come accadrebbe in un ecosistema biologico, però, l’eccesso di varietà non consente la nascita di “specie” stabili sulle quali possa agire troppo a lungo una selezione culturale, né tantomeno di specie locali, essendo il contagio indipendente dalla distanza fisica. Fuor di metafora: in quell’agone darwiniano di straordinaria potenza che è il web, le idee d’architettura non dispongono di abbastanza tempo per svilupparsi e strutturarsi in forma di stile, ed è totalmente privo di senso parlare di identità italiana, mediterranea, asiatica, o non so cos’altro.

Ma il carattere saliente del meme, al pari del gene di Dawkins, è il suo intrinseco “egoismo”: ciò che lo rende appetibile e gli permette di diffondersi con successo non dipende dal fatto che esso sia vero, o buono, o tantomeno che garantisca un reale vantaggio agli individui e al contesto culturale in cui attecchisce: la sua propagazione virale dipende esclusivamente da quanto esso sia più o meno adatto ad essere imitato e replicato. Dawkins prendeva ad esempio il Cattolicesimo come meme di successo completamente falso; e a confutare la ragionevole obiezione secondo cui la mutazione memetica (in quanto culturale) abbia sempre un’utilità o un fine benefico – al contrario di quella genetica che è sempre casuale – si può pensare più banalmente a tutti i comportamenti irrazionali, i fanatismi e le manie più o meno serie al cui dilagare assistiamo talvolta impotenti: ai miopi nazionalismi ad esempio, agli sbalzi emotivi dei mercati finanziari o ai complottismi di ogni sorta, all’idea che i vaccini provochino l’autismo, alla moda delle spalline enormi negli anni ’80 e ai selfie in bagno nel terzo millennio.

In architettura ciò significa che alcune soluzioni formali avrebbero un’apparente vitalità propria e una relativa indipendenza che va al di là della loro bontà. Se guardiamo ai cinque punti lecorbuseriani attraverso la lente della memetica realizziamo all’improvviso che sono stati una perfetta machine à reproduire, senza dubbio di gran lunga più efficiente di quella à habiter; ma la polverizzazione formale odierna, a cui abbiamo accennato in precedenza, non cambia le carte in tavola: alcune soluzioni, pur non potendo assurgere a stili, diventano lo stesso memi di largo successo, finiscono raggruppati per tipo nelle inconfessabili bacheche di Pinterest di molti architetti e sono riproposti, sovente ai limiti del plagio.

La questione si pone in questi termini: alcune forme sono scelte perché producono un’architettura migliore o perché hanno qualità che le rendono più facili da copiare e, in fondo, facilitano le cose al progettista? Non sempre, ma spesso, è la seconda ipotesi che risulta più convincente. Di solito queste idee virali sono soluzioni formali (o principi formali) elementari che combinati insieme o estesi all’intero progetto garantiscono con poco sforzo un risultato superficiale “complesso”: pensiamo all’abusato meme della pila di container, ai volumi che si protendono in aggetti estremi, ai rivestimenti modulari che formano pelli complicatissime (sovrapposte troppo spesso a spazi modesti), o alle costolature laminari incrociate, inaugurate con grande eleganza da Jakob+MacFarlane, diventate più famose per il pubblicatissimo Metropol Parasol dei tedeschi Jurgen Mayer-Hermann e che, buoni ultimi, gli XTU Architectes riproporranno per il padiglione francese all’Expo 2015; e se ne potrebbero individuare molte altre specie (le finestre con l’imbotte strombato, le onnipresenti “casette” con tetto a due falde) facendolo diventare un esercizio per amanti del genere.

Però, prima che certi ambienti si affrettino a sposare entusiasticamente la nuova disciplina, è bene precisare che anche l’idea secondo la quale l’architettura debba puntare all’autonomia, all’assoluto, al rigore formale, è un meme assai accattivante; lo è soprattutto per i mediocri, per chi è poco dotato di creatività, per chi non sapendo gestire le novità, con la scusa di sfuggire all’uniformazione della società globale, cerca riparo sotto regole castranti e (quelle sì) davvero omologanti.

Il dibattito sulla memetica è più che mai aperto: c’è chi la la considera una disciplina scientifica in nuce e chi solo una metafora particolarmente riuscita. Deleuze, se ben ricordo, diceva che teorizzare le metafore è un esercizio rischioso: niente di più vero; perché innamorandosi di una certa immagine si tende a non vederne i difetti e a volerla calzare a tutti i costi sui fatti. Però, se si tiene a mente questa raccomandazione, la metafora è soprattutto lo strumento più potente di comprensione e prefigurazione della realtà di cui possiamo disporre: è attraverso la metafora di un foglio e di una macchina da scrivere che, in fin dei conti, sto scrivendo questo pezzo.

Infine, è pacifico: anche la memetica è a sua volta un meme irresistibile.

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